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È laica ma non troppo la Turchia che perseguita i cristiani

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In occasione della visita del Papa il Centro Europeo per la Giustizia e il Diritto denuncia violenze e discriminazioni contro la minoranza cristiana turca, passata in un secolo dal 20% allo 0,3%. Segno che il Paese sul Bosforo non rispetta nemmeno quella laicità dichiarata nella sua Costituzione.

Libertà religiosa 29_11_2025
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

Il Centro Europeo per la Giustizia e il Diritto (ECLJ) ha pubblicato nei giorni scorsi un report sulla Persecuzione dei cristiani in Turchia in occasione della visita di papa Leone XIV a Istanbul. L'organizzazione guidata da Grégor Puppinck afferma che anche la pubblicazione del rapporto – in coincidenza sia con il 1700° anniversario del Concilio di Nicea sia con l'incontro del Papa con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I nella festa di Sant'Andrea, fondatore della Chiesa di Costantinopoli – «sarà un'opportunità per dimostrare l'unità della Chiesa di Cristo». Il centro ECLJ ha anche promosso il 24 novembre scorso, in contemporanea all’uscita del report, una petizione da presentarsi alle istituzioni europee per chiedere che la Turchia rispetti la libertà religiosa e di culto di tutte le Chiese e dei fedeli cristiani. 

Il documento di 50 pagine denuncia il modello di violenza, discriminazione e pressione amministrativa vigente in Turchia, che mette in pericolo le comunità cristiane rimaste nel Paese. Si citano, tra l’altro, le recenti sparatorie, aggressioni e atti vandalici, affermando che «la violenza diretta contro i cristiani rimane una realtà in Turchia», aggiungendo che tali attacchi sono «raramente riconosciuti come crimini d'odio». L'ECLJ sostiene che questi incidenti si svolgono in un clima più ampio di ostilità, alimentato da quella che definisce una «crescente convergenza di narrazioni politiche, mediatiche e sociali» che ritraggono i cristiani come stranieri o sleali verso i principi laici della repubblica.  

I crimini d'odio anticristiani nel Paese sono più che raddoppiati tra il 2021 e il 2023, con i media filogovernativi che spesso associano i cristiani all'«imperialismo occidentale» o alle «minacce missionarie». La Turchia, un tempo culla del cristianesimo e sede delle Chiese apostoliche, ha assistito a un secolare processo di sradicamento della sua popolazione cristiana: dal 20% circa nel 1915 a meno dello 0,3% oggi. Questo declino è dovuto a genocidi, pogrom e politiche statali sistematiche che promuovono la creazione di una nazione turca e musulmana sunnita, etnicamente e religiosamente omogenea.

La ricerca di ECLJ esplora l'ostilità giuridica, istituzionale e sociale che i 257.000 cristiani rimasti continuano ad affrontare quotidianamente. Ad esempio. Nessuna Chiesa ha personalità giuridica, il che significa che non può possedere proprietà, assumere personale o trattare direttamente con lo Stato. Devono invece operare attraverso fondazioni comunitarie rigidamente regolamentate, che hanno perso ingenti proprietà a causa delle «espropriazioni orchestrate dallo Stato». La formazione del clero delle Chiese cristiane rimane limitata, come avvenuto dalla chiusura del seminario di Halki nel 1971 e l’espulsione o il rifiuto di residenza, dopo il 2016, di centinaia di pastori e operatori cristiani stranieri per motivi di sicurezza. Se l’ottimismo a seguito della visita di Leone XIV sarà fondato, lo verificheremo nelle prossime settimane.  

Anche i bambini cristiani incontrano ostacoli nel sistema educativo perchè, le lezioni di religione obbligatoria si concentrano quasi esclusivamente sull'islam sunnita e presentano il cristianesimo in modo impreciso o tendenzioso. Solo le minoranze riconosciute dal Trattato di Losanna del 1923 (greco-ortodossa, armena apostolica ed ebraica) possono richiedere esenzioni a tale insegnamento, lasciando cattolici, protestanti, siriaci e altri senza alternative. E sebbene la religione di ogni cittadino non sia più riportata sulle carte d'identità turche, l'appartenenza religiosa rimane memorizzata nel chip digitale dello stesso documento ed è accessibile ai funzionari pubblici.

Nello stesso report l'ECLJ esorta il Consiglio d'Europa, la Commissione di Venezia, l'Unesco e le Nazioni Unite di cui la Turchia è membro, ad affrontare seriamente il tema della discriminazione e le limitazioni alla libertà di culto e religione delle minoranze cristiane nel Paese guidato dal "Califfo del Bosforo", Recep Erdoğan. In particolare, al Comitato dei MInistri del Consiglio di Europa si chiede di aumentare la pressione politica sulla Turchia affinché attui le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo relative alle fondazioni religiose; alla Commissione di Venezia di aggiornare il parere del 2010 e di valutare i recenti sviluppi (espulsioni, ostacoli alla formazione del clero, pratiche amministrative) in Turchia; alle Nazioni Unite e tutti i suoi organi di richiedere alla Turchia di adottare una legge nazionale sulla libertà religiosa, cessando le espulsioni e delle misure amministrative contro i cristiani stranieri, raccomandando esplicitamente il riconoscimento giuridico di tutte le Chiese, la restituzione completa dei beni, la protezione dei convertiti, l’ abolizione degli strumenti amministrativi utilizzati per le espulsioni; ed infine, all’Unesco si chiede il coraggio la serietà di richiedere una valutazione dello stato dei siti del patrimonio cristiano, tra cui Santa Sofia, Chora e i monasteri siriaci.

Il mese scorso era stato un nuovo report dell'Alliance Defending Freedom (ADF) a denunciare come dal 2020, più di 200 lavoratori cristiani stranieri e le loro famiglie siano stati espulsi dalla Turchia, etichettati come «minacce alla sicurezza nazionale», per giustificare le espulsioni di massa, dopo che il Ministero dell'Interno aveva assegnato a queste persone dei cosiddetti "codici di sicurezza" (come N-82 e G-87), vietando di fatto il loro rientro e classificandoli come minacce alla sicurezza nazionale. Tutto ciò dimostra, tra l’altro, che la Turchia non rispetta per nulla quella laicità sancita dalla sua stessa Costituzione



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