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Ora di dottrina / 112 – Il supplemento

Verso un Concilio scismatico

Martino V riuscì, senza esporsi troppo, a evitare di approvare in toto gli atti del Concilio di Costanza e seppe gestire il decreto Frequens, impregnato di ideologia conciliarista. Che però proseguì il suo corso, con la minaccia di un nuovo scisma.

Catechismo 21_04_2024

«Chi vorrebbe fondare la stabilità della Chiesa sull'infermità di Pietro?». Questo interrogativo è attribuito al cardinale Pierre d'Ailly, maestro della Sorbona e tra i principali protagonisti del Concilio di Costanza (1414-1418). Una domanda condivisa da molti cattolici del XV secolo, che trova la sua collocazione storica nell'esperienza effettiva che il mondo cristiano stava facendo della fragilità caratteriale, morale, politica, dottrinale dei successori di Pietro.

L'interrogativo lascia facilmente intravedere la volontà di trovare una soluzione “umana” al problema del primato petrino, quando ad essere papa è una persona manifestamente incapace e/o indegna. E questa soluzione “umana” storicamente si può concretizzare in tre forme fondamentali: 1. cercare di esautorare quel preciso papa, mettendone in dubbio l'elezione, opzione che inevitabilmente si pone all'origine di scismi; 2. mettere in stand-by, senza negarla, la costituzione divina del papato, agendo di fatto come se il papa non ci fosse e finendo per arrogarsene le prerogative, creando nuovamente uno scisma di fatto; 3. ridimensionare questo primato, tale da renderlo compatibile con l'intervento di un'autorità ritenuta superiore, che sappia esibire autorevolezza e competenza per “contenere” il papa ed eventualmente deporlo, in vista del bene della Chiesa. Opzione foriera di scisma e di eresia, che fu abbracciata da molti prima, durante e dopo il Concilio di Costanza.

Quest'ultimo aveva di fatto dimostrato di essere stato capace di risolvere lo scisma d'Occidente, ridando alla Chiesa un solo papa. Dunque, non se ne poteva legittimamente ricavare l'insegnamento della superiorità del concilio sul papa? Non era quel concilio la prova della bontà di tale primazia?

Si è visto come Martino V abbia cercato di dare il proprio avallo agli atti del Concilio di Costanza, prendendo però nel contempo le distanze da un'approvazione in toto (vedi qui), pur senza esporsi eccessivamente: il rischio che i fuochi dello scisma si riattizzassero immediatamente era molto concreto, e una presa di distanza esplicita del papa dal concilio avrebbe rappresentato un pericoloso innesco. La sua azione si portò più chiaramente verso la direzione di una difesa del papato, riconsegnando la Sede petrina a Roma, rafforzando il collegio cardinalizio e cercando di difendere nelle varie nazioni il prestigio della Sede apostolica. Tra le nomine più importanti, ci fu l'elevazione a cardinale di Giuliano Cesarini (1398-1444), poi inviato in Germania per contenere il vento di “riforma” alimentato dagli hussiti.

Martino V fu altresì abile nel gestire il decreto Frequens, approvato il 9 ottobre 1417, il quale, sulla base dell'ideologia conciliarista, stabiliva che il modo migliore per governare la Chiesa era quello di convocare con regolare periodicità un concilio: il primo a cinque anni dalla chiusura di quello di Costanza, il secondo sette anni dopo, per poi avere una cadenza regolare di un concilio ogni decennio. Il papa convocò puntualmente un concilio nel 1423 a Pavia, poi trasferitosi a Siena anche a causa di una pestilenza nella pianura lombarda, ma, grazie alla sua abilità, quel concilio non si trasformò nel trionfo del conciliarismo. Martino V riuscì a contrapporvi un nutrito numero di oppositori, così che il concilio, non annoverato tra i 21 ecumenici riconosciuti dalla Chiesa cattolica, venne chiuso nemmeno un anno dopo la sua convocazione, con un pugno di decreti “indolori”, che confermavano la condanna, già presente a Costanza, dei seguaci di Jan Hus e John Wyclif e che domandavano di aprire un confronto con le Chiese orientali. Nulla di più. Nel frattempo, il 23 maggio 1423, moriva anche l'antipapa Benedetto XIII, il quale, dopo la convocazione del Concilio di Costanza, da lui rifiutato, era rimasto di fatto senza significativi sostenitori.

I conciliaristi però sapevano che una nuova “scadenza” li attendeva; secondo quanto disposto dal decreto Firmiter, un nuovo concilio era all'orizzonte a breve: la data era quella del 1431. Martino V aveva cercato di temporeggiare il più possibile, ma nuove minacce di scisma bussavano alla sua porta, pronte a concretizzarsi qualora egli non avesse mantenuto fede alla convocazione di un concilio. Sembra che la mattina dell'8 novembre 1430 la città di Roma si fosse svegliata zeppa di manifesti, nei quali si cercava di intimidire il papa, promettendo che un nuovo concilio sarebbe stato comunque convocato, ma con lo scopo di deporre il papa regnante.

Martino V cercò ancora una volta una soluzione che conservasse l'unione nella Chiesa, ma che mettesse nel contempo al sicuro il primato dei successori di Pietro: scelse come sede del nuovo concilio la città di Basilea, decise che a presiedere l'assise fosse il fedele cardinale Cesarini, al quale concesse anche l'autorità di poter decidere per la dissoluzione del concilio o il suo trasferimento in altra sede, qualora avesse preso una piega indesiderata.

Il 20 febbraio 1431, Martino V consegnò in modo improvviso la sua anima a Dio, per un'ischemia cerebrale. A succedergli fu il cardinale veneziano Gabriele Condulmer, che prese il nome di Eugenio IV (1383-1447). Un'elezione che egli dovette pagare a caro prezzo: i cardinali avevano infatti imposto al futuro papa che ogni sua decisione sarebbe dovuta avvenire con il consenso del Sacro Collegio. Un'imposizione che si può ritenere come l'espressione di una doppia diffidenza dei cardinali: nei confronti del papa e nei confronti del concilio ormai venturo; un tentativo di controllare l'uno e l'altro, per evitare stranezze del primo e affermazioni conciliariste del secondo.

Alla vigilia del Concilio di Basilea si era dunque creata una situazione pericolosa: Eugenio IV non voleva appoggiare alcuna deriva conciliarista e mal digeriva la concessione fatta ai cardinali; questi ultimi non si fidavano del papa e ancor meno del concilio; gli esponenti conciliaristi non aspettavano altro che mettere finalmente una pietra sopra il primato di Pietro e la centralità romana, concretizzata nel Sacro Collegio. Tutto era pronto perché un nuovo scisma scoppiasse.



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