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il caso

Vescovi Ue contro lo sbattezzo, è in gioco la libertà della Chiesa

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Dalla Commissione degli Episcopati dei Paesi europei un deciso e argomentato no alla modifica dei registri battesimali, in vista del pronunciamento della Corte europea sulla richiesta di cancellazione avanzata da un cittadino belga. La questione tocca i rapporti tra politica e religione e smaschera l'equivoco della presunta neutralità statale.

Ecclesia 15_09_2026
Foto Vatican Media/LaPresse

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) emetterà prossimamente una sentenza su un caso particolare di richiesta di “sbattezzo”. Un cittadino belga chiede che il suo nome sia cancellato dai registri ecclesiastici dei battesimi dato che non vuole più far parte della Chiesa cattolica. La diocesi fa ricorso all’autorità belga e l’iter poi giunge in Europa. Attualmente le legislazioni nazionali prevedono che ciò non sia possibile, stabilendo sì l’obbligo ecclesiastico di segnare nel registro la nuova volontà espressa ma senza cancellare il nome.

Da una delle due parti questa misura è considerata insufficiente e impropria in quanto non rispettosa della libertà di coscienza e lesiva dei diritti stabiliti dal Regolamento generale sulla protezione dei dati personali. Ed è presumibilmente proprio sulla base di quest’ultimo che la Corte europea si pronuncerà.
Ha fatto bene la Commissione degli Episcopati dei Paesi aderenti all’Unione Europea (Comece) a presentare in un documento legale le argomentazioni dal punto di vista della Chiesa cattolica contro la modifica dei registri battesimali.

La questione è giuridica ma prima ancora politica, dato che riguarda la relazione tra politica e religione, tra Stato e Chiesa, tra diritto civile e diritto canonico. Da qui la sua importanza che va ben oltre il caso in questione. Essa investe in modo particolare la libertà di religione che, come sappiamo, oggi viene accettata anche dalla Chiesa e non solo dallo Stato liberale. La intendono però nello stesso senso? Un piccolo caso può riuscire a destabilizzare una concordanza che erroneamente oggi si ritiene totalmente acquista e rimescolare le carte su un tema piuttosto vischioso.

Tutti gli Stati europei di oggi, e con essi la stessa UE, dicono di essere neutri in materia religiosa, con ciò dichiarando la loro incompetenza in questo campo. Questa neutralità viene esercitata in due modi diversi: o tenendo tutte le religioni fuori dallo spazio pubblico, oppure concedendo a tutte le religioni di avere una propria presenza identitaria nello spazio pubblico. Tutti vedono che in ambedue i casi la chiamano neutralità ma tale non è. Lo Stato, in ambedue le soluzioni, regolamenta la religione, interviene dall’alto e dal di fuori su di essa, stabilisce il suo posto, la obbliga a fare o a non fare, e non la riconosce. Non la riconosce o perché le vieta di esistere nella pubblica piazza, o perché la considera alla stregua di tutte le altre, priva di un volto e di una dignità propria ed unica. Queste due interpretazioni della libertà di religione non rendono la religione veramente libera, pur riconoscendo la libertà individuale di aderire volontariamente ad una o all’altra.

La libertà di religione non vuol dire la stessa cosa della libertà della religione. Lo Stato si concepisce in ambedue i casi visti sopra come superiore alla religione, la sua neutralità è a tutti gli effetti una sovranità. La Chiesa cattolica ha la propria dottrina, e uno dei suoi elementi è che il battesimo è un sacramento indelebile, è porta per altri sacramenti e incorporazione non nominale ma essenziale al Corpo della Chiesa. C’è stato, c’è e ci sarà sempre e la presenza del nome del battezzato sta ad indicare proprio questo. Ma lo Stato della neutralità sovrana è completamente incompetente su questi punti di dottrina religiosa e quindi potrà, appellandosi sovranamente ad una o all’altra delle leggi che esso ha promulgato secondo la medesima sovranità, negarne il valore.

Certamente, se esso – lo Stato – si appellasse non alle sue leggi positive prive di fondamento che non sia la sua sovranità posta e imposta, ma al “bene comune” le cose cambierebbero, perché allora le religioni acquisterebbero un volto e quello della religione cattolica risplenderebbe al punto da far sì che lo Stato rinunci alla propria neutralità. Ma lo Stato liberale, se rimane tale, non può arrivare a tanto. Per questo è lecito presumere che la sentenza, prevista per il mese di ottobre, sanzionerà la cancellazione dai registri battesimali, e se non sarà questa volta sarà la prossima, perché le premesse portano lì.

Del resto, se la Chiesa cattolica si limita a fondare le proprie prerogative solo su una libertà di religione molto vicina a quella dello Stato liberale stesso, senza rivendicare un proprio volto unico e vero nella pubblica piazza, non potrà pretendere di essere considerata in modo diverso dalle altre. Se essa chiede il rispetto del proprio battesimo così come chiede il rispetto del diritto familiare islamico, finisce per non avere titolo ad essere riconosciuta col suo volto specifico e non con i pregiudizi dello Stato sovrano.

Uno di questi pregiudizi è quello della libertà di coscienza. Ed infatti nei casi di “sbattezzo” uno dei criteri valutativi della politica, oltre a quello della protezione dei dati personali, è la libertà di coscienza. Libero allora di farsi battezzare, libero ora di farsi “sbattezzare”. Lo Stato liberale moderno ragiona così, perché come è vuota la sua sovranità, così per esso è vuota la libertà di coscienza. Questo Stato non può nemmeno pensare che nella vita religiosa esista qualcosa di oggettivo, trascendente, ontologico, eternamente valido, incancellabile come è il carattere battesimale per la religione cattolica, e che questo qualcosa vada difeso dalla politica perché ha anche un valore pubblico. Ai suoi occhi sarebbe una limitazione alla libertà di coscienza, che per esso è libera solo se è vuota e riempibile ora di questo (il battesimo) ora del contrario (lo “sbattezzo”).



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