Hezbollah in campo, Israele si vendica sul Libano
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Violento attacco aereo contro Tiro, terza città libanese, e su tutto il sud del Libano, Decine di morti e oltre 80mila sfollati. Colpiti anche i villaggi cristiani sulle montagne intorno a Beirut. Le truppe israeliane ieri sono entrate anche via terra.
«Orsù, figlio dell'uomo, intona un lamento su Tiro»: è inevitabile pensare al celebre passo del Libro di Ezechiele alla notizia, mercoledì pomeriggio, del violentissimo attacco israeliano alla terza città del Libano, capitale del Sud, che ha visto il passaggio di Gesù durante la sua predicazione.
Ed è impossibile non piangere su Tiro, Saida, Beirut, Baalbek, Jezzine e sulle centinaia di piccole e grandi località libanesi che dall'alba di lunedì mattina – quando Hezbollah si è unito ufficialmente alla controffensiva iraniana sparando decine di razzi sulla Galilea – soffrono sotto il fuoco ininterrotto di Israele.
Secondo le ultime stime del Ministero libanese della Salute pubblica, le vittime di tre giorni di attacchi dell'esercito israeliano (IDF) sono al momento 72, e 437 i feriti. Gli sfollati registrati, cioè coloro che hanno trovato alloggio nei circa quattrocento centri di accoglienza ricavati in scuole, palestre, municipalità sono 84.000, a cui vanno aggiunte le persone che, non trovando posto per dormire, passano la notte in macchina o in strada oppure sono tornate a casa loro, nonostante il grave pericolo.
Così ha deciso Hassan (nome di fantasia) che assieme alla moglie non ha trovato posto dove rifugiarsi – l'unica opzione un affitto a 4000 dollari in una zona ritenuta sicura – e ha preferito tornare nel suo villaggio del sud. «Se è destino vivremo, altrimenti pazienza, moriremo» dice con la rassegnazione di chi di guerre ne ha viste tante. Anche Ali (nome di fantasia) ha deciso di restare nella sua casa di Ghobeiry, quartiere all'interno della Dahye, la periferia sud di Beirut bombardata massicciamente in questi giorni. Ha più paura dei ladri che degli israeliani, ci dice, e dopo aver accompagnato la famiglia in centro città è tornato a sorvegliare casa e officina. «Se danno ordini di evacuazione scapperò», aggiunge. «Anche se questa volta non è come le altre; stavolta è la fine».
In realtà nessun luogo è sicuro: sono stati colpiti i villaggi cristiani sulle montagne intorno a Beirut, nelle regioni del Mount Lebanon e del Kaserwan; è stato bombardato un hotel nel sobborgo beirutino di Hazmie, popolato da cristiani e non lontano da Baabda, dove si trovano il palazzo presidenziale e l'ambasciata italiana.
Le deboli istituzioni libanesi, travolte dall'offensiva isrealiana, hanno poco o nullo margine di manovra; ciò che pare accomunare tutte le forze politiche è il biasimo nei confronti di Hezbollah. Il Primo ministro Nawaf Salam ha dichiarato illegali tutte le attività della milizia sciita che non siano attinenti alla sfera politica; Nabih Berr, potente Speaker della Camera e leader del partito sciita Amal, alleato storico di Hezbollah, ha scaricato neanche troppo velatamente il Partito di Dio all'indomani dell'attacco contro Israele.
Le elezioni parlamentari, previste a maggio, sono state rimandate a causa del conflitto e il mandato dell'attuale parlamento è stato prorogato di due anni – c'è da chiedersi se per allora ci sarà ancora un Parlamento, e un Libano indipendente.
Oltre agli attacchi aerei, da ieri IDF ha dato il via alle operazioni di terra: truppe israeliane hanno sfondato nella notte la Linea Blu, il fragile confine tra Libano e Stato Ebraico, e sono entrate in territorio libanese occupando l'area fino al fiume Litani, sotto gli occhi dei caschi blu di Unifil che si sono limitati a registrare la «violazione alla Risoluzione 701 dell'ONU»; nello stesso tempo l'esercito libanese arretrava di posizione – anche se cinque postazioni di IDF più due «zone tampone» che si sono aggiunte successivamente erano già presenti in Libano, nonostante le clausole del cessate il fuoco del 27 novembre 2024 ne prevedessero il ritiro. Le truppe hanno occupato la quasi totalità dei villaggi sul confine e, a quanto si apprende, al momento sono penetrate di 6 km in territorio libanese.
Il portavoce in lingua araba di IDF, Avichay Adrae, ha diramato ordini di evacuazione a tutta la popolazione della regione, chiedendo di spostarsi a nord del Litani.
Ci scrive Padre Antoine (nome di fantasia), sacerdote della diocesi greco-cattolica di Tiro e parroco di un villaggio sul confine: «Oggi è un tempo di preghiera e di profonda sofferenza. Molte famiglie delle parrocchie della Diocesi sono costrette a lasciare le loro case, portando con sé solo l'essenziale e lasciando dietro di sé tutto ciò che dava senso alla loro vita: ricordi, gioie, sicurezza. In queste ore siamo in cammino verso Beirut; alcune famiglie hanno impiegato fino a ventiquattr'ore per arrivare, altre sono ancora sulla strada. Oggi è il tempo del silenzio, della preghiera e della presenza accanto alle famiglie ferite e smarrite. Il mio primo dovere è restare vicino a loro, spiritualmente e umanamente».
Non tutti, però, hanno la fermezza di padre Antoine: il Paese è comprensibilmente nel panico e gli ordini di evacuazione, veri o presunti - perché c'è chi specula sulla paura della gente - gettano nel terrore interi quartieri, villaggi, città.
«Come è possibile adesso risanare qualcosa, dopo che l’intero Medio Oriente e la Penisola arabica sono in fiamme? In tanti, qui, già vivono un inferno: questa guerra ne creerà altri. Con morti, feriti, sfollati, distruzione. E poi rancori e vendette» ha dichiarato ad Avvenire monsignor César Essayan, francescano conventuale e vicario apostolico latino di Beirut (così si chiama il vescovo in terra di missione).
La domanda di monsignor Essayan è la domanda di un popolo intero: sarà possibile tornare indietro dall'orrore, o questa è veramente la fine?
In mattinata il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiamato il Presidente della Repubblica Aoun per significargli «il sostegno della Santa Sede al Libano e la sua disponibilità ad aiutare ad alleviare le sofferenze della popolazione libanese». Mentre infuriano le armi, forse questo è un piccolo, flebile segno di speranza.

