I filo Hamas in piazza per Askatasuna. L'islamocomunismo è servito
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L’associazione riconducibile a Mohammad Hannoun, detenuto con l’accusa di essere al vertice della cellula di Hamas in Italia, aderisce al corteo in difesa di Askatasuna previsto per domani. La causa palestinese è sempre più intrecciata con la lotta armata di stampo comunista.
L’associazione riconducibile a Mohammad Hannoun, detenuto con l’accusa di essere al vertice della cellula di Hamas in Italia, aderisce al corteo in difesa di Askatasuna. Con l’Associazione dei palestinesi italiani ci sono proprio tutti: “Torino per Gaza”, i Gpi (quelli che hanno organizzato la piazza di Bologna che inneggiava al 7 ottobre), ma anche Nur, creata dall’imam Brahim Baya, che sogna il partito islamico e fa campagna per il “no” al referendum per colpire il Governo, e altre sigle che intrecciano la causa palestinese con la lotta armata di stampo comunista.
«Lo sgombero di Askatasuna è parte della risposta del governo ad un movimento popolare, trasversale e determinato, che l’autunno scorso ha scioperato e bloccato tutto il Paese per pretendere la fine del genocidio in Palestina e del sostegno politico economico e militare ad Israele, facendo vacillare il governo. Assistiamo a una vendetta fatta di sanzioni amministrative, misure cautelari, richieste di deportazione, incarcerazioni di minorenni, accuse di terrorismo, sgomberi degli spazi sociali. Tentativi manovrati dalla polizia e dal governo per indebolirci e ostacolare la rigenerazione di un movimento che invece resiste e si rafforza. Vogliamo tenere insieme ciò che vorrebbero dividere». Il comunicato diffuso a mezzo social è chiaro e non lascia a fraintendimenti. Torino ci racconta come la sinistra e l’islam si siano legati anche in Italia. Il laboratorio francese ci aveva avvisati e ora è realtà anche da noi. Nel comunicato ci sono tutti: il governo di centrodestra, Trump, la Palestina, il Venezuela. Ma soprattutto una dichiarazione d’intenti: siamo insieme e lotteremo insieme, fino alla fine.
Questo capitolo della storia di Torino inizia con il centro sociale Askatasuna sgomberato il 18 dicembre e arriva alla manifestazione di sabato 31 gennaio; di mezzo c’è l’occupazione, tra il 28 e il 29 gennaio, di un luogo simbolo della città: Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. È la risposta alla scelta del Rettorato di chiudere l’edificio per due giorni, impedendo un evento musicale contro lo sgombero del centro sociale. «Palazzo Nuovo è occupato, inizia la festa. Rettrice, che fa ora? Chiama la celere?». A lanciare la mobilitazione è una 23enne, leader di Askatasuna, al termine di un’assemblea convocata per mercoledì sera all’interno dell’ateneo torinese. È lei a guidare l’occupazione e ad alzare il livello dello scontro politico.
Nel frattempo, al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, il prefetto chiede di rimodulare la manifestazione nazionale del 31 gennaio: evitare il centro, unificare i cortei. La replica degli antagonisti è netta: «Avreste dovuto pensarci prima». Nessun passo indietro, anzi un rilancio che alza il tono e l’asticella, con parole che evocano una sfida frontale allo Stato e promettono una piazza che si annuncia, è fatta per «rompere gli argini».
Secondo la logica di Askatasuna, per evitare i disordini lo Stato avrebbe dovuto non intervenire: non sequestrare un palazzo occupato da 29 anni.
E la storia di Askatasuna è più lunga di quel che sembra: s’intreccia a più riprese con la causa palestinese e quella islamica in generale. La sua forza è stata la formazione costante dei più giovani. Una genealogia che parte dalla fine degli anni Ottanta e arriva al 2026, sfornando nuove leve ventenni riconoscibili a colpo d’occhio: stessi tagli di capelli, stessi slogan, stessi abiti, la kefiah è rimasta, si sono aggiunte le bandiere arcobaleno, e la foto sembra scattata quarant’anni fa.
È con il riflusso del terrorismo e del movimento operaio comunista che esplode il fenomeno delle occupazioni anarchiche e punk. A Torino nasce un nucleo legato all’autonomia operaia, ispirato al Leoncavallo di Milano. Nel 1989, dopo lo sgombero del centro meneghino, si decide di “invadere” una scuola in corso Acciaio. Poi tra varie trattative con il Comune si arriva all’occupazione dello stabile di via Po, è il 1996 e il nome scelto è l’associazione riconducibile a Mohammad Hannoun, detenuto con l’accusa di essere al vertice della cellula di Hamas in Italia, che oggi aderisce al corteo in difesa di Askatasuna.
La solidarietà dell’associazione riconducibile all’imam Mohammad Hannoun ad Askatasuna non è un gesto isolato né estemporaneo: è l’ultimo segnale di una storia lunga e lineare. Negli anni il legame con i movimenti universitari si rafforza, ma la vera cesura arriva con il G8 di Genova. È allora che Askatasuna entra nel nuovo secolo coltivando il mito della lotta armata. Da quel momento il centro sociale è sempre in prima linea: nelle manifestazioni antifasciste, nelle battaglie della Val di Susa, nella lotta No Tav riletta come resistenza popolare e ambientalista, fino alle piazze pro-Palestina di oggi. In mezzo c’è la devastazione della redazione de La Stampa, un passaggio che segna l’inizio dell’epilogo e conduce alla chiusura definitiva dello spazio, lo scorso dicembre, per volontà del Governo. A quell’appuntamento sono arrivati pronti: una vera e propria guerriglia per bloccare l’azione delle forze dell’ordine che ha prodotto ben nove agenti feriti.
Askatasuna è forse il centro sociale più pericoloso d’Europa da almeno 25 anni, o meglio: è il riferimento italiano più costante per violenza politica. Alla fine degli anni '90, il Primo Maggio torinese degenera in scontri frontali e lascia sul campo oltre cento rinvii a giudizio per resistenza e lesioni. Poco dopo, un militante storico viene condannato a sette anni per un attentato contro il Tav. Seguono tumulti contro forze politiche, cortei pro-Palestina, già agli inizi del 2000, che si trasformano in devastazioni, occupazioni di sedi istituzionali, il blocco del Consiglio regionale e della città nel nome dell’opposizione all’alta velocità. Il punto di massima escalation arriva con l’assalto al cantiere di Chiomonte: razzi e molotov, un’azione di guerra, che la Procura descrive come l’uso di «metodi paramilitari». C’è poi il capitolo internazionale. Tra il 2016 e il 2018 alcuni attivisti di Askatasuna partono per la Siria con il sogno di instaurare un modello di socialismo: al loro ritorno la Procura chiede sorveglianze speciali e lunghi processi.
Oggi, nelle piazze che promettono di “rompere gli argini”, questa traiettoria riemerge compatta: attivismo di sinistra e lotta armata saldati nella causa islamista.
L’ultimo atto, per ora, è la manifestazione del 31 gennaio. Non ci resta che stare a vedere.


