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Volo di Stato, il "no grazie" di Di Battista non è una virtù

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L'ex politico del M5S tornerà da Cuba con mezzi privati e privata resta la sua scelta: rifiutare gli strumenti statali non è indice di superiorità morale, come pretendeva la retorica anti-casta in voga ai tempi in cui il grillismo giungeva (in autobus) sullo scranno più alto di Montecitorio.

Editoriali 02_09_2026

Alessandro Di Battista dovrebbe rientrare in Italia domani, con un volo sanitario privato, dopo il grave problema di salute che lo ha colpito a Cuba. È una notizia che va accolta con sollievo. Prima di tutto viene la persona. Di Battista ha avuto un problema serio e gli si deve augurare di rientrare presto in Italia e di ristabilirsi completamente. Le polemiche politiche vengono dopo. Ma vengono. E riguardano soprattutto la scelta di rientrare con un volo privato, nonostante fosse stata valutata anche la possibilità di un trasporto di Stato.

Una cosa va subito chiarita. La Direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri del 23 settembre 2011 disciplina il trasporto aereo di Stato, ma non attribuisce automaticamente a ogni cittadino italiano malato all’estero il diritto a essere riportato in Italia con un volo di Stato. L’articolo 4 della direttiva disciplina il trasporto per ragioni sanitarie d’urgenza, ma precisa che esso è previsto «limitatamente all’ambito nazionale». Per i cittadini italiani che si trovano all’estero esistono altre fattispecie, tra cui il trasporto per ragioni umanitarie, sottoposto a specifiche condizioni.

Dunque non è corretto sostenere che Di Battista avesse semplicemente un diritto automatico all’aereo di Stato. Ma proprio questa precisazione permette di arrivare al punto politico vero. Se lo Stato valuta e mette a disposizione un determinato strumento nell’ambito delle proprie procedure, quello strumento non diventa un privilegio solo perché viene utilizzato da una persona conosciuta. È un servizio pubblico. È una possibilità prevista dall'ordinamento. Può essere accettata o rifiutata. Ma rifiutarla non è, di per sé, un gesto di particolare virtù.

Qui torna alla mente una delle immagini più celebri della stagione grillina. Roberto Fico appena eletto presidente della Camera. È il marzo del 2018. Fico arriva a Montecitorio in autobus. La fotografia fa il giro dei giornali e dei social. Il messaggio è chiarissimo: il nuovo presidente della Camera rifiuta l’auto blu e si comporta come un cittadino qualunque. Peccato che Fico non fosse più un cittadino qualunque. Era diventato la terza carica dello Stato. E un’auto di servizio, in quel contesto, non era necessariamente un simbolo della distanza dal popolo. Era anche uno strumento legato alla sicurezza e all’esercizio della funzione istituzionale. Nei giorni successivi Fico iniziò infatti a utilizzare l’auto di servizio e la sua scorta. Non perché fosse improvvisamente diventato un uomo della “casta”. Semplicemente perché una carica dello Stato comporta responsabilità e misure di sicurezza che non possono essere decise sulla base delle esigenze della propaganda.

È questo il problema del pauperismo politico. Non la sobrietà, che è una qualità. Non la rinuncia volontaria, che è legittima. Il problema è trasformare ogni dotazione istituzionale in un privilegio e ogni rinuncia in una prova di superiorità morale. Il meccanismo è sempre lo stesso. Il politico che utilizza un'auto di servizio è “la casta”. Quello che prende l’autobus è “uno di noi”. Quello che viaggia su un aereo di Stato gode di un privilegio. Quello che lo rifiuta diventa un esempio. È una rappresentazione elementare della politica. E proprio per questo funziona. Ma non spiega la realtà.

Uno Stato serio deve distinguere tra privilegio e funzione. Un'auto di servizio può essere necessaria per garantire la sicurezza di una carica pubblica. Un aereo di Stato può essere utilizzato quando ricorrono le condizioni previste dalle regole. Un trasporto sanitario può essere organizzato quando è necessario. In nessuno di questi casi il problema è stabilire se il beneficiario sia abbastanza “popolare” da meritarlo. Il problema è se esistano le condizioni per utilizzare quello strumento. Nel caso di Di Battista, dunque, il punto non è rimproverargli di aver scelto un volo privato. Se quella soluzione è stata ritenuta sicura e adeguata dai medici, è una scelta assolutamente legittima. E nessuno dovrebbe trasformare una vicenda sanitaria grave in un processo politico alla persona. Ma è altrettanto legittimo interrogarsi sulla retorica che accompagna certe scelte. Perché rifiutare un servizio pubblico non significa necessariamente combattere un privilegio. A volte significa semplicemente rifiutare un servizio pubblico.

C'è poi un elemento che rende questa vicenda particolarmente curiosa. Di Battista si trovava a Cuba per realizzare un reportage. Un Paese che ha spesso rappresentato, nel suo immaginario politico, un modello alternativo all'Occidente e che è stato raccontato per anni anche attraverso il mito della sua sanità. Però a Cuba sono arrivati immediatamente dall’Italia due specialisti del Policlinico Gemelli, un neurochirurgo e un medico di rianimazione e terapia intensiva, per valutare le condizioni di Di Battista e il suo possibile trasferimento. E allora se la sanità cubana viene celebrata come un modello di eccellenza, perché, quando la situazione è diventata davvero delicata, è stato necessario far arrivare dall’Italia specialisti del Gemelli?

Forse è proprio questa la lezione più interessante della vicenda. La sanità non è propaganda. La sicurezza non è propaganda. I servizi dello Stato non sono propaganda. Sono strumenti che devono essere utilizzati quando servono. Un politico può rinunciare a un'auto di servizio. Un cittadino può scegliere un volo privato. Di Battista può rifiutare un volo di Stato, se ritiene preferibile un'altra soluzione. Tutto legittimo. Ma nessuna di queste scelte dovrebbe essere trasformata automaticamente in una battaglia tra il bene e il male. Perché il vero privilegio non è avere accesso a un servizio previsto dalle regole. Il vero privilegio è avere qualcosa che agli altri non spetta. E questa distinzione, nel dibattito pubblico italiano, viene troppo spesso cancellata.

Il grillismo ha costruito una parte della propria identità proprio sulla cancellazione di questa distinzione. Ha raccontato agli italiani che la politica è virtuosa quando rinuncia. Che il politico è onesto quando si comporta come un cittadino qualsiasi. Che l’istituzione è buona quando costa poco. Ma una Repubblica non si giudica dal numero di autobus presi dai suoi presidenti. Si giudica dalla capacità delle sue istituzioni di funzionare quando servono. Di Battista adesso pensi a guarire. È la cosa più importante. Ma la politica dovrebbe imparare qualcosa da questa storia. Smettere di chiamare “privilegio” tutto ciò che viene messo a disposizione dallo Stato. E smettere di considerare automaticamente virtuosa ogni rinuncia ostentata davanti a una telecamera. Perché prendere l’autobus non rende necessariamente più vicino al popolo. E rifiutare un aereo di Stato non rende necessariamente più onesti. A volte è solo una scelta. La differenza tra propaganda e responsabilità sta proprio qui: capire che lo Stato non deve sembrare povero. Deve funzionare.



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