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COMUNISMO CINESE

Xi Jinping incontra Blinken. Ma solo dopo Bill Gates

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Ottimismo per la prima visita a Pechino di un ministro degli Esteri americano in cinque anni. Ma nessun risultato concreto, né su Taiwan, né sul problema del traffico di oppiacei negli Usa. Xi preferisce incontrare prima Bill Gates. E intanto il governo italiano blocca la scalata cinese a Pirelli. 

Esteri 20_06_2023
Antony Blinken e Xi Jinping

Dopo quasi cinque anni di assenza, un ministro degli esteri statunitense si è recato a Pechino e ha incontrato Xi Jinping. Ieri, Antony Blinken, ha concluso una visita di due giorni in Cina, incontrando anche il presidente, oltre che il ministro degli Esteri Qin Gang e il consigliere di Stato Wang Yi. Questo è l’unico risultato positivo, se si può considerare tale. Perché, sul piano dei contenuti, gli Usa non hanno ottenuto nulla dalla controparte.

I commenti sull’incontro cinese sono tendenzialmente positivi, sia nella stampa occidentale, sia in quella cinese. Qin Gang ha risposto all’invito della controparte americana e si recherà a Washington “al momento opportuno”. Le due parti concordano sulla necessità di intensificare i voli, sospesi durante il Covid e congelati a causa della tensione internazionale. È stato ristabilito lo “spirito di Bali”, quindi la promessa, fatta al vertice del G20 del novembre scorso, di cooperare nelle questioni comuni, soprattutto sul cambiamento climatico. Xi afferma di voler “ricomporre una relazione stabile” con gli Stati Uniti. Sicuramente l’incontro è servito a riportare un po’ di normalità in un periodo di tensione da guerra fredda nel Pacifico. Ma dietro ai sorrisi di facciata, appunto, gli Usa non hanno ottenuto nulla, nemmeno una promessa.

Sulla guerra in Ucraina, la Cina ha promesso di non esportare tecnologia militare alla Russia. Ma le aziende private (che poi, molto private, in Cina non sono) continuano a farlo e Pechino non promette di controllarle maggiormente. Blinken non ha avuto risposte sulle intenzioni cinesi a Cuba, dove sta nascendo una base dell’intelligence di Pechino. E non è neppure riuscito a stabilire una “linea rossa” di comunicazione militare per evitare incidenti nello stretto di Taiwan, dove periodicamente i cinesi lanciano provocazioni aeree e navali. E dove, due settimane fa, una nave da guerra cinese e una americana hanno sfiorato una collisione.

Gli Usa non hanno ottenuto garanzie nemmeno sull’argomento più scottante, quello della lotta allo spaccio del fentanile negli Usa. Il fentanile è un oppiaceo usato come farmaco, ma anche come droga e negli ultimi tempi è la maggior causa di morte per overdose negli Usa (circa 100mila vittime all’anno). Compagnie private cinesi esportano componenti chimiche di base in Messico, dove i laboratori dei narcos sintetizzano il fentanile e lo esportano in Nord America. In questa nuova guerra dell’oppio (alla rovescia) è poi una rete della malavita cinese che distribuisce la droga al dettaglio ai clienti americani, avvalendosi anche di studenti nelle università statunitensi e aziende di copertura. L’anno scorso, Pechino e Washington avevano avviato un dialogo per combattere questo traffico internazionale, ma dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan, la Cina si è ritirata unilateralmente. E nemmeno ieri ha voluto tornare a cooperare.

Mentre l’incontro con il ministro degli Esteri Qin Gang è stato molto lungo (circa 8 ore) e cordiale, quello con Wang Yi è stato più breve e duro. L’ex ministro degli Esteri, attualmente Consigliere di Stato, ha rimproverato al governo americano di aver sbagliato tutto. Di aver causato la tensione con la Cina, a causa di una percezione errata sulla politica di Pechino. Ha dunque chiesto al capo della diplomazia statunitense di abbandonare “la teoria della minaccia cinese”, di “riflettere e scegliere tra dialogo e scontro, cooperazione e conflitto”, di porre fine al “soffocamento dello sviluppo scientifico e tecnologico della Cina”. Sulla questione di Taiwan, comunque, è inflessibile. La riunificazione dell’isola (con le buone e con le cattive) è il “cuore della politica cinese” e Pechino “non accetterà compromessi, nessuna concessione”. A chi dare retta, maggiormente, fra il gentile Qin Gang e il duro Wang Yi? A quest'ultimo, perché la politica estera viene decisa dal Partito, prima che dallo Stato, come in tutti i regimi comunisti. E la carica di Consigliere di Stato è quella d chi dirige la politica estera del Partito. La voce di Wang Yi, dunque, è quella che esprime la vera linea di politica estera cinese. 

L’incontro stesso di Blinken con i vertici cinesi è avvenuto in circostanze particolari: dopo la visita di Bill Gates in Cina. In questo modo, Xi può persino affermare che il capo della diplomazia di Washington non sia il primo americano ad avergli stretto la mano nel 2023. Dopo la visita di Bill Gates, il presidente aveva infatti commentato: “È il primo amico americano che ho incontrato a Pechino quest’anno”. Bill Gates è effettivamente il primo ad aver incontrato il presidente, ma non ad essere andato a Pechino. Prima di lui era stata la volta di Tim Cook (Apple), Elon Musk (Tesla, Space X e Twitter), Jamie Dimon (JP Morgan). Gates è stato ricevuto anche ai vertici dello Stato e del Partito, per il suo ruolo istituzionale di filantropo internazionale.

In questo modo, però, Xi pare lanciare un altro messaggio abbastanza chiaro: alla Cina interessa l’economia occidentale. Considera amici gli imprenditori americani ed europei, non i loro governi. Ma attenzione, però: lo scambio non è mai stato paritario. È infatti l’imprenditore occidentale che deve piegarsi, legalmente, alle regole cinesi. Si tratta di una strategia di penetrazione, come dimostra anche l’ultimo caso italiano.

Proprio alla vigilia della visita di Blinken in Cina, infatti, il governo italiano applicava il Golden Power per bloccare una scalata cinese nell’azienda Pirelli. Sinochem, gruppo partecipato dallo Stato cinese, è proprietario del 37% delle azioni del colosso italiano della gomma ed è in maggioranza. Il socio cinese, il mese scorso, per avere più potere decisionale, aveva stretto un nuovo patto parasociale con l’azionista di minoranza Camfin (di Marco Tronchetti Provera), ma ora si ritrova con le mani legate nella governance dell’azienda. Il governo ha esercitato questo suo potere (introdotto dal governo Monti nel 2012) valutando il rischio di penetrazione tecnologica e distorsione del mercato.