Da Mastella a Roccella: perché l'algoritmo non ferma l'odio?
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Di fronte ai casi di odio social nei confronti di Mastella e Roccella viene da chiedersi se non sia il caso di limitare la diffusione algoritmica dei contenuti d'odio, ridurne la visibilità, accelerarne la verifica da parte di moderatori umani e sospendere rapidamente gli account recidivi.
C'è un confine che una società civile non dovrebbe mai oltrepassare. È quello che separa il dissenso dall'odio, la critica dall'insulto, il confronto dalla disumanizzazione dell'altro. Eppure quel confine, soprattutto sui social network, viene violato ogni giorno con una frequenza ormai impressionante. L'ultima cronaca offre esempi che dovrebbero interrogare tutti, ben oltre gli schieramenti politici o le simpatie personali.
A Clemente Mastella, che aveva parlato pubblicamente delle proprie condizioni di salute, è stato augurato di morire tra atroci sofferenze. Non una critica politica, non un giudizio sul suo operato, ma l'auspicio della morte. Alla ministra Eugenia Roccella, travolta dal dolore per la scomparsa del marito in lago e dall'incertezza di poter persino celebrarne i funerali, sono stati rivolti commenti sprezzanti, privi di qualsiasi forma di umanità. Quando il dolore personale diventa occasione per infierire, significa che qualcosa si è profondamente incrinato nel tessuto antropologico della nostra convivenza.
Non sono casi isolati. Negli ultimi anni quasi ogni personaggio pubblico è stato bersaglio di campagne d'odio. Giorgia Meloni ha ricevuto migliaia di minacce e auguri di morte; Matteo Salvini è da tempo oggetto di violenze verbali quotidiane; Elly Schlein viene insultata con attacchi personali e sessisti; Liliana Segre continua a vivere sotto scorta anche per le continue minacce ricevute attraverso la rete. L'elenco potrebbe continuare a lungo e comprende giornalisti, magistrati, artisti, sportivi e semplici cittadini finiti improvvisamente nel tritacarne mediatico.
La matrice politica cambia di volta in volta, ma il fenomeno è trasversale. L'odio non ha colore. Colpisce chiunque venga percepito come un bersaglio utile per scaricare rabbia, frustrazione e risentimento.
Gli haters rappresentano probabilmente il volto più visibile di un disagio più profondo. Sarebbe semplicistico ridurre tutto a una questione di cattiva educazione. In molti casi emerge una miscela di frustrazione personale, isolamento sociale, incapacità di gestire le proprie emozioni, bisogno patologico di attenzione e progressiva perdita dell'empatia. La distanza garantita dallo schermo produce un effetto di deresponsabilizzazione che la psicologia conosce bene: ciò che non si direbbe mai guardando una persona negli occhi viene scritto con leggerezza dietro una tastiera.
Il problema, però, non riguarda soltanto i singoli individui. Riguarda l'ecosistema digitale nel quale questi comportamenti prosperano. I social network sono costruiti su algoritmi che premiano l'interazione. E l'indignazione, la rabbia e il conflitto producono più clic, più commenti, più permanenza sulle piattaforme. In altre parole, l'odio genera traffico e il traffico genera ricavi pubblicitari. Non significa che le piattaforme vogliano diffondere l'odio, ma è evidente che il loro modello economico spesso finisce per amplificarlo.
Negli ultimi anni sono stati compiuti alcuni passi avanti nella moderazione dei contenuti, ma la sensazione diffusa è che si intervenga quasi sempre troppo tardi, quando il danno reputazionale o psicologico è già stato prodotto. Nel frattempo migliaia di messaggi offensivi rimangono online, vengono condivisi, imitati e normalizzati.
Il rischio più grave è proprio questa normalizzazione. Se augurare la morte a una persona diventa una forma accettabile di partecipazione al dibattito pubblico, significa che il livello della convivenza democratica si è abbassato drasticamente. Si crea una spirale nella quale l'insulto sostituisce l'argomento e la violenza verbale diventa linguaggio ordinario.
La libertà di espressione resta un principio irrinunciabile e nessuna democrazia dovrebbe imboccare la strada della censura preventiva. Criticare un politico, contestare un giornalista o dissentire da uno scienziato è un diritto fondamentale. Ben altra cosa è augurare la morte, insultare chi soffre, perseguitare una persona con campagne coordinate di odio o trasformare il dolore privato in un'occasione di pubblico ludibrio.
Per questo serve una responsabilizzazione diffusa. Gli utenti devono essere consapevoli che dietro ogni profilo esiste una persona reale, con una famiglia, una fragilità, una dignità che non viene meno per il ruolo pubblico ricoperto. L'anonimato o la distanza digitale non possono costituire una licenza morale per qualunque comportamento.
Ma una parte importante della responsabilità ricade inevitabilmente anche sulle piattaforme. Oggi l'intelligenza artificiale è perfettamente in grado di individuare, con margini di accuratezza sempre maggiori, contenuti caratterizzati da minacce, auguri di morte, incitamento alla violenza, molestie reiterate e linguaggio gravemente offensivo. Non si tratta di cancellare automaticamente opinioni scomode né di costruire sistemi di censura ideologica, bensì di limitare la diffusione algoritmica dei contenuti d'odio, ridurne la visibilità, accelerarne la verifica da parte di moderatori umani e sospendere rapidamente gli account recidivi.
Occorre inoltre rafforzare la certezza delle conseguenze. Troppo spesso chi insulta si sente protetto dall'impunità. Invece diffamazione, minacce e istigazione all'odio sono comportamenti che possono integrare precise responsabilità giuridiche, anche se commessi dietro uno smartphone.
La battaglia culturale, tuttavia, resta la più importante. Nessuna tecnologia potrà sostituire l'educazione al rispetto, all'empatia e alla responsabilità individuale. La scuola, la famiglia, i mezzi di informazione e le istituzioni hanno il compito di ricostruire un linguaggio pubblico che distingua il confronto dalla violenza verbale.
Gli haters non rappresentano la maggioranza degli utenti, ma sono sufficientemente rumorosi da alterare la percezione della realtà e da intimidire molte persone, inducendole al silenzio. Se lasciamo che siano loro a dettare il tono del dibattito pubblico, perdiamo tutti. Perché una società nella quale il dolore diventa motivo di scherno e la morte un auspicio rivolto all'avversario non è semplicemente una società più maleducata: è una società che rischia di smarrire il senso stesso della propria umanità.
