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SANTI DA LEGGERE / 14

Dalle inquietudini alla luce: l’Agostino delle Confessioni

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Dopo una giovinezza vissuta tra piaceri e dottrine erronee, Agostino approda in Italia. Qui, a Milano, conosce Ambrogio e la sua vita inizia a svoltare, fino alla conversione, favorita anche dalle preghiere della madre.

Cultura 12_01_2026

L’inquietudine della giovinezza

Nato nel 354 a Tagaste, nell’attuale Algeria, Agostino cresce in un crocevia culturale dell’Impero romano ormai in crisi: un’Africa latina vivace, colta, ma attraversata da tensioni religiose e politiche. La madre, santa Monica, gli trasmette la fede cristiana; il padre, pagano, punta invece sulla carriera e decide di mandarlo a Cartagine per formarlo come oratore e giurista.

Quando Agostino arriva nella grande metropoli africana, nel 370, è un giovane brillante e inquieto. Si è già allontanato dall’educazione materna e si lascia sedurre dal successo, dallo studio della retorica e dai piaceri della città. A Cartagine conosce una giovane donna con cui vivrà insieme quindici anni e da cui avrà un figlio, Adeodato.

Proprio lì, però, qualcosa si incrina. Agostino comincia a percepire i limiti di una retorica che vince ma non convince, che persuade ma non illumina. La filosofia lo afferra, soprattutto grazie all’Hortensius di Cicerone, che lo spinge a cercare la sapienza come bene supremo.

L’illusione manichea

Nel 373 entra in contatto con il manicheismo, una dottrina che immagina il mondo come un campo di battaglia tra due principi eterni, Bene e Male. Una visione affascinante, semplice, rassicurante: il male non è colpa tua, è una forza esterna. Agostino la abbraccia con entusiasmo e la diffonde con il suo talento oratorio, ma resta sempre un uditore, mai un iniziato. Qualcosa non torna. La delusione esplode quando incontra Fausto, il vescovo manicheo che tutti gli descrivevano come un genio. Invece Agostino scopre un uomo brillante ma vuoto, incapace di rispondere alle sue domande più profonde. È il primo vero distacco.

L’Italia e l’incontro che cambia tutto

A 29 anni lascia l’Africa. Va prima a Roma, poi a Milano, grazie all’appoggio del potente Simmaco, che spera di contrapporre il giovane professore al vescovo Ambrogio, ormai celebre in tutta la città. Agostino si avvicina ad Ambrogio con spirito critico: vuole analizzare la sua eloquenza, smontarne i discorsi. Ma accade l’imprevisto. L’uomo lo conquista, prima con la sua accoglienza paterna, poi con la profondità delle sue omelie. Fu la stessa Provvidenza, a detta di Agostino, a indirizzarlo verso Ambrogio, come leggiamo nel V libro delle Confessioni:

«La tua mano (di Dio) mi conduceva a lui (Ambrogio) senza che io lo sapessi, per essere condotto, cosciente, da lui a Te. Egli, l’uomo di Dio, mi accolse con bontà paterna: da buon maestro accolse il pellegrino. Presi subito ad amarlo, sulle prime, purtroppo, non come un maestro di quella verità che io non speravo affatto di trovare nella tua Chiesa, ma per la sua bontà verso di me. Ero assiduo ascoltatore delle spiegazioni che teneva al popolo, non con lo scopo con cui avrei dovuto, ma quasi per giudicarne l’eloquenza, se conforme alla fama, […] e pendevo dalle sue labbra, attratto dalle sue parole, ma non interessato».

Senza accorgersene, ricorda nelle Confessioni, Agostino «si avvicinava alla salvezza a poco a poco». Milano diventa il luogo della svolta. Monica raggiunge il figlio e continua a pregare per lui. Agostino, intanto, comprende che la verità non è un’idea astratta, ma una persona: Cristo.

«Prendi e leggi»: la metànoia

Il momento decisivo arriva nel 386. Agostino è sconvolto, in crisi, in lacrime. All’improvviso sente una voce di bambino ripetere: «Prendi e leggi». Interpreta quelle parole come un segno. Scrive ancora Agostino nelle Confessioni:

«Avevo sentito dire di Antonio [sant’Antonio abate, ndr] che ricevette un monito dal Vangelo, sopraggiungendo per caso mentre si leggeva: “Va’, vendi tutte le cose che hai, dalle ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi”. Egli lo interpretò come un oracolo indirizzato a se stesso e immediatamente si rivolse a Te. Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva». (Sant’Agostino, Confessioni VII)

È la scintilla. In quell’istante, «tutte le tenebre del dubbio si dissiparono». È la sua metànoia: un cambiamento radicale, interiore, definitivo.

Il battesimo e la nuova vita

Nel 387 Ambrogio lo battezza nella notte di Pasqua. Agostino sente che la verità che aveva inseguito per anni era sempre stata accanto a lui. Celebre la sua confessione: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova». Una frase che oggi risuona come una delle più alte dichiarazioni d’amore spirituale della storia.

Poco dopo, a Ostia, mentre stanno per tornare in Africa, Monica muore. Le sue preghiere hanno trovato compimento. La Chiesa la ricorda liturgicamente il 27 agosto, un giorno prima della memoria di Agostino.

Il vescovo che ha cambiato il pensiero occidentale

Tornato a Tagaste, Agostino viene ordinato sacerdote nel 391 e, quattro anni dopo, diventa vescovo di Ippona. Guiderà quella comunità fino alla morte, nel 430, mentre la città è assediata dai Vandali.

Nel frattempo scrive opere che segneranno per sempre la cultura europea: dalle Confessioni alla Città di Dio. Al centro, un’idea semplice e rivoluzionaria: l’uomo è ciò che ama. Se ama la terra, sarà terra. Se ama Dio, sarà di Dio. E soprattutto: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Non un invito al capriccio, ma alla responsabilità dell’amore autentico: se la radice è buona, anche i frutti lo saranno.

Nelle prossime puntate seguiremo le tracce che sant’Agostino ha impresso nella letteratura europea, dal Medioevo ai nostri giorni.



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