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IL CAVILLO

Bologna, c’è un modo per non chiudere il monastero della Santa

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Dopo 567 anni, il monastero delle Clarisse fondato da santa Caterina da Bologna sta per chiudere. Il motivo? Ha solo quattro monache, una in meno di quanto previsto dalle nuove direttive di papa Francesco. Ma il corpo incorrotto della Santa e la sua presenza viva suggeriscono una via d’uscita. Le autorità ecclesiastiche ci pensino.

Ecclesia 29_04_2023

La notizia è ormai ufficiale: dopo 567 anni il primo monastero delle Clarisse di Bologna, fondato per obbedienza dalla nobile Caterina de’ Vigri, sta per chiudere. Domani, 30 aprile, il cardinale Matteo Zuppi presiederà, presso il Santuario del Corpus Domini, la Messa di ringraziamento e d’addio per le Suore de “La Santa”, come santa Caterina de ’Vigri, compatrona della città con san Petronio, viene affettuosamente chiamata dai bolognesi.

Le monache rimaste in via Tagliapietre sono, infatti, solo quattro, mentre, secondo le nuove direttive di Papa Francesco, per tenere aperto un convento ce ne debbono essere almeno cinque. Ecco perché le Clarisse di Santa Caterina da Bologna, che del Monastero del Corpus Domini fu anche (fino alla morte) la prima abbadessa, debbono andarsene, con la prospettiva di essere dislocate in differenti conventi sparsi per l’Italia.

Nata l’8 settembre 1413 a Bologna, la città della madre, Benvenuta Mammolini, La Santa di Bologna crebbe, però, alla Corte degli Estensi, a Ferrara, da dove proveniva il padre, il patrizio Giovanni de’ Vigri. Studiando insieme con Margherita d’Este, di cui era damigella, ricevette la migliore delle educazioni possibili al tempo, sia in campo artistico che culturale. In ogni caso, fin da piccola si vedono in lei i segni di quella santità che la porteranno ancora adolescente a lasciare la  vita agiata della Corte estense per seguire la regola di santa Chiara d’Assisi, iniziando con altre giovani una vita claustrale nel monastero del Corpus Domini di Ferrara.

Vita claustrale che replicherà dal 22 luglio 1456 fino alla morte, avvenuta il 9 marzo 1563, nel monastero del Corpus Domini di Bologna: “Sappiate per certo che io vi do una seconda Santa Chiara”, aveva detto alle autorità di Bologna l’abbadessa di Ferrara, inviando, con altre quindici consorelle, Caterina a Bologna a fondare un monastero, così come richiesto. “Giocondità e serenità di mente e di corpo sono due fra le condizioni necessarie per amare Dio”: così insegnava alle sue novizie santa Caterina da Bologna, che già in vita era attorniata da una fama di santità, visto che non solo fece miracoli ma combatté pure contro Satana. E ci ha lasciato come aiuto un libretto straordinario, “Le sette armi spirituali”, citato spesso dagli esorcisti, di cui è patrona.

Il miracolo più grande resta comunque quello del suo corpo incorrotto, per cui un Angelo aveva cantato durante una visione: “Et gloria Eius in te videbitur” (In te, Caterina, si vedrà la gloria di Dio). Un corpo che, da 560 anni dietro a un vetro non sigillato, è seduto su uno scranno, sembra per obbedienza all’abbadessa, che alla sua morte l’aveva sostituita e che trovava faticoso trasportare il suo corpo disteso. Per far capire l’importanza della Santa basterà ricordare che a pregare davanti al suo corpo intonso, annerito dal calore delle candele perennemente accese, sono transitati nei secoli tante personalità, fra cui l’imperatore Carlo V, san Carlo Borromeo, santa Teresa di Gesù Bambino, san Giovanni Bosco, Maria Cristina di Svezia.

Disseppellito dopo 18 giorni, il suo corpo fu, appunto, trovato intatto e, oltre a emanare profumo di fiori, ancor oggi trasuda liquidi, per cui alcune vesti vengono regolarmente cambiate.

Per tale motivo chi scrive avrebbe trovato un cavillo legale per chiedere alle autorità ecclesiastiche di fare restare aperto il monastero fondato da santa Caterina da Bologna. A ben pensarci, infatti, basterebbe conteggiare fra le quattro suore rimaste anche la loro fondatrice e così si raggiungerebbe il numero richiesto di cinque. L’idea non è poi così folle, visto che la Santa di Bologna, unica nel suo genere, è appunto presente nel Santuario in carne e ossa. E, d’altra parte, che la Santa  sia una presenza viva lo hanno pure testimoniato negli anni i fedeli che sono andati a pregarla e che le hanno visto aprire a volte un occhio e a volte un altro, in segno di risposta.