Contenti? La famiglia nel bosco è stata rieducata
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Dopo quattro mesi senza moglie e figli, Nathan capitola: «La testa è cambiata, ci adegueremo agli standard e rispetteremo le regole». L'intervista a Repubblica è un caso emblematico di rieducazione alla cinese. Il segnale che il ricongiungimento ora è possibile.
«La mia testa è cambiata. È stato necessario per tornare insieme». La rieducazione della famiglia nel bosco è completa. E ha il formato di un’intervista che – vedrete – ha tutta l’aria di essere il segnale che Nathan Trevallion è finalmente capitolato. È la condizione per poter riabbracciare i suoi figli e la moglie e c’è da stare sicuri che da ora in poi, assisteremo al ricongiungimento famigliare tanto atteso.
La casa? La allargheranno con un progetto di bioedilizia (come piace ai dettami green), faranno il bagno a secco e aggiusteranno gli infissi. E poi si collegheranno alla rete elettrica e a quella idrica. Non sentirete mai più parlare di unschooling. Si adatteranno ad una home schooling on line sotto la supervisione dei servizi. Sicuramente più controllata e addomesticata di ogni altra esperienza di scuola parentale italiana. Perché ciò che si vuole raggiungere è il controllo, non la libertà di educazione.
Lo Stato ha vinto e la famiglia nel bosco ha perso, crollata sotto una pressione micidiale, dopo quattro mesi di privazioni e umiliazioni, senza poter vivere con i propri figli, qualunque supereroe avrebbe ceduto. E Nathan ha ceduto, come avviene in Cina dove la rieducazione sociale ha bisogno di molte sedute per quelli più tetragoni all’adattamento.
L’intervista che il papà del bosco ha concesso mercoledì a Repubblica ha tutta l’aria dell’amara capitolazione. Lo si capisce più dalle domande di Corrado Zunino che dalle risposte del povero Nathan. Domande supponenti, domande che prevedono una risposta addomesticata fatta per compiacere i servizi sociali e il tribunale dei minorenni che gli ha tolto i figli e lo ha diviso dalla moglie.
Un uomo, nel difendere ciò che ha di più caro come i figli e la sua famiglia, ha due strade: o rovesciare il tavolo e intanatosi nel bosco diventare come Rambo o crollare sotto i colpi di un’attenzione mediatica morbosa e asfissiante. Per salvare i suoi cuccioli e per salvare sé stesso.
Le domande del giornalista sono come un test in avanscoperta. Come se avesse ricevuto l’incarico di andare a verificare nel bosco di Palmoli se questo strambo naturista ha ancora voglia di andare avanti con la sua guerra personale: “Che cosa accetterete?” Gli chiede. E ancora, bacchettandolo: “È pronto ad accettare le visite dei servizi sociali? In passato non lo avete fatto”; Lo umilia: “Lo sa che i suoi figli ora dovranno studiare la grammatica e non solo giocare col mulo Gallipoli?”; Gli intima le condizioni: “Accetterà le regole delle leggi italiane?” fino alla domanda delle domande, quella che serve per staccare il lasciapassare definitivo: “Ora è cambiato? Ha rivisto qualcuna delle sue idee estreme?”.
La risposta del poveretto è sconsolata: «Il cuore non è cambiato, la mia testa però sì. È stato necessario». E per forza, dopo 4 mesi di privazioni del bene più importante per un padre, quello dei figli e del diritto a educarli secondo la sua impostazione, la testa cambia per forza. Si può adattare ai soprusi, ma non può adattarsi a ciò che non è naturale, perché un padre che ha la grande responsabilità dei suoi figli e della moglie, ad un certo punto deve scendere a patti e mettere da parte la sua libertà, intesa come piena adesione ad un diritto naturale. Libertà che, invece, ora verrà invocata da un sistema educativo mellifluo che non si è fatto problemi nel provocare choc nei bambini pur di raggiungere il suo scopo.
«Accetteremo gli standard italiani, rispetteremo le regole». Così è deciso. E pazienza se in Gran Bretagna, paese di lui e in Australia, paese di sua moglie Catherine, si può vivere anche in spazi più angusti. Se ne tornassero a casa loro, è la sotterranea risposta che tradisce un razzismo che fa comodo quando fa comodo.
C’è un aspetto dell’intervista di Nathan a Repubblica che colpisce: l’assenza totale di umanità, la completa noncuranza da parte del giornalista, che questa vicenda ha creato una frattura gigantesca tra lo Stato e il diritto di famiglia. Perché anche il ruolo dei media, in questa storia che sa tanto di maoistica pretesa del «colpirne uno per educarne cento», ha mostrato il suo lato peggiore di cane da compagnia del potere.
Immolata alla logica del best interest educativo deciso dallo Stato, la famiglia nel bosco è finalmente civilizzata, il lupo è addomesticato. E il leviatano fatto di toghe e leggi può finalmente distendere il suo tappeto rosso. Una famiglia, intanto, è stata piegata ai voleri dello Stato. E questo servirà come avvertimento per chiunque altro abbia idea di mettersi in testa che la sua libertà valga molto di più delle istituzioni.
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