• CRISI IN SPAGNA

Barcellona punta allo scontro frontale con Madrid

Il re di Spagna, Filippo VI, pronuncia un duro discorso contro gli indipendentisti catalani. Questi ultimi, sotto la guida di Carles Puidgemont, presidente della Generalitat, promette la dichiarazione di indipendenza entro una settimana. Barcellona punta allo scontro, per passare per vittima in una repressione.

Carles Puidgemont

Dopo i messaggi incrociati di Felipe VI e di Carles Puigdemont è muro contro muro fra indipendentisti catalani e istituzioni dello Stato spagnolo.

Chi si aspettava che re Felipe si sarebbe offerto di mediare nella crisi fra il governo nazionale e quello della comunità autonoma catalana scatenata dal referendum del 1° ottobre è rimasto sorpreso della durezza con cui il monarca martedì ha stigmatizzato le iniziative politiche poste in essere dalla Generalitat. Nel suo breve messaggio il re ha accusato i suoi dirigenti di aver violato la Costituzione, lo Statuto di autonomia, lo Stato di diritto e la democrazia, di mettere in pericolo la stabilità economica e sociale della Catalogna e di tutta la Spagna, di compromettere l’armonia e la convivenza in terra catalana e di essere stati sleali coi poteri dello Stato. Però chi è rimasto sorpreso dimostra di conoscere poco la storia della Spagna e della sua monarchia e ancora meno i sentimenti della stragrande maggioranza degli spagnoli nei confronti degli indipendentisti catalani. Felipe VI è un Borbone, la famiglia reale che dopo la guerra di successione spagnola del 1702-14 centralizzò la Spagna sotto la corona di Castiglia, imponendo una legislazione e un’amministrazione unica attraverso tutto il paese. La casa reale dei Borboni di Spagna non ha senso se non come garante di un paese unito e della Costituzione vigente, approvata per plebiscito nel 1978, che prevede l’autogoverno delle Comunità autonome, ma non la possibilità della secessione. Non più tardi di sei settimane fa re Felipe è stato sonoramente fischiato dagli indipendentisti catalani mentre rendeva il suo omaggio silenzioso alle vittime dell’attentato terroristico islamista di Barcellona del 17 agosto scorso partecipando alla marcia di solidarietà per le vie della città colpita. Fa un po’ ridere, o fa pensare ad un’alta dose di ipocrisia, che Puigdemont si sia rammaricato che il re non abbia voluto svolgere un ruolo di moderatore. Dopo il modo con cui era stato accolto pochi giorni fa...

Più prevedibile l’intervento del presidente della Generalitat, che nel suo discorso ha ribadito che «il mio governo non retrocederà di un millimetro dai suoi impegni», cioè dalla proclamazione dell’indipendenza, che potrebbe avvenire già lunedì prossimo, e ha invocato una mediazione - lamentando che re Felipe si sia schierato col governo centrale anziché esercitarla - ma solo per portare a compimento il processo di indipendenza senza scossoni.

L’eventuale mediazione del re è sempre stata fuori discussione, ma è certo che nella strategia degli indipendentisti l’apparizione di un mediatore, preferibilmente internazionale, ha un ruolo importante. Rappresenterebbe una legittimazione politica dei loro atti che esulano dalla legalità, e permetterebbe loro di non andare immediatamente allo scontro con una dichiarazione formale di indipendenza che diventerebbe un punto di non ritorno. Se l’Unione Europea o l’Onu si offrissero di mediare fra Madrid e Barcellona, Puigdemont e i suoi avrebbero l’occasione per presentarsi come attori politici ragionevoli e moderati, che rinunciano temporaneamente alla secessione per trattare i termini della stessa o lo svolgimento di un nuovo referendum vincolante il cui risultato anche Madrid accetterebbe. Ma finora l’Unione Europea si è guardata bene dal rispondere agli inviti catalani ad assumere un tale ruolo, e le parole del primo vice presidente della Commissione Frans Timmermans hanno gettato acqua gelida sulle speranze indipendentiste di internazionalizzare la crisi. Il socialista olandese ha dichiarato che «è diritto di ogni Stato difendere lo Stato di diritto e questo a volte richiede un uso proporzionato della forza» e che tutta la vicenda è «un affare interno spagnolo». La Ue non può permettersi una terzietà fra il rispetto della legalità di un paese membro e un soggetto politico che infrange quella legalità, soprattutto in materia di secessionismo: sarebbe un comportamento da apprendisti stregoni, considerata la pletora di movimenti separatisti piccoli e grandi presenti in moltissimi paesi dell’Unione Europea. In Italia potrebbe riaprirsi la questione del Tirolo.

In assenza di novità, Puigdemont pronuncerà la sua dichiarazione di indipendenza la settimana prossima, nell’intento di provocare una reazione dura da parte di Madrid. La strategia degli indipendentisti è stata, sin dall’insediamento dell’attuale governo catalano nel 2015, quella di provocare le istituzioni del governo centrale con atti illegali per poi presentarsi come vittime di una repressione poliziesca antidemocratica. La tattica sta funzionando perché Puigdemont e soci sanno bene che Mariano Rajoy deve mostrarsi rigido e intransigente, poichè questo è ciò che gli chiedono la maggioranza degli spagnoli, e non solo quelli che votano il suo Partito Popolare. Secondo i sondaggi, il 60 per cento degli spagnoli alla vigilia del referendum catalano esprimeva l’opinione che il suo svolgimento doveva essere impedito. Per Rajoy la mano dura è un’opportunità e una necessità nello stesso tempo: opportunità di rafforzare la propria posizione (guida un governo di minoranza che governa grazie all’astensione delle opposizioni), necessità di non deludere l’opinione pubblica, che la pensa esattamente come re Felipe V e trova che fino a questo momento il governo centrale si sia mostrato troppo debole. Questo però fa il gioco della strategia vittimista e oltranzista della Generalitat. Che ha approvato una legge referendaria inaccettabile non solo in base alla Costituzione spagnola, ma allo stesso Statuto di autonomia della Catalogna e alle raccomandazioni del Consiglio d’Europa, che prevede che fra l’approvazione di una legge per un referendum di secessione e lo svolgimento del voto trascorra almeno un anno. E che dichiarerà un’indipendenza approvata soltanto dal 40 per cento degli elettori catalani (il 2 per cento ha votato contro, il 58 per cento non si è recato alle urne). Tutte queste forzature sono state scientemente volute per alimentare lo scontro con Madrid ed eccitare gli animi dei catalani. Il prossimo passo sarà quello di provocare il ricorso del governo di Madrid all’articolo 155 della Costituzione, che in situazioni eccezionali permette alla Corte costituzionale o al Senato delle regioni di sospendere in tutto o in parte l’autonomia di una regione. Gli indipendentisti si augurano che all’incapacitazione della Generalitat si accompagnino arresti e scontri simili a quelli che hanno macchiato la giornata del voto. Vedremo se le forze dell’ordine spagnole hanno imparato la lezione del 1° ottobre.

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