Cristo è il grande assente nel Guareschi "dimezzato" di Rai1
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La fiction diretta da Andrea Porporati riscopre il padre di don Camillo e Peppone ma ne offre un ritratto parziale: mancano la drammatica esperienza nei lager e la sua profonda fede, senza la quale però non si può capire la sua opera. Una scelta voluta e un'occasione perduta.
Con una periodicità pressoché stagionale, da anni la televisione ripropone i film del ciclo di don Camillo, liberamente ispirati ai racconti dello scrittore della Bassa, Giovannino Guareschi. Il favore presso il pubblico è sempre di grado elevato, e ciò ha consentito il perpetuarsi della popolarità delle "maschere" di don Camillo e Peppone, ma non sempre ha reso pienamente merito al loro creatore, autore italiano tra i più letti e conosciuti anche fuori dal nostro Paese. Il film per la TV Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano ha voluto raccontare la sua vita, affascinante come i suoi romanzi. Tuttavia, è risultata un’occasione perduta.
La fiction ha preso in considerazione un decennio, quello tra il ritorno dai lager nazisti e l’ingresso in carcere dopo la condanna per diffamazione a mezzo stampa di Alcide Degasperi. In questo periodo Guareschi realizzò due tra le più importanti saghe letterarie del Novecento italiano: quella di don Camillo e Peppone, ovvero quella realtà, quel microcosmo di Mondo Piccolo, in cui si riflettono i profondi drammi civili e politici del secolo appena trascorso, e la saga familiare autobiografica, dove Guareschi riuscì a fare di se stesso, della propria consorte Ennia (chiamata Margherita nella finzione letteraria) e dei propri figli Alberto e Carlotta (in arte Albertino e la Pasionaria), i protagonisti di un ciclo narrativo assolutamente unico nel panorama della letteratura italiana. E tutto questo per raccontare le vicende eterne del vivere umano: l’amore e l’amicizia, la fedeltà e il tradimento, la rabbia, il rapporto tra le generazioni, la morte.
La fiction trasmessa da Rai1 ha mostrato un Guareschi strettamente legato alla sua terra, ai suoi umori, alla sua civiltà. Ha avuto momenti anche commoventi, soprattutto grazie al personaggio probabilmente più riuscito, quello di Lina Maghenzani, la madre di Giovannino, maestra nella vita ma che fu anche maestra di vita per il figlio. Fu da lei che imparò la fede cristiana, una fede che nel film purtroppo non è visibile. Il regista, Andrea Porporati, ha ammesso che questa è stata una scelta voluta: mostrare la sua fede avrebbe rischiato di risultare cosa non gradita agli spettatori non credenti. Ancora una volta per la cultura dominante, sia di sinistra che di destra, il cristianesimo viene visto come “divisivo” e quindi da accantonare.
Infatti nel film non compare – neppure accennato – il terzo grande protagonista di Mondo Piccolo, oltre a Peppone e Don Camillo: il Cristo dell’altare. Eppure non si può capire Guareschi se non si tiene in considerazione la sua fede cattolica profonda. Non si capisce nemmeno il suo anticomunismo, che non era tanto ideologico, ma motivato dal fatto che l’ideologia marxista si proclamava nemica di Cristo.
Il sentimento religioso si era radicato in Giovannino fin dall’infanzia, attraverso l’insegnamento retto e cosciente della mamma, attraverso la passione per I promessi sposi – il libro in cui fa da indiscussa protagonista la Provvidenza – e attraverso figure come padre Lino Maupas, un frate che aiutava i poveri di Parma. Guareschi ebbe modo di incontrare diversi sacerdoti che contribuirono a fargli creare il personaggio di don Camillo, che non è una figura caricaturale pronto solo a far baruffa con Peppone.
Ciò che colpiva Guareschi nella figura del sacerdote era l’attaccamento a Cristo, l’appartenenza totale a Lui: fede, speranza e carità, queste erano per lo scrittore della Bassa le pietre miliari di un buon sacerdote e di un buon cristiano.
Il cristianesimo, e nient’altro, era ciò che aveva dato a Guareschi il senso del dovere, la passione al lavoro svolto bene, e infine l’amore e l’attenzione al prossimo. Tutto questo Guareschi lo aveva messo in pratica nella propria vita personale.
Oltre alla fede, nella fiction si è avvertita la mancanza di un riferimento chiaro a quella che era stata l’esperienza più importante della sua vita: i due anni di internamento nei lager nazisti.
Le decine di migliaia di IMI – internati militari italiani – tra cui si trovava Guareschi rappresentavano l’Italia migliore, quella da cui si sarebbe potuto ripartire per ricostruire sulle macerie materiali e morali della guerra. Quei due anni atroci di lager produssero in Giovannino un profondo cambiamento. Anzitutto fisicamente: perse tutto il sovrappeso e divenne magrissimo. Quando tornò a casa nell’ottobre del 1945, dove inizia la fiction, pesava 40 chili. Per nascondere la tristezza del suo volto emaciato si fece crescere un paio di notevoli baffoni neri, che adornarono il suo ritratto fino alla morte.
Anche se la speranza non era venuta meno, sostenuta dall’amore per la sua donna e i suoi figli, tuttavia il lager fu un’esperienza di desolazione, di depressione, di angoscia. Una notte oscura in cui Giovannino approfondì la sua confidenza con Dio. La fede non venne mai meno, e nelle lettere che scriveva a casa alla moglie e ai suoi cari troviamo frequenti riferimenti alla Divina Provvidenza.
Giovannino si pose dunque in una prospettiva di fede e di abbandono fiducioso, che gli permise di pronunciare la celebre frase «non muoio neanche se mi ammazzano», che non era semplicemente un’espressione di ostinato volontarismo e di coraggiosa intraprendenza, ma esprimeva la fede in un Dio che non era morto, anche se lo avevano ammazzato in croce.
Sarebbe stato bello vedere anche solo alcuni momenti – magari in flashback – dell’esperienza del lager.
La fiction comunque ha avuto il merito di parlare finalmente di uno scrittore che è stato vittima di censure ideologiche, ma che nonostante tutto è lo scrittore italiano più tradotto nel mondo, e che continua ad affascinare generazioni di lettori. L’Italia vera, profonda, del Novecento, non sta in quei prodotti letterari, elucubrazioni astratte partorite dai salotti metropolitani, dalle conventicole intellettuali legate agli “ambienti che contano”, ma è magistralmente descritta nelle pagine di Mondo Piccolo, a volte drammatiche, spesso incantevoli come fiabe, ma sempre e comunque vere.
La fiction ce ne ha dato un’immagine, un po' parziale e limitata, focalizzandosi solo su alcuni personaggi e alcuni temi. Sarebbe stato bello e istruttivo, come amava dire, mostrare i suoi ultimi giorni, che lo videro emarginato, nonostante il grande successo dei suoi libri e dei suoi film, un po' triste, soprattutto per l’evoluzione che aveva preso la società (morì nell’estate del 1968) e soprattutto la Chiesa. Era molto preoccupato – e ne scriveva – della piega che aveva preso il postconcilio. Ma non aveva perso la speranza.
Questo era il vero Guareschi, un genio letterario, un maestro di umanità, ma soprattutto un grande cristiano.
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