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Dietro le sbarre

Detenuti cristiani nelle carceri pakistane

Un rapporto della Conferenza episcopale del Pakistan documenta le condizioni particolarmente difficili dei prigionieri cristiani specie se accusati di blasfemia

“Speranza dietro le sbarre”è il titolo di un rapporto pubblicato dalla Commissione nazionale Giustizia e Pace della Conferenza episcopale del Pakistan che ne ha fatto pervenire una copia all’agenzia di stampa Fides. Riporta il risultati di una ricerca svolta nell’arco di quasi tre anni sulla condizione dei carcerati cristiani e indù. Nel presentare il rapporto la Commissione ha espresso “profonda preoccupazione per il trattamento dei detenuti appartenenti a minoranze religiose negli istituti di pena” e in particolare per il “trattamento disumano riservato ai prigionieri cristiani”, resi vulnerabili dalle discriminazioni e dagli abusi inflitti loro in quanto appartenenti a una fede minoritaria. In Pakistan ci sono 128 istituti carcerari che possono ospitare circa 66.000 detenuti. Ufficialmente quelli non musulmani sono 1.180, ma potrebbero essere di più dal momento che, secondo testimonianze raccolte dalla Commissione, in un solo carcere, quello di Kot Lakhpat a Lahore, i cristiani risultano essere più di 500. Le condizioni generali nelle prigioni pakistane sono difficili a causa di sovraffollamento, scarsità di cibo e di acqua potabile, inadeguatezza dei servizi igienici e dell’assistenza sanitaria. Tutti questi problemi si aggravano e “colpiscono in modo sproporzionato i detenuti appartenenti a comunità minoritarie”. I detenuti cristiani e indù, spiega il rapporto, una volta scoperta la loro identità religiosa, sono trattati male, spesso “sono considerati ‘intoccabili’ e vengono loro assegnati compiti degradanti”. Il rapporto contiene testimonianze di cristiani detenuti per blasfemia o per reati connessi alla religione, tra cui quella di Zakria John, incarcerato con l'accusa di aver linciato due musulmani dopo i due attentati suicidi a due chiese nell’insediamento cristiano di Youhanabad, a Lahore, il 15 marzo 2015. “Circa 100 cristiani – ha raccontato John – sono stati accusati di aver linciato due musulmani e di aver partecipato a saccheggi e atti di vandalismo. Per quasi tre mesi la nostra posizione è rimasta segreta. Durante la detenzione siamo stati costretti a bere acqua dai Lotas (i contenitori solitamente usati nei bagni). Unodi noi apriva la bocca mentre un altro versava l'acqua dal contenitore”. La prigione forniva solo sei piatti per 100 detenuti: “ci alternavamo a mangiare. Inizialmente eravamo confinati in una stanza precedentemente utilizzata per i pazienti affetti da tubercolosi, con siringhe usate sparse ovunque. Siamo rimasti in queste condizioni per tre mesi. Un operatore ci forniva occasionalmente frammenti di sapone, anche se veniva interrogato quando veniva scoperto. Dopo aver usato il bagno, spesso dovevamo lavarci le mani strofinandole contro il muro”. Dopo tre mesi, è stato loro concesso di ricevere visite dai familiari che portavano piatti, sapone e altri beni di prima necessità. “In seguito gli altri detenuti ci hanno informato che sapone, coperte e altri beni di prima necessità avrebbero dovuto essere forniti dall’amministrazione carceraria. Invece ci sono stati sistematicamente negati”. La Commissione sostiene di aver svolto la sua indagine con difficoltà, ostacolata dalla mancanza di collaborazione da parte delle autorità che ha rallentato la raccolta di informazioni. La situazione peggiore è quella dei detenuti condannati per blasfemia.