Vertice di Bishkek: fratelli coltelli. Modi ammonisce Pakistan e Putin
Il vertice fra le potenze eurasiatiche della Sco si è concluso ieri a Bishkek. India, Russia e Cina sono i protagonisti del gruppo. Ma Modi, il premier indiano, ha mostrato un'insofferenza rivelatrice delle tensioni fra i suoi membri, sia sulla guerra in Ucraina, sia sull'ambiguo rapporto fra il Pakistan e il terrorismo.
Il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (Sco) si è consluso ieri, 1 settembre, a Bishkek, capitale del Kirghizistan, membro fondatore dell’organizzazione. Non è un’alleanza militare, ma un forum di consultazione di paesi euroasiatici, voluta da Russia e Cina. Si tratta di paesi membri anche molto ostili fra loro, basti pensare che ne fanno parte sia l’India che il Pakistan. Dal 2023 ne fa parte anche l’Iran e dal 2024 è entrata la Bielorussia, portando a dieci il numero dei membri (gli altri, oltre a Cina e Russia, sono le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale).
I “tre mali” della Sco, fondata 25 anni fa, sono individuati in: terrorismo, separatismo ed estremismo. La definizione dei tre nemici comuni è tipica soprattutto del linguaggio politico cinese. Il terrorismo (delle minoranze musulmane dell’Ovest cinese), il separatismo (Taiwan, Hong Kong, Tibet) e l’estremismo (qualsiasi organizzazione, anche cristiana, si opponga al Partito) sono tre etichette vaghe, con cui il regime comunista di Pechino ha coinvolto in una causa comune soprattutto la Russia, che all'atto della fondazione della Sco, nel 2001, era alle prese con il separatismo ceceno e il terrorismo islamico. Un’organizzazione nata soprattutto per dirimere le controversie di frontiera fra la Russia post-sovietica, la Cina e le repubbliche centro-asiatiche confinanti, si è così trasformata in una sorta di blocco politico con un obiettivo ideale che si contrappone all’Occidente e ai suoi principi democratici.
Allargandosi ad altri membri, la Sco ha dovuto omettere dalla definizione di “terrorismo” quello sponsorizzato dal Pakistan contro l’India, entrambi membri. E ha dovuto ignorare deliberatamente anche tutte le accuse (non solo americane, ma anche pakistane) di sponsorizzazione del terrorismo rivolte all’Iran, suo nuovo membro. Hezbollah, Houthi, milizie sciite in Iraq e Siria, non sono “terroristi”, secondo la definizione della Sco. La dichiarazione di questo vertice di Bishkek è una piena espressione di solidarietà alla Repubblica Islamica, alle prese con una guerra intermittente con Usa e Israele. Risalgono ad appena due giorni fa, 31 agosto, gli ultimi raid americani contro obiettivi iraniani, dichiaratamente per impedire alle Guardie Rivoluzionarie di rafforzare il blocco dello stretto di Hormuz.
Gli attacchi statunitensi e israeliani «violano i principi e le norme del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e creano seri rischi per la pace, la sicurezza e la stabilità internazionali», si legge nella dichiarazione congiunta della Sco. «Gli Stati membri esprimono le loro sincere condoglianze al popolo e al governo della Repubblica islamica dell'Iran per la tragica morte della Guida Suprema Seyyed Ali Khamenei e alle famiglie delle vittime». E infine hanno espresso sostegno alla: « sovranità e all'integrità territoriale della Repubblica islamica dell'Iran e auspicano una risoluzione del conflitto esclusivamente attraverso mezzi politici e diplomatici». Quanto alle sanzioni statunitensi, la Sco dichiara di opporsi ad ogni “misura coercitiva unilaterale”, pur restando sul vago.
La posizione dell’India, però, è la più scomoda. Trovandosi fianco a fianco con il premier pakistano Shabaz Sharif, il suo omologo indiano Narendra Modi ha dichiarato, pur senza indicare colpevoli: «Dobbiamo smantellare l'intero ecosistema di finanziamento, reclutamento, radicalizzazione e rifugio per i terroristi. Dobbiamo parlare con una sola voce e chiarire che non ci può essere spazio per doppi standard su questa grave questione». Risale a poco più di un anno fa, il 22 aprile 2025, il grave attentato di Pahalgam, nel Kashmir, che l’India attribuisce al Pakistan e dopo il quale è scoppiato un breve conflitto fra i due paesi. «Dobbiamo inviare un messaggio forte ai Paesi che usano il terrorismo come strumento politico e che offrono rifugio e sostegno ai terroristi: il terrorismo non potrà mai essere una risorsa strategica per nessuno». Sharif, dal canto suo, evita di affrontare le accuse e descrive il Pakistan come una vittima del terrorismo islamico, non come suo sponsor all’estero.
Quel che ha fatto notizia sui quotidiani internazionali è però la raccomandazione che Modi ha lanciato a Putin. Quando ha affermato che bisogna passare «da una guerra senza fine alla fine della guerra» e ha citato Gandhi e la sua filosofia non violenta come pilastro del pensiero politico indiano. Citazione insolita, da parte di un premier nazionalista indù, da sempre in lotta contro il Partito del Congresso, il partito di Gandhi, appunto. Ma quando serve, serve. Con i mezzi toni e i non-detti che hanno caratterizzato il vertice, Modi ha invitato Putin a cercare una soluzione di pace in Ucraina.
Ne va anche dell’economia indiana. La grande democrazia asiatica ha sempre acquistato il petrolio che la Russia non poteva più vendere all’Europa. Ma l’amministrazione Trump ha minacciato dazi al 50% sulle esportazioni indiane se avesse continuato a farlo. L’accordo commerciale fra India e Usa, il 1 febbraio 2026, prevedeva una riduzione dei dazi al 18%, ma in cambio l’India si impegnava a non acquistare più petrolio dalla Russia. Con lo scoppio della guerra in Iran, il 28 febbraio successivo, all’India è stata concessa una deroga di 30 giorni, ma solo sul petrolio già in mare, imbarcato sulle petroliere. L’India, attualmente, esporta carburante in Russia più di quanto ne importi. Ma rischia di finire di nuovo nel mirino delle sanzioni Usa contro la Russia, approvate in Senato lo scorso luglio. Benché anche su energia e progetti economici strategici, i membri della Sco proclamino cooperazione e unità di intenti da qui al 2030, in realtà gli interessi sono molto più difficilmente ricomponibili.


