a cura di Anna Bono
  • Sudan del Sud, giovani senza domani

Gli studenti sfollati di Wau, Sudan del Sud

Dal 2013 il più giovane stato del mondo, il Sudan del Sud indipendente dal 2011, è in guerra. I vertici politici delle due etnie maggiori, Nuer e Dinka, hanno scatenato un conflitto per il controllo dello stato che si è quasi subito esteso alla popolazione divisa in tribù tradizionalmente ostili. Ormai i profughi – rifugiati all’estero e sfollati – sono oltre metà della popolazione: secondo le Nazioni Unite, 2,5 milioni i rifugiati e oltre cinque milioni gli sfollati su un totale di circa 13 milioni di abitanti. Wau, la seconda città del paese, è stata risparmiata dai combattimenti più cruenti. Vi sono quindi confluiti decine di migliaia di sfollati attualmente ospitati in cinque campi profughi. Uno è stato allestito all’interno del centro pastorale della diocesi e ospita circa 8.000 persone, per lo più fuggite dai villaggi vicini per sottrarsi agli scontri tra esercito e milizie antigovernative. Il missionario laico Matteo Perotti, che insegna matematica in un liceo gestito dai salesiani, ha parlato all’agenzia di stampa Sir, Servizio informazione religiosa, delle difficoltà degli studenti che tentano disperatamente di proseguire gli studi. Molti, che erano tornati a casa per le vacanze nel 2013, da allora non hanno fatto ritorno perché viaggiare via terra è quasi impossibile e non sono in grado di sostenere le spese di un viaggio aereo. “Altri – dice il missionario – hanno rinunciato per la difficoltà di mantenersi fuori sede dato il generale aumento del costo dei beni di prima necessità. Ma ce ne sono che non si abbattono e cercano di risparmiare ogni centesimo: c’è chi mangia una sola volta al giorno, altri addirittura una volta ogni due giorni, chi copia a mano i testi per non dover pagare le fotocopie. Purtroppo però il calo di rendimento è evidente: come ci si può concentrare se non si ha nulla nello stomaco?”. Da alcuni anni Matteo Perotti, grazie all’aiuto della Caritas diocesana di Como, sua città natale, ha potuto attivare delle borse di studio. Cerca di venire incontro soprattutto alle studentesse. “Ci sono ricerche – spiega – che dimostrano come l’innalzamento dei livelli di scolarizzazione, specie nelle donne, portino ad un generale miglioramento delle condizioni di vita di un Paese, almeno nel medio e lungo periodo. È quello che proviamo a fare. Alcuni dei miei studenti vivono nel campo sorto vicino alla cattedrale: mi capita di vederli studiare senza nemmeno un tavolino su cui appoggiarsi, senza corrente, ma sono determinati e decisi a completare gli studi. Noi cerchiamo di dare loro una mano”.