Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Natività di san Giovanni Battista a cura di Ermes Dovico
CAMBIAMENTO DI ROTTA

Anche l'Africa è sempre più insofferente sull'immigrazione

I paesi di transito nel nord Africa non ne possono più del flusso degli emigranti verso l'Europa. Fra politiche di chiusura dei confini e proteste popolari in Tunisia e Libia. E anche il Sudafrica chiude all'afflusso di stranieri. 

Esteri 24_06_2026
Tripoli, la protesta contro l'immigrazione illegale (AP)

Le piazze di Tripoli e le periferie di Johannesburg si parlano a distanza e segnalano una frattura che mette in discussione gli schemi dell’Occidente, proprio mentre il Parlamento europeo approva in via definitiva il nuovo Regolamento sui rimpatri, sdoganando i centri di trattenimento fuori dai confini Ue sul modello del protocollo Italia-Albania. L’ondata migratoria ha ormai invertito la storica rotta verso il nord del mondo. Muovendosi sempre più all'interno del continente africano, il fenomeno genera ora profondi contraccolpi sociali. Il mito geopolitico della solidarietà panafricana si sta sgretolando sotto i colpi di una violenta crisi di rigetto, dove le parole d'ordine sono controllo dei confini, espulsione degli irregolari, rifiuto dei costi sociali dell'accoglienza.

A Tripoli, l’assedio dei cittadini libici alla sede dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) per pretenderne la chiusura mette a nudo le debolezze della strategia europea. Le proteste, innescate da crescenti problemi di ordine pubblico nei quartieri e dall'esasperazione per il sovraccarico di servizi ed energia, nascono infatti dal diniego di un assistenzialismo internazionale, che viene percepito come un incentivo alla permanenza stabile dei migranti. Bruxelles considera da tempo la Libia un passivo hub di transito, una terra di nessuno a cui delegare il ruolo di gendarme in cambio di fondi e motovedette. La realtà restituisce una polveriera satura, in cui la popolazione locale rifiuta il ruolo di cuscinetto, percependo la presenza subsahariana come una minaccia crescente alla propria sicurezza e a un'economia già fragile.

Il medesimo scenario si ripete lungo la sponda nordafricana. Dalle strade bloccate di Sfax e Jebeniana in Tunisia, che hanno costretto il presidente Kaïs Saïed a massicce operazioni di controllo e rimpatrio, fino alle proteste in Algeria e Mauritania, la reazione a catena è militare e politica. I governi locali si scoprono imbuti di una rete congestionata e blindano i confini terrestri. A premere su queste frontiere è l'esodo dal Sahel, area polverizzata da colpi di Stato, jihadismo e desertificazione. La risposta all'esasperazione dei cittadini è un coro che attraversa il Nord Africa: “La Tunisia ai tunisini”, “La Libia ai libici” e così via.

All’estremo opposto del continente, il Sudafrica riflette le stesse tensioni. Nella terra che ha fatto del panafricanismo il proprio pilastro identitario, il governo schiera droni ai confini e l'agenzia statale SAnews certifica oltre 40mila arresti di irregolari dall'inizio dell'anno. La pressione demografica qui è alimentata dal collasso economico e dalle violenze in Zimbabwe, Mozambico, Congo e Nigeria. L'ironia della storia si consuma nei sobborghi di Johannesburg, costretti a fare i conti con un inedito apartheid sociale tra africani.

Le crepe che logorano l'Africa ricalcano le problematiche già visibili in Europa, dove l’emergenza migratoria, a lungo interpretata dalla politica occidentale come una semplice manifestazione di intolleranza, è tangibile nelle periferie di piccoli e grandi centri urbani. Mentre i modelli d'integrazione mostrano i propri limiti sotto il peso di numeri insostenibili, la sponda sud si scopre divisa in un'Africa a due velocità. Qui, le nazioni più stabili subiscono l'immigrazione come una minaccia alla loro fragile modernità, reagendo con la stessa durezza che l'Europa ha cercato a lungo di evitare. 

Questa ridefinizione della geografia migratoria può mettere a rischio gli accordi strategici bilaterali, come quelli tra Italia e Libia o Spagna e Mauritania. L'idea di esternalizzare sempre di più il problema pagando governi terzi si scontra infatti con la realtà di nazioni africane ormai al limite, dimostrando come, senza una gestione ordinata dei flussi, la pressione sulle comunità locali diventi insostenibile. A qualunque latitudine.