Anche Petrarca aveva un maestro, ed era Agostino
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Se nella Commedia il santo di Ippona è una presenza nascosta che orienta il cammino di Dante, in Petrarca la sua figura si fa più intima: Agostino è per lui un padre spirituale che sente vicino come pochi altri.
Dopo aver seguito le tracce di sant’Agostino nella Commedia, il nostro viaggio prosegue con un altro gigante della letteratura italiana: Francesco Petrarca. Se nel poema dantesco il santo di Ippona è una presenza nascosta che orienta il cammino del poeta senza mai diventare personaggio, in Petrarca la sua figura si fa più intima, più pressante, quasi fisica. Agostino non è un simbolo: è un maestro, un interlocutore, un padre spirituale che Petrarca sente vicino come pochi altri.
A introdurre il poeta alle Confessioni fu Dionigi da Borgo San Sepolcro, monaco agostiniano, teologo e amico fidato. Quel dono — un piccolo libro, ma di infinita dolcezza — diventerà la bussola interiore di Petrarca, la lente attraverso cui leggere la propria vita e misurare la distanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
Il Monte Ventoso: quando il paesaggio è specchio dell’anima
L’episodio più celebre di questo rapporto è l’ascesa al Monte Ventoso, raccontata in una lettera delle Familiares. Siamo nel 1336: Petrarca e il fratello Gherardo decidono di scalare la montagna provenzale. Un’impresa che oggi definiremmo escursionistica, considerata da taluni addirittura l’atto di nascita dell’alpinismo moderno, ma che allora assume un valore simbolico enorme.
Il viaggio comincia con un incontro emblematico: un vecchio pastore che tenta di dissuaderli, ricordando la fatica e la delusione provate cinquant’anni prima. È la prima tentazione, la prima voce che invita a rinunciare. Poi emergono i due caratteri: Gherardo, deciso e diretto, sceglie la via più ripida; Francesco, più incerto, cerca sentieri comodi, devia, torna indietro, si perde.
È qui che il racconto diviene una rivelazione. Petrarca comprende che la montagna è la vita stessa: la beatitudine è in alto, la strada è stretta, e ogni deviazione è un cedimento della volontà. Quando, stremato, apre le Confessioni, vi legge queste parole: «E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi». Il poeta sente che quelle parole sono state scritte per lui. Petrarca scopre la dimensione della propria interiorità, la profondità dell’anima. Comprende che nulla accade mai a caso: «Sapevo […] che quanto avevo letto era stato scritto per me, non per altri; tanto più che ricordavo ciò che di se stesso aveva pensato Agostino quando, aprendo il libro dell’Apostolo, come lui stesso racconta, lesse queste parole: “Non gozzoviglie o ebbrezze, non lascivia e impudicizie, non risse e gelosia, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo, e non seguite la carne nelle sue concupiscenze”». Quel passo non è rivolto all’umanità in generale ma a lui.
Il Secretum: un dialogo serrato tra un uomo e la sua coscienza
Se il Monte Ventoso è la scena della rivelazione, il Secretum è il luogo del confronto. Qui Agostino non è più solo un autore, ma è una presenza che interroga, incalza l’interlocutore, smaschera le sue ipocrisie. Accanto a lui, silenziosa e luminosa, c’è la Verità, figura femminile che osserva e giudica.
Il dialogo è spietato. Petrarca deve riconoscere la sua colpa più grande: l’accidia, la malattia della volontà, quella debolezza che gli fa vedere il bene ma non lo fa perseguire. Agostino gli mostra come ogni buon proposito venga soffocato da cure vane, distrazioni, desideri terreni.
Nel secondo libro, il poeta passa in rassegna i vizi capitali, confessando di aver ceduto a tutti tranne l’invidia. Ma è proprio l’accidia — la paralisi dell’anima — a frenarlo più di ogni altra cosa. Petrarca descrive con lucidità quasi clinica il suo oscillare tra slanci e ricadute, tra entusiasmo e stanchezza, tra desiderio di elevarsi e paura di farlo. Agostino lo ammonisce: la sua epoca è malata di attaccamento ai beni terreni. E se nel Trecento la malattia tipica dell’epoca, chiarisce il poeta senza dubbi, è l’accidia, oggi, suggeriamo noi, è la perdita della verità stessa, travolta dal relativismo.
Le due catene: Laura e la gloria
Nel terzo libro, Agostino individua le due catene d’oro che trattengono Petrarca: l’amore per Laura e il desiderio di gloria. Due passioni splendide, ma terrene, che rischiano di diventare idoli. È qui che la distanza da Dante si fa abissale. Beatrice è guida, luce, tramite verso Dio. Laura è splendore terreno, fascino che trattiene, non che eleva. Agostino lo dice senza mezzi termini: nulla allontana da Dio quanto l’amore disordinato per le cose terrene.
Un maestro che non abbandona
Il dialogo si chiude con un ringraziamento commosso. Petrarca implora Agostino e la Verità di non abbandonarlo, perché senza di loro la vita sarebbe amara. Chiede che le tempeste del cuore si plachino, che la polvere terrena non gli offuschi la vista, che il mondo taccia. È un finale sospeso, non risolto. Dante sale al Paradiso. Petrarca resta sulla soglia, combattuto, fragile, umano. Ed è forse proprio questo il suo tratto più caratteristico: non la certezza, ma la ricerca; non la meta, ma il cammino; non la visione, ma il desiderio.
L’approdo alla meta è testimoniato nell’ultima canzone del Canzoniere, quella Vergine bella che di sol vestita in cui il poeta contempla la bellezza della Vergine Maria nel Paradiso, e nell’ultima sezione dei Trionfi.
Dopo aver assistito al misero crollo di ogni illusione, persino della poesia e della fama a cui il poeta ha sempre aspirato, Petrarca chiede al suo cuore in chi confidi. La risposta è perentoria: «Nel Signor, che mai fallito/ non ha promessa a chi si fida in lui». Contemplando l’eternità, il poeta s’avvede di quanto siano infelici le persone che si rifugiano in beni terreni che il tempo porta via.
La traccia agostiniana nel viaggio di Dante
Sant’Agostino è uno dei padri della Chiesa, ma non compare mai come personaggio nella Commedia. Eppure il suo ruolo non è irrilevante, perché è strutturale. Agostino non appare perché è già dentro il poema. Non parla perché è la voce interiore che lo sostiene. Non discute con Dante perché Dante discute con lui da sempre.


