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ABORTO

Giornata per la Vita, rituale stanco perché dimentica le origini

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Basta andare a rileggersi l'Istruzione pastorale del 1978 che istituisce la Giornata nazionale per la Vita, finalizzata a educare e mobilitare contro l'aborto, per capire l'abisso che ci separa da quella Chiesa.

Editoriali 31_01_2026

47 anni e li dimostra tutti. Domani, prima domenica di febbraio, come ogni anno dal lontano 4 febbraio 1979 la Chiesa italiana celebra la Giornata nazionale per la vita. Ma sempre più stancamente, sempre più distrattamente: qualche prete lo ricorderà tra gli avvisi alla fine della Messa; un numero minore ne farà cenno durante l’omelia; all’esterno di diverse chiese eroici volontari dei Centri di Aiuto alla Vita venderanno le primule, fiore-simbolo, anche per autofinanziarsi; forse qualche parrocchia organizzerà un convegno o una veglia di preghiera. E poi si chiude e ci si dà appuntamento all’anno prossimo, sempre più stancamente, sempre più distrattamente.

Non aiuta certo la Conferenza Episcopale Italiana con i suoi messaggi per la Giornata, così generici da suscitare qualche buon pensiero (se va bene) e poco più. Prendiamo quello di quest’anno, dal titolo “Prima i bambini”: per carità, nulla di sbagliato, forse un po’ di eccesso sentimentale nella definizione di una «visione evangelica dell’infanzia» che sa tanto di Mulino Bianco; però poi un lungo elenco di violazioni dei diritti dei bambini su cui fare un esame di coscienza. E si va dai bambini «vittime collaterali delle guerre degli adulti» ai «bambini “fabbricati” in laboratorio», dai bambini-soldato a quelli «fatti oggetto di attenzioni sessuali». A un certo punto si citano anche «bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere», modo elegante di definire le vittime dell’aborto, parola che nel messaggio non viene citata neanche una volta.

Perché ci soffermiamo su quest’ultimo particolare? Perché la stanchezza e la distrazione rispetto alla Giornata per la Vita sono il frutto di una dimenticanza – per non dire della rimozione – dell’origine, del motivo per cui è stata istituita. Essa è infatti la risposta all’approvazione della legge 194 del 22 maggio 1978 che legalizza l’aborto in Italia, ma è anche figlia di una battaglia condotta dalla CEI fin dall’inizio degli anni ’70 per contrastare il tentativo di approvare una legge abortista; battaglia che a legge fatta la CEI intende continuare a tutti i livelli: ecclesiale, caritativo, culturale, politico.

Di quelle intenzioni oggi è rimasto praticamente nulla, se addirittura abbiamo eminenti prelati che parlano di legge 194 come «pilastro della società» e politici cattolici che «nessuno tocchi la 194».

Per capire meglio cosa è cambiato nella Chiesa in questi anni basta riprendere in mano l’Istruzione pastorale La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente, approvata dal Consiglio permanente della CEI nella sessione del 23-26 ottobre 1978, la stessa che istituisce la Giornata per la Vita alla prima domenica di febbraio. Essa si presenta come una vera e propria «catechesi sulla responsabilità relativa all’accoglienza della vita nascente» e una chiamata all’azione, sia nelle opere di accoglienza della vita nascente (per le madri, le famiglie, le comunità ecclesiali fino agli operatori socio-sanitari) sia nell’impegno socio-politico che arriva fino alla richiesta di «operare per un superamento della legge attuale, moralmente inaccettabile, con norme totalmente rispettose del diritto alla vita».

Tutto il documento è percorso dalla consapevolezza della gravità dell’aborto, definito «un grave crimine morale» e un «gravissimo peccato», fonte di gravi problemi sociali, e dall’urgenza educativa di agire per scongiurarlo.

E in occasione della terza Giornata per la Vita, il 1° febbraio 1981, la CEI, attraverso la Commissione per la famiglia, proponeva una serie di azioni tra cui: «In ogni S. Messa, si apra la Liturgia richiamando l'attenzione dei fedeli sulla vita come dono di Dio, e sulla necessità di difenderla dai rischi sempre più numerosi e più gravi. Tra questi va annotato il tentativo di rendere colpevole la maternità e di isolare la madre che rifiuta l'aborto»; «Se possibile, si promuova una veglia di preghiera, specie fra i giovani, secondo uno schema ben studiato e preparato»; la promozione di «interventi e dibattiti, conferenze e tavole rotonde»; interventi sui giornali, radio e tv locali; ma soprattutto «In una celebrazione eucaristica ben preparata, tuttavia, l'omelia deve considerarsi il punto più luminoso ed efficace della celebrazione della «Giornata ». Nessun mezzo di comunicazione sociale può sostituire il valore efficace dell'omelia domenicale».

Un altro mondo, un’altra Chiesa verrebbe da dire. Ma il motivo di tanta distanza sta nel nocciolo della questione che riguarda l’aborto, ben descritto nell’Istruzione del 1978. Pur non dimenticando «la triste presenza nella nostra società di cause sociali, di difficoltà economiche e legislative, di sofferenze psicologiche, ecc., che spesso favoriscono la tragedia dell'aborto», si pone l’accento sulla vera causa del ricorso a tale pratica: «La causa generale più determinante si ritrova nella disistima e nel rifiuto dell'assoluta intangibilità della vita umana non-ancora-nata. Ciò è frutto di una cultura che ritiene l'uomo un valore assoluto, svincolato da ogni legame con Dio e con una norma morale universale e immutabile, impegnato solo a perseguire il proprio benessere materialisticamente ed edonisticamente inteso, anche con la strumentalizzazione degli altri, sino a misconoscerne i diritti più sacri e inviolabili».

Più tardi Giovanni Paolo II avrebbe definito questa la «cultura della morte», che evidentemente ha contaminato anche la Chiesa affievolendo anche in tanti pastori il senso della sacralità della vita e della gravità unica dell’aborto. Così pian piano l’aborto – anche per amore del quieto vivere sociale – è finito, indistinto, nel lungo elenco di abusi sull’infanzia a cui volgere il pensiero almeno una volta l’anno.



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