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COMUNICATO

Doppio rifiuto, i lefebvriani respingono le proposte di Roma

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Nessun dietrofront dalla Fraternità San Pio X dopo la richiesta della Santa Sede di sospendere le ordinazioni episcopali e riprendere il dialogo teologico. Don Pagliarani critica Müller per il fallimento dei passati colloqui e cerca di ingraziarsi Fernández facendo leva sul «todos, todos, todos». 
- Dossier: il caso FSSPX

Ecclesia 20_02_2026

«Se mi rallegro, ovviamente, di una nuova apertura al dialogo e di una risposta positiva alla proposta del 2019, non posso accettare, per onestà intellettuale e fedeltà sacerdotale, davanti a Dio e alle anime, la prospettiva e le finalità in nome delle quali il Dicastero propone una ripresa del dialogo nel presente frangente; né, contestualmente, la procrastinazione della data del 1º luglio». È doppio il rifiuto del Consiglio generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X alla proposta che il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede aveva rivolto a don Davide Pagliarani in occasione del recente incontro del 12 febbraio scorso.

Nel comunicato, che porta la data del 18 febbraio 2026, ma che è stato reso noto ieri, la FSSPX respinge l’idea di un dialogo finalizzato alla ricerca di un minimum per la regolarizzazione della propria situazione e, soprattutto, mantiene ferma la decisione di consacrare dei vescovi (secondo le nostre fonti sarebbero cinque) il prossimo 1° luglio, a prescindere dalla posizione che prenderà Leone XIV. Il Consiglio generale ha scelto di rendere pubbliche anche due lettere che testimoniano gli scambi recenti: la lettera di don Davide Pagliarani a mons. Guido Pozzo, allora Segretario della Commissione Ecclesia Dei (17 gennaio 2019), nella quale venivano proposti i temi di un nuovo scambio teologico; e la lettera (26 giugno 2017) che il cardinale Gerhard Müller, all’epoca prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva inviato a mons. Bernard Fellay, in qualità di superiore generale della FSSPX, indicando le condizioni necessarie per ristabilire la comunione con la Chiesa.

La Fraternità lamenta il lungo silenzio della Santa Sede dopo la proposta fatta nel 2019 per un confronto teologico, silenzio interrotto solo dopo il recente annuncio di nuove consacrazioni episcopali. Nella sostanza, la FSSPX respinge ogni possibilità di incontro sul piano dottrinale: «Sappiamo entrambi in anticipo che non possiamo metterci d’accordo sul piano dottrinale, con particolare riferimento agli orientamenti fondamentali adottati dopo il Concilio Vaticano II». I quadri della FSSPX ritengono peraltro che il clima attuale non sia propizio a causa della «minaccia ormai pubblica» di nuove sanzioni, dimenticando però che è stata la stessa Fraternità a mettere il Papa di fronte alla decisione irrevocabile già presa di consacrare nuovi vescovi.

Messa da parte la dottrina, la lettera del Consiglio generale rivela tutta la sua natura politica. L’obiettivo della Fraternità, come abbiamo già anticipato, non è il rientro giuridico nella Chiesa, che ai suoi occhi appare (a torto) come una quisquiglia di fronte alla oggettiva situazione drammatica in cui versa la Chiesa. La Fraternità non vuole affatto rientrare nella comunione gerarchica della Chiesa, che anzi teme come la peste, a causa della perdita di “libertà” che ne deriverebbe; e nemmeno ritiene possibile giungere ad un accordo dottrinale, dal momento che, ai propri occhi, gli unici vincoli esigibili deriverebbero da quanto la Chiesa ha insegnato infallibilmente nei 1960 anni precedenti il Vaticano II.

Si comprende dunque come il fumo negli occhi della FSSPX non siano affatto i modernisti, ma il cardinale Müller (e Benedetto XVI), reo di «una decisione unilaterale» che avrebbe «solennemente stabilito, a suo modo, “i minimi necessari per la piena comunione con la Chiesa Cattolica”, includendo esplicitamente tutto il Concilio e il post-Concilio»; l’ostinazione «in un dialogo dottrinale troppo forzato e senza sufficiente serenità», continua don Pagliarani, avrebbe a lungo termine aggravato la situazione. In pratica, la colpa del cardinale tedesco starebbe nell’aver posto delle condizioni più che ovvie per un accordo: accettare la Professio Fidei del 1988, cui ogni fedele cattolico è tenuto ad aderire e che viene richiesta previamente all’assunzione di un incarico ecclesiastico; accettare i documenti del Vaticano II e del Magistero successivo, secondo «il grado di adesione loro dovuto», come avviene per ogni documento del Magistero; accettare la validità e la legittimità del Rito riformato dopo il Vaticano II (il che non comporta né l’obbligo di celebrare secondo questo rito, né l’impossibilità di sollevare delle critiche sulla riforma liturgica). Tre condizioni elementari, che appaiono comunque inaccettabili per la FSSPX.

Don Pagliarani gioca così la carta di ingraziarsi Fernández nel modo più cinico e opportunista possibile, ossia mostrandosi nemico del suo nemico. È colpa di Müller, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, di tutti coloro che hanno insistito su un minimum dottrinale per giungere ad un accordo, se la nave si è arenata prima di giungere al porto. La soluzione suggerita dalla FSSPX è invece quella di ricordare a Fernández il suo “primo amore”, di ritornare nel campo amico di Francesco, nella prospettiva del «todos, todos, todos», dei casi particolari di Amoris Lætitia, dell’uscita dagli schemi: «Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso “l’ascolto” e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient’altro nel presente frangente».

Don Pagliarani e i suoi assistenti si mostrano dunque particolarmente sensibili alla linea “flessibile” di Francesco, quella che ha devastato la Chiesa per oltre un decennio e ha spinto molti cattolici, spesso in buona fede, a frequentare le cappelle della Fraternità per sottrarsi proprio a questa sciagura. E invece è proprio la “linea-Francesco”, a-dottrinale ed a-giuridica, che la Fraternità auspica; e non è un mistero che sia stato proprio Francesco il migliore interlocutore della FSSPX, la quale, forte dell’amicizia di Bergoglio con il secondo assistente generale, don Christian Bouchacourt, superiore del Distretto dell’America del Sud dal 2003 al 2015, ha cercato di sfruttare a proprio vantaggio le lacune del Papa argentino sulla dottrina e la sua allergia alla dimensione giuridica della Chiesa, per ottenere l’approvazione a continuare nella propria situazione scismatica. E il gioco era quasi riuscito: la Fraternità aveva infatti ottenuto “gratuitamente” la facoltà per le confessioni (fino ad allora invalide) e la possibilità per gli Ordinari di concedere l’autorizzazione di assistere ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità.

Il colpo successivo sarebbe stato proprio quello di chiedere a Francesco una “benedizione” per le consacrazioni episcopali, senza alcuna ricomposizione della comunione con la gerarchia cattolica. Ed è esattamente quello che la Fraternità domanda adesso a Fernández, chiedendogli di applicare la dottrina “francescana” della separazione tra dottrina e pastorale: «nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa», riconoscendo «il valore del bene che essa [FSSPX] può compiere, nonostante la sua situazione canonica». Dopo l’adulterio, anche lo scisma è ormai divenuto un “bene possibile”.



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