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Dottrina sociale
a cura di Stefano Fontana

LA CHICCA

Fede e politica: la vera laicità, spiegata da sant’Alfonso

Il libretto “La fedeltà de’ vassalli verso Dio li rende anche fedeli al loro principe”, scritto nel 1777 da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, spiega che i governanti devono cercare prima di tutto la gloria di Dio, cui è legato anche il rispetto delle leggi.

Dottrina sociale 09_11_2023

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, all’età di 81 anni, nel 1777, scrisse il libriccino “La fedeltà de’ vassalli” (editato da Sellerio nel 2003) che può essere considerato un testo di Dottrina sociale della Chiesa, dato che riguarda il rapporto tra la fede cristiana e la vita politica. Il titolo completo e originale era il seguente: “La fedeltà de’ vassalli verso Dio li rende anche fedeli al loro principe”.

Sant’Alfonso era del parere che «quei sudditi che sono ubbidienti a’ precetti di Dio sono necessariamente ancora ubbidienti alle leggi de’ principi» e «quando i sudditi sono ubbidienti ai divini comandamenti, cessano le insolenze, i furti, le frodi, gli adulteri, gli omicidi. E così fiorisce lo stato, si conserva sommessione al sovrano e la pace tra le famiglie». Non bastano le leggi né i «supplizi minacciati dalle leggi» perché «la sola religione ingerisce e forma i sacri costumi nelle anime, e così ella opera che le leggi sieno osservate. Se non vi fosse la religione… rare volte gli uomini si farebbero forza a soddisfare i loro doveri».

Da qui il compito del monarca: «I monarchi sono tenuti d’invigilare sovra i loro vassalli acciocch’essi ubbidiscono a Dio. A un uomo privato basta che osservi la divina legge per salvarsi. Ma a un re non basta. Gli bisogna inoltre che si adoperi quanto può affinché i suoi sudditi osservino la divina legge, procurando di riformare i mali costumi e di estirpare gli scandali». La conclusione del santo è precisa: «Pertanto il fine principale de’ principi nel loro governo non dev’essere la gloria propria, ma la gloria di Dio. I principi che per la gloria propria trascurano quella di Dio vedranno perduta l’una e l’altra».

Da dove sceglierà il re i propri collaboratori? «Con modo speciale devono attendere i principi a tenere purgati i regni da gente di mala dottrina. Pertanto parecchi cattolici sovrani non ammettono al loro servizio né eretici né scismatici. Perciò anche proibiscono con sommo rigore che nel regno entrino libri infetti di dottrina avvelenata».

Per concludere: nessuna traccia in sant’Alfonso della laicità come la si intende oggi. Qualche commentatore spiega questo libretto facendo notare che il santo non aveva visto la Rivoluzione francese, vale a dire perché viveva in un’altra epoca. Per qualche altro, invece, giustamente questi principi sono validi oggi e sempre. (Stefano Fontana)