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Casi Pucci e Petrecca, le ideologie rovinano musica e sport

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Il quadro che emerge dopo i casi Pucci e Petrecca è quello di un Paese in cui tutto è politicizzato e nulla è davvero discusso nel merito e in cui il servizio pubblico fatica a svolgere il suo ruolo di spazio comune, pluralista e competente.

Editoriali 10_02_2026

C’è qualcosa di profondamente rivelatore, e insieme inquietante, nel fatto che oggi in Italia lo scontro ideologico riesca ad avvelenare indistintamente tutto ciò che dovrebbe appartenere a una sfera condivisa: la musica popolare, il Festival di Sanremo, lo sport, perfino la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.

I casi Andrea Pucci e Paolo Petrecca, per quanto diversi per natura e responsabilità, appaiono come due facce della stessa medaglia: da un lato l’ipersensibilità militante che legge ogni scelta culturale come un atto politico ostile; dall’altro la lottizzazione ostinata e muscolare del servizio pubblico, che antepone l’appartenenza alla competenza, esponendo la Rai a figuracce difficilmente giustificabili.

Nel primo caso, la rinuncia del cabarettista Andrea Pucci alla co-conduzione del Festival di Sanremo ha mostrato come il dibattito pubblico sia ormai incapace di distinguere tra critica legittima e linciaggio, tra dissenso e intimidazione. Il comico ha parlato di insulti e minacce rivolti a lui e alla sua famiglia, denunciando un’«onda mediatica negativa» che avrebbe spezzato il patto con il pubblico, e ha fatto un passo indietro che è diventato immediatamente un caso politico. La destra di governo ha colto la palla al balzo, parlando di deriva illiberale, doppiopesismo culturale, censura della satira, mentre una parte della sinistra ha liquidato la questione sostenendo che il problema non fosse l’orientamento politico del comico, ma la qualità stantia e aggressiva della sua comicità.

Entrambe le letture contengono una quota di verità e una di strumentalizzazione. Sicuramente Pucci negli anni ha alimentato quello stesso linguaggio polarizzante che oggi dice di subire. La sua rivendicazione di essere solo un intrattenitore che fa ridere «sbeffeggiando usi e costumi» cozza con l’evidenza di una comicità spesso schierata, e tuttavia nulla può giustificare minacce personali o pressioni tali da costringere un artista a rinunciare a un palco.

Il cortocircuito nasce proprio qui: la politica si appropria della cultura quando conviene, e la cultura diventa campo di battaglia simbolico in cui ogni scelta è letta come una provocazione. La sinistra, quando sta all’opposizione, intensifica i suoi attacchi all’establishment senza risparmiare nessuno, neppure le libere manifestazioni del pensiero nel campo artistico e delle opere creative. Il caso Pucci ne è la riprova.

Da questo punto di vista Sanremo, più di qualsiasi telegiornale, è diventato negli anni il termometro dell’identità culturale del Paese e di chi governa la Rai, e il tentativo di “normalizzare” il festival dopo la stagione iper-politicizzata di Amadeus era dichiarato e in parte riuscito, come dimostrano ascolti e ricavi record.

Ma riequilibrare non significa sostituire un’egemonia con un’altra, né usare il manuale Cencelli applicato allo spettacolo. Se l’operazione Pucci è fallita, è perché è apparsa più come una bandierina piantata che come una scelta artistica convincente, e il risultato è stato un incendio che ha rafforzato le frange più ideologiche di entrambi i campi.

Speculare, e per certi versi ancora più grave perché riguarda la credibilità professionale del servizio pubblico radiotelevisivo, è il caso Petrecca. Qui non si discute di libertà di espressione o di satira, ma di merito, competenza e opportunità. La decisione del direttore di RaiSport Paolo Petrecca di autoassegnarsi la telecronaca della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina, dopo aver rimosso colleghi più esperti e nonostante una sfiducia reiterata delle redazioni, ha prodotto una diretta costellata di errori macroscopici, gaffe imbarazzanti, stereotipi fuori tempo massimo e una sensazione diffusa di dilettantismo che ha danneggiato l’immagine della Rai nel mondo.

Qui l’ideologia entra non nei contenuti, ma nei meccanismi di potere: la percezione, difficilmente smentibile, che certi incarichi vengano difesi e assegnati più per fedeltà che per capacità, e che il dissenso interno venga ignorato fino allo schianto. La reazione durissima del Cdr, dell’Usigrai e dei giornalisti di RaiSport non è una battaglia politica mascherata, ma il sintomo di una frattura profonda tra chi fa informazione e chi la governa. Eppure anche in questo caso il dibattito rischia di degenerare in tifoseria, trasformando una questione di responsabilità professionale in un regolamento di conti ideologico. I giornalisti di RaiSport, in segno di protesta, hanno ritirato tutte le loro firme dai servizi radiotelevisivi e hanno annunciato tre giorni di sciopero.

Mettendo insieme i due episodi, il quadro che emerge è quello di un Paese in cui tutto è politicizzato e nulla è davvero discusso nel merito, in cui la cultura e lo sport diventano arene per dimostrazioni di forza, e in cui il servizio pubblico fatica a svolgere il suo ruolo di spazio comune, pluralista e competente. Non servono crociate contro il politicamente corretto né difese d’ufficio di un presunto pensiero unico, così come non servono nomine ostinate che ignorano il consenso interno e il giudizio del pubblico. Servirebbe, molto più banalmente, abbassare i toni, distinguere tra critica e censura, tra pluralismo e spartizione, tra libertà artistica e qualità professionale. Finché questo non accadrà, continueremo a discutere di Sanremo e di Olimpiadi come se fossero campagne elettorali permanenti, e ogni palco, ogni microfono, ogni telecronaca resterà ostaggio di un clima avvelenato che non fa bene né alla destra né alla sinistra, ma soprattutto non fa bene al Paese.