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l'omelia

Ventimiglia, Suetta restituisce al culto la chiesa profanata

Venerdì 4 settembre l'atto di riparazione celebrato da mons. Suetta, dopo la "bravata" dell'agente immobiliare che usato il luogo sacro per uno spot: «Questo luogo è dedicato esclusivamente a Dio. Ecco perché ogni uso improprio lo ferisce», ha ribadito il vescovo durante la cerimonia. 

Borgo Pio 05_09_2026
Foto tratta da: diocesiventimiglia.it

Dopo la profanazione, la riparazione: venerdì 4 settembre mons. Antonio Suetta ha celebrato il rito con cui ha restituito al culto la chiesa dei Santi Angeli Custodi a Grimaldi, frazione di Ventimiglia, dopo la "bravata" dei giorni scorsi da parte di un agente immobiliare che si era servito del luogo sacro per girare uno spot promozionale. Un gesto su cui il presule ha ritenuto di non poter soprassedere, in quanto «la chiesa viene consacrata perché sottratta all’uso profano e riservata al culto divino: qualsiasi uso contrario o non in linea con il culto è almeno indirettamente una profanazione», come ha spiegato anche alla Bussola nell'intervista pubblicata venerdì.

Durante l'omelia il vescovo ha ringraziato il parroco e i presenti «per aver accolto l’invito a condividere questo momento di preghiera che ha il senso della riparazione per un oltraggio che è stato rivolto a questo tempio del Signore», occasione per riflettere «sulla capacità di cogliere, di riconoscere e di rispettare la presenza di Dio nella nostra vita». Suetta va subito in profondità, al cuore dell'adorazione, ricordando che il verbo adorare «ha dentro, nella sua etimologia, la parola “bocca”» (che in latino si dice appunto: os, oris), con la quale ci si nutre e si respira: così adorare Dio significa «lasciarlo entrare nella nostra vita come si lascia entrare l’aria e come si lascia entrare il cibo», riconoscendone la grandezza e il primato, indispensabile per non perire.

Tale riconoscimento avviene «attraverso dei gesti che indicano rispetto», da non confondere col semplice galateo, spiega ancora una volta con una precisazione linguistica, poiché rispetto richiama il riflettere come uno specchio: «io guardo in un punto, ma in quel punto vedo riflesso qualcos’altro», così in una chiesa «pur vedendo le cose fisiche che ci circondano, riconosciamo in ognuna di esse qualcosa di decisivo per noi». Questi elementi sono «l’altare, che è simbolo di Cristo», che «ricorda e fa rivivere il sacrificio della Croce, grazie al quale siamo salvi»; il tabernacolo in cui «si conserva il Signore sacramentato, affinché possiamo venire a pregarlo durante la giornata, cuore a cuore»; il confessionale, dove chi è oppresso da peccati e infedeltà «viene qui, si inginocchia davanti a Dio e davanti al sacerdote e si sente liberata e assolta. Ci sono inoltre le immagini dei santi (che sono solo immagini, poiché i santi sono in paradiso) e le immagini di Maria». E poi vi sono «i momenti più preziosi» dell'esistenza di chi qui è stato battezzato, si è sposato, ha affidato al Signore se stesso e i propri cari nelle fatiche e nel passaggio definitivo.

«Questo non è un luogo qualunque; questo è un luogo santo, che significa “separato dal resto”. Per mangiare, scherzare, ballare, giocare o lavorare ci sono altri spazi. Questo luogo è dedicato esclusivamente a Dio. Ecco perché ogni uso improprio lo ferisce», ha ribadito mons. Suetta. La distanza e il rispetto che questo luogo impone «non ci umiliano, anzi ci esaltano», liberandoci dalla pretesa tutta moderna (e con tragici effetti) «di sbarazzarsi di Dio per mettersi al primo posto». Più che al gesto profanatorio – «un’insulsaggine banale» – invita a «fissare nuovamente lo sguardo su ciò che la chiesa significa per noi: un vero respiro vitale», il cui senso sfugge agli schemi del mondo che al pari degli otri vecchi non riesce ad afferrare il vino nuovo della fede. «Per questo a volte facciamo fatica, veniamo derisi o perseguitati». Ma quando questi schemi si rompono il cuore si apre alla grazia e compie qualcosa che riesce difficile all'uomo moderno, «il gesto più bello che l'uomo possa fare» – ovvero inginocchiarsi: «Chi entra in chiesa e riconosce di essere nella casa di Dio non dovrebbe sentire altra necessità se non quella di inginocchiarsi e stare cuore a cuore con il suo Signore». Anche in una piccola chiesa di una piccola frazione che «meritava di essere restituita al suo splendore e alla sua profonda ragion d’essere, che non dipendono dalla ricchezza materiale delle cose che contiene».