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RIFORMA ELETTORALE

Due modelli politici a confronto: bipolaristi contro consociativisti

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Il vero scontro non è fra destra e sinistra, ma fra i sostenitori di un sistema politico bipolare (Fratelli d'Italia e Pd) e chi rema contro per continuare a fare da ago della bilancia. Fra questi soprattutto Renzi, attivissimo per ricostruire un "centro".

Politica 06_05_2026
Matteo Renzi (La Presse)

La politica italiana attraversa una fase di ridefinizione profonda, segnata da una frattura che non coincide più semplicemente con l’alternanza tra centrodestra e centrosinistra, ma che attraversa trasversalmente gli schieramenti: da un lato i “bipolaristi”, dall’altro i “consociativisti”. È una tensione che riguarda non solo le alleanze, ma soprattutto l’architettura del sistema politico e le regole del gioco, a partire dalla legge elettorale.

Le ultime notizie, con il passaggio di Marianna Madia dal Partito democratico a Italia Viva, seppure come indipendente, sono emblematiche di questo sommovimento. La scelta dell’ex ministra si inserisce in un disegno più ampio: rafforzare quella che Matteo Renzi definisce la “Casa riformista” e costruire un centro politico capace di incidere negli equilibri del centrosinistra. Non è un caso isolato. Nella stessa area si registrano malumori diffusi: figure come Graziano Delrio, Sandra Zampa e altri esponenti vicini a Lorenzo Guerini guardano con crescente distanza alla leadership di Elly Schlein, mentre Pina Picierno rappresenta a Bruxelles uno dei punti più visibili del dissenso interno.

Il nodo è politico e strategico insieme. Elly Schlein punta a consolidare il Partito democratico come perno di una coalizione chiaramente alternativa al centrodestra, con una vocazione maggioritaria che implica una selezione netta della classe dirigente e delle alleanze. Questo approccio, tuttavia, rischia di comprimere le ambizioni e la sopravvivenza politica dell’area riformista, che teme di essere marginalizzata anche nella composizione delle liste elettorali. Da qui il dilemma: restare e accettare una progressiva irrilevanza, oppure cercare nuovi approdi, come già fatto da alcuni con Azione o, appunto, con Italia Viva.

Sul versante opposto, ma con dinamiche non troppo diverse, anche il centrodestra vive tensioni analoghe. Giorgia Meloni lavora a una legge elettorale che rafforzi il partito dominante della coalizione, Fratelli d’Italia, consolidando una dinamica bipolare che premi chi arriva primo. Una logica che, se da un lato garantirebbe governabilità, dall’altro metterebbe in difficoltà gli alleati più deboli, a partire da una Lega in calo nei sondaggi e da formazioni minori come Noi Moderati.

In questo scenario si inserisce il terzo attore, il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte, pur mantenendo una posizione ufficialmente aperta al “campo largo”, avrebbe tutto l’interesse a un sistema che favorisca la competizione tra poli, nella prospettiva di erodere consenso al Pd e candidarsi come guida dell’intero schieramento progressista. Anche qui, dunque, la tentazione bipolare convive con strategie di posizionamento più complesse.

È proprio questa convergenza tra i leader principali — Meloni, Schlein e, in parte, Conte — a rendere evidente la frattura con i cosiddetti consociativisti. Questi ultimi, distribuiti in entrambi gli schieramenti, vedono nel proporzionale o in sistemi meno rigidi una possibilità di sopravvivenza politica e di maggiore influenza. Italia Viva, Azione, ma anche segmenti della Lega e altri partiti minori, temono che un sistema fortemente maggioritario li condanni all’irrilevanza. Al contrario, un assetto più frammentato potrebbe trasformarli in “ago della bilancia”, soprattutto in caso di equilibrio tra le coalizioni, magari al Senato.

Il risultato è una dinamica quasi paradossale: mentre i leader dei principali partiti lavorano per rafforzare il bipolarismo, una parte significativa del ceto politico rema nella direzione opposta, auspicando un sistema che favorisca la negoziazione pre e post-elettorale. Non si tratta solo di tattica, ma di visioni diverse della democrazia: da un lato la governabilità e la chiarezza del mandato elettorale, dall’altro la rappresentanza e la mediazione parlamentare.

In questo contesto si colloca il tentativo di Renzi di ricostruire un centro riformista, una sorta di “Margherita in miniatura” capace di attrarre pezzi del Pd e di dialogare con altre forze moderate. Il progetto, almeno per ora, procede a rilento, ma resta ambizioso: creare una piattaforma politica che possa diventare decisiva in un sistema non completamente polarizzato. Attorno a questa idea si muovono anche altre figure e iniziative, in una sorta di cantiere permanente del centro politico italiano.

Resta da capire se questo lavorio produrrà risultati concreti o se si infrangerà contro la logica maggioritaria che sembra guidare i principali attori. Molto dipenderà dalla legge elettorale che verrà approvata e dagli equilibri interni ai partiti, a partire dal Pd, dove la leadership di Schlein è chiamata a una prova decisiva. La segretaria punta a rafforzare il partito e a candidarsi come alternativa credibile a Meloni, ma deve fare i conti con una minoranza interna inquieta e con il rischio di ulteriori defezioni dopo quella di Madia.

La politica italiana si trova così in una fase di transizione, sospesa tra due modelli: uno competitivo e bipolare, l’altro frammentato e negoziale. La partita è aperta e il suo esito non determinerà solo chi governerà, ma anche come funzionerà il sistema democratico nei prossimi anni.