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Tsipras di governo e di lotta (contro il suo partito)

Il premier di estrema sinistra greca, dopo aver ottenuto un accordo di compromesso con l'Ue, ha un nuovo nemico da combattere: il suo stesso partito. Con una scissione in vista, è ormai nelle mani dei partiti di opposizione, europeisti, che possono sfiduciarlo in ogni momento.

Alexis Tsipras

Qualche giorno fa il premier greco Alexis Tsipras ha segnato un gol fondamentale per la stabilità del proprio Paese. Una rete che, politicamente parlando, rischia di rivelarsi un autogol.  Nello specifico scorso ha firmato, con i creditori, un’intesa per un prestito da 85 miliardi di euro che garantirà – almeno per qualche mese – un po’ di ossigeno alla Grecia, ricapitalizzando i suoi istituti di credito e consentendo al governo greco di fare investimenti (almeno in teoria) e pagare stipendi pubblici, pensioni, interessi sul debito.

L’intesa impone, come sempre, alcune misure d’austerità (blocco dei prepensionamenti anticipati, un piano urgente di privatizzazioni, taglio dei sussidi nel comparto agricolo, una piccola riduzione della spesa per il welfare e piccoli aumenti di tasse qua e là) ma non è lontanamente paragonabile ai memorandum firmati dai predecessori di Tsipras. Basti pensare che l’intesa prevede un surplus di bilancio del 3,5% da conseguire entro il 2018 (partendo da uno 0,5% nel 2015 e un 1% nel 2016) al contrario degli scorsi che partivano già da un 4-4,5%. Lo stesso per quanto riguarda gli statali: l’attuale accordo non fa menzione dei licenziamenti, mentre le intese firmate dai governi Papandreou, Papademos e Samaras prescrivevano di volta in volta purghe comprese fra le 12 e le 15mila unità (in un Paese, va detto, che ai tempi aveva moltissimi dipendenti pubblici oltre la media europea).

Insomma a vedere i dati si può dire che Alexis Tsipras abbia firmato il migliore accordo possibile per la Grecia, che garantisce sostegno finanziario in cambio di riforme ben più sostenibili di quelle degli anni precedenti. Eppure, in Grecia, non tutti la pensano così: in questi giorni d’agosto, mentre la gran parte dei leader europei si risposa sotto l’ombrellone, Tsipras è impegnato in lunghe e febbrili trattative coi membri del suo stesso partito.  Lo scorso 15 luglio Tsipras non ha potuto contare sull’appoggio di trenta parlamentari (17 di Syriza e 13 di Anel, il partito nazionalista guidato dal ministro della Difesa Panos Kammenos) e una prima tranche di misure d’austerity è passata grazie al voto compatto dei deputati di Nea Demokratia, Pasok e To Potami,  partiti filo-europeisti duramente criticati da Tsipras nel corso della campagna elettorale di sei mesi prima.

L’opposizione interna a Syriza non è ampia - i 17 si sono ridotti a una decina - ma ha dalla sua personaggi importanti: il ministro dell’Energia (uno dei settori che si dovranno privatizzare) Panayiotis Lafazanis, l’animosa presidente della Boulè Zoe Kostantopoulou, che da qualche tempo in polemica con Tsipras si rifiuta di presiedere le sedute parlamentari e non da ultimo l’ex ministro dell’Economia Yanis Varoufakis, che pur non avendo un ruolo formale in Syriza – a dirla tutta non è neppure tesserato, è eletto come indipendente – è persona molto seguita e rispettata. Giusto ieri, sul sito Iskra, punto di riferimento della sinistra di Syriza, Lafazanis e altri undici deputati hanno lanciato un appello contro le nuove politiche del proprio partito: “La lotta contro il nuovo piano di salvataggio - hanno scritto - comincia oggi, con la mobilitazione di persone da ogni angolo del Paese”.

Si dirà che sono le stesse frasi pronunciate anche in Italia dalla sedicente ‘minoranza Pd’ che però, dopo aver tanto sbraitato, torna sempre all’ovile. I parlamentari greci di Iskra, al contrario, sono già andati oltre facendo appello per fondare “un movimento unito che giustifichi il desiderio di democrazia e giustizia sociale del popolo greco”. Non è una scissione ufficiale ma poco ci manca. Ed è proprio con loro che, domani mattina, Tsipras dovrà fare i conti. Prima dell’accordo con l’Europa di luglio Tsipras poteva contare su 162 deputati su 300 (149 di Syriza, 13 di Anel),che oggi dovrebbero essere, a conti fatti, appena 138, numero ben lontano dal garantirgli la maggioranza assoluta. Il telecomando del governo è in mano agli odiati partiti europeisti che, in tutto, possono contare su 106 deputati: una forza in grado – insieme a neonazisti (Alba Dorata), comunisti (Kke) e Anel – di sfiduciarlo in qualsiasi momento.

Per ora non possono farlo (votare contro un piano di salvataggio per un europeista sarebbe un suicidio politico) ma a breve le cose potrebbero cambiare e difatti gli analisti politici non escludono la caduta del governo in autunno. Probabilmente del destino del governo sapremo qualcosa in più domani: l’intesa dovrebbe passare ma non sono pochi i mal di pancia. Anche perché Angela Merkel ha fatto sapere che, a suo giudizio, il memorandum è insufficiente: perquesto invece del piano di salvataggio ha proposto a Tsipras un prestito ponte e la prosecuzione delle trattative. Una richiesta che, per i greci che giudicano le condizioni d’austerity insostenibili, suona come un affronto e una beffa.

Vedremo come andrà a finire. A essere certa è la mutazione genetica che ha colpito Tsipras: da paladino anti-austerity, sostenuto dai greci e avversato dall’Europa, è diventato un primo ministro tecnico, visto quasi di buon occhio a Bruxelles e odiato da alcuni dei suoi. Una nemesi scontata per chi pretendeva, a parole, qualcosa d’impossibile: salvare i conti greci riducendo le tasse e aumentando la spesa pubblica.

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