Governo Meloni sempre più fragile. Il rischio di un esecutivo tecnico
Non è solo una resa dei conti fra partiti e nei partiti, quella della maggioranza di governo è una crisi seria. E visto che nessuno rinuncerebbe alla pensione parlamentare, il rischio concreto è quello di non andare al voto e ritrovarci un governo Draghi bis.
Le nubi si addensano all’orizzonte per la maggioranza di governo, in un momento che appare sempre più denso di incognite politiche, istituzionali e giudiziarie. Non si tratta soltanto di fisiologiche tensioni interne o di normali oscillazioni nei sondaggi: ciò che emerge è una combinazione potenzialmente esplosiva di fattori che rischiano di mettere in discussione la tenuta stessa dell’esecutivo.
Uno dei fronti più delicati è quello del rapporto con la magistratura. Nelle ultime settimane si è diffusa, soprattutto negli ambienti della maggioranza, la percezione che una parte della magistratura possa essere tentata da una sorta di rivalsa, dopo il clima acceso che ha accompagnato il recente referendum. In questo contesto, si moltiplicano le letture politiche di ogni iniziativa giudiziaria, il che alimenta un clima di sospetto reciproco che non giova alla stabilità del sistema. L’idea di “avvoltoi” pronti ad aleggiare su Palazzo Chigi per imporre un cambio di esecutivo e disarcionare la Meloni è una metafora che circola con insistenza, segnale di un nervosismo crescente.
Parallelamente, il governo guarda con crescente preoccupazione ai numeri parlamentari. Gli ultimi sondaggi, infatti, rivelano che con l’attuale legge elettorale – il Rosatellum – non sarebbe affatto scontata una riconferma della maggioranza. Anzi, lo scenario più temuto è quello di un sostanziale pareggio al Senato tra i due principali schieramenti, una situazione che renderebbe inevitabile il ricorso a un governo di larghe intese o a un “governissimo”. Proprio per questo motivo, prende corpo l’ipotesi di un’accelerazione sulla riforma della legge elettorale, nel tentativo di correggere in corsa un sistema che oggi appare penalizzante per chi governa.
In questo quadro, si inserisce anche una riflessione più radicale: quella di un possibile ricorso alle elezioni anticipate. Secondo alcuni osservatori, la presidente del Consiglio potrebbe essere tentata da una mossa del genere, cioè dimettersi per capitalizzare un consenso ancora significativo e approfittare dell’assenza di una maggioranza alternativa credibile. Tuttavia, questa ipotesi si scontra con una serie di fattori di natura più concreta. Tra questi, non è secondaria la cosiddetta “fame di pensione” dei parlamentari: il traguardo dei quattro anni e sei mesi di legislatura rappresenta una soglia cruciale, e molti eletti potrebbero essere poco inclini a sostenere scelte che mettano a rischio il raggiungimento di tale obiettivo. In altri termini, diversi parlamentari di Lega e Forza Italia, certi di non essere più ricandidati o di non essere più rieletti, potrebbero decidere di appoggiare qualunque governo pur di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere.
Da qui prende forma un’altra possibilità, forse meno suggestiva ma più realistica: quella di un governo tecnico o di “salute pubblica”. In uno scenario di stallo parlamentare, una soluzione di questo tipo potrebbe trovare consensi trasversali, soprattutto se sostenuta da una forte legittimazione internazionale. Non a caso, torna a circolare il nome di Mario Draghi, figura che già in passato ha incarnato una sintesi tra esigenze politiche e credibilità istituzionale. Un suo eventuale ritorno sulla scena potrebbe riaprire anche il dossier Quirinale, rimasto in sospeso nel 2022, quando Super Mario aspirava a prendere il posto di Mattarella ma non vi riuscì.
Nel frattempo, le tensioni interne alla maggioranza non accennano a diminuire. I rapporti tra i partiti del centrodestra appaiono logorati da rivalità e sospetti reciproci, e si parla con insistenza di un possibile mini-rimpasto di governo. L’obiettivo sarebbe quello di riequilibrare gli assetti senza arrivare a un vero e proprio “Meloni bis”, che rischierebbe di alterare gli attuali rapporti di forza e di innescare nuove fratture.
A complicare ulteriormente il quadro, si registrano segnali di crescente insofferenza da parte del mondo produttivo. Confindustria, in particolare, ha assunto un atteggiamento assai duro, arrivando a lanciare veri e propri ultimatum sul decreto fiscale. Si tratta di un cambio di tono significativo, che riflette una perdita di fiducia nella capacità del governo di offrire risposte rapide ed efficaci alle esigenze dell’economia.
Infine, sullo sfondo, aleggia un precedente storico che molti evocano con inquietudine: quello del 1992. Allora, Bettino Craxi liquidò il caso di Mario Chiesa come un episodio isolato, definendo l’allora Presidente del Pio Albergo Trivulzio un “mariuolo”. Ma quell’arresto fu soltanto l’inizio di Tangentopoli, una valanga giudiziaria che travolse un’intera classe politica. Oggi, alcuni osservatori intravedono analogie inquietanti. La convinzione di aver già fatto pulizia interna, sacrificando alcune figure controverse, potrebbe rivelarsi illusoria se dovessero emergere nuove inchieste.
In questo senso, la linea adottata finora dal governo – quella di spingere alle dimissioni anche in presenza di semplici avvisi di garanzia – presenta un evidente rischio politico. Se tale criterio dovesse essere applicato in modo sistematico, ogni nuova indagine potrebbe trasformarsi in un elemento destabilizzante, consegnando di fatto alla magistratura un potere di condizionamento sull’agenda politica.
È un crinale sottile e pericoloso, quello su cui si muove oggi l’esecutivo. Tra pressioni giudiziarie, fragilità parlamentari, tensioni interne e segnali di sfiducia esterni, il margine di manovra si restringe. E mentre il quadro internazionale resta instabile, l’Italia si trova ancora una volta a fare i conti con le proprie fragilità strutturali. La domanda, a questo punto, non è solo quanto potrà durare questa maggioranza, ma quale sarà il prezzo politico della sua eventuale caduta.


