Cristiani in Egitto, storie di ordinaria discriminazione
Ufficialmente il governo promuove una politica di tolleranza, ma a livello locale l'ostilità degli islamici contro i cristiani è palpabile. Appunti da un viaggio in Egitto.
Camminando tra le stradine più interne dei bazar egiziani, al Cairo, dominate dalla presenza islamica ci si può imbattere anche – e piacevolmente – in una chiesa cattolica, dove le persone cristiane occidentali di pelle bianca e in generale le donne senza burqa, hijab, niqab o chador possono sentirsi a casa, o comunque meno osservate.
Ci capita anche di conoscere un sacerdote, un frate, e un giovane uomo di fede cristiana che studia teologia. Su richiesta del prete, ci presenta e condivide la conoscenza di altri cristiani che come loro vivono in Egitto. È nata così l’occasione di entrare per qualche giorno nelle loro vite, ascoltando numerose testimonianze.
«Il lavoro per i cristiani in tutto l’Egitto è un problema. In polizia, nelle banche, nel mondo del cinema i musulmani entrano prima a lavorare, se sei cristiano è più difficile. Se vuoi recitare in teatro e sei musulmano puoi farlo anche senza grossi titoli, se sei cristiano devi invece aver frequentato costose accademie»: ce lo confida – con un po’ di tremore e sottovoce – il giovane uomo. ma incontrando altri cristiani appare chiaro che il suo disagio è quello di tutti. Lì i cristiani patiscono una vita più dura di quella dei musulmani, solo perché cristiani.
Altri intervengono: «Sul lavoro, in tutti i lavori, i cristiani sono sottoposti ai musulmani. Formalmente i direttori devono essere di fede islamica, anche laddove i cristiani abbiano più titoli e competenze. Un cristiano non può impartire formalmente disposizioni ai musulmani, poi però nella pratica i musulmani si avvalgono delle competenze dei cristiani. I musulmani accettano di assumere i cristiani perché ne apprezzano l’onestà e ne riconoscono l’impegno, ma li vogliono sottomessi».
Durante una cena un cameriere evidentemente islamico si rifiutava di servire chi avesse una croce appesa al collo. Lo ha sostituito il caposala che, essendo amico del giovane studente di teologia, ha confidato sottovoce di essere costretto a non manifestare la sua fede cristiana nel ristorante. Altrimenti non sarebbe mai diventato caposala. Non è l’unico.
Si è poi seguito il consiglio di prendere un taxi per visitare le strade in salita del Monte Mokattam del Cairo, dove lo stesso tassista egiziano sconsigliava di abbassare i finestrini, men che meno di scendere a piedi o di rimanere senza gente del posto accanto, perché l’odio verso gli occidentali avrebbe portato sicuramente guai.
Molti cristiani vivono ammassati e frustrati tra quelle strade in salita, disperate e sporche, in una città come Il Cairo dove ci sono anche lussuosi ristoranti sul Nilo, o in cima a una torre con vetrate panoramiche girevoli. I finestrini lì è bene tenerli effettivamente alzati, per cercare d’inalare il meno possibile un onnipresente puzzo di immondizia, che in quel tratto derelitto della megalopoli egizia impera indisturbata. Al Cairo le cose strane sono più di una. Tra queste vi è sicuramente la presenza di un centro abitato in un cimitero. Ma vi è anche un quartiere munito di grandi cartelli e murales cristici e mariani in mezzo a fatiscenti abitazioni senza porte né finestre, affollate tanto da un considerevole numero di persone egiziane in povertà quanto da enormi sacchi d’immondizia. Per quelle vie non asfaltate, irregolari e piene di piccoli crateri si vedevano passare camion carichi di montagne di spazzatura: si tratta della zona in cui i rifiuti dell’intera megalopoli vengono smistati a mano e differenziati, nelle stesse abitazioni.
Giungendo in cima alla salita del Monte Mokattam, che da lontano appare come una cava, si può finalmente visitare il complesso rupestre del monastero copto ortodosso di San Simone detto “il Conciatore”, dove una comunità cristiana custodisce tre spazi sacri in cui vengono celebrate le funzioni religiose. Lì il puzzo delle strade sottostanti sale senza tregua, seppur attenuato dalla maggiore altura.
Malgrado una giovane che lavora nell’accoglienza in monastero sottolineasse che i cristiani vivono sparsi per la capitale egizia, agli occhi occidentali quella zona non può non apparire come una specie di ghetto dei cristiani più poveri. Molti di essi sono costretti ad abitare nonché a lavorare lì a causa della fame o delle avversità, su un territorio che anche socio-economicamente è dominato dall’islam.
Per comprendere come sia percepito il presidente egiziano al-Sisi in seno alle comunità e alle famiglie cristiane, basta entrare in sintonia con più di qualche persona autoctona. Chiacchierando si può evincere che al-Sisi parla bene dei cristiani e ha tentato di promuovere una riconciliazione tra fedi differenti, ma la reazione maggiore che ostacola il percorso di equità tra religioni è quella delle autorità locali. Queste, varie volte, omettono di proteggere adeguatamente i cristiani dalle minacce, dai pregiudizi ideologici e dalle ingiustizie. La inferiorizzazione dei cristiani è molto diffusa tra i ceti popolari islamisti della parte settentrionale dell’Egitto, e diventa più radicale nelle aree rurali.
In molti spaccati della società egiziana i cristiani subiscono ancora vessazioni e persecuzioni. Vari gruppi islamisti molestano donne cristiane per strada, bullizzano bambini cristiani nelle scuole in quanto “infedeli”. Talvolta accade persino che folle di fondamentalisti costringano famiglie notoriamente cristiane ad abbandonare le proprie case, anche con false accuse di blasfemia.
C’è uno scarto tra il Paese legale, ufficialmente tollerante, e il Paese reale, dominato dall’ostilità anticristiana.
