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Transumanesimo, una sfida per la scienza e la fede

Nella sua «spasmodica ricerca di opportunità atte a trascendere la creaturalità», il transumanesimo rappresenta una sfida antropologica alla scienza e alla fede. Una recente raccolta di contributi ne illumina il retroterra ideologico e le prospettive etiche implicate in una rivoluzione tecnoscientifica che ormai non è più solo fantascienza.

Cultura 09_07_2024

Il transumanesimo consiste in una «continua spasmodica ricerca di opportunità atte a trascendere la creaturalità» dell’uomo, scrive Claudio Bonito nell’introduzione al recente volume Il transumanesimo (Mimesis 2024, pp. 120), che raccoglie diversi contributi significativi di esperti in materia. Tale ideologia, che costituisce una sfida antropologica alla scienza autentica e alla vera fede, si basa in effetti «sull’ossessione umana di superare le sue limitatezze verso uno stato che porti alla vittoria sulle malattie, sulla vecchiaia e sulla morte; ha rappresentato la questione etica, filosofica e religiosa che ha contraddistinto da sempre l’agire e il pensare dell’uomo, il suo rapporto col mondo e con la trascendenza nella quale riponeva la speranza di una vita eterna».

Max O’ Connor, Ray Kurzweil (tra i fondatori di Google), Nick Bostrom sono solo alcuni nomi di visionari e geni dell’informatica che già dagli anni Novanta del secolo scorso sostengono la possibilità di un’ibridazione tecnologica di uomo e cyborg che, attraverso robotica e IA, allontanino sempre più la vecchiaia e scongiurino la morte. Al biologo londinese Julian Huxley fratello del più noto Aldus, autore del romanzo distopico Mondo nuovo – viene attribuita la coniazione del termine transuhumanism nel 1957. Egli auspicava che lo sviluppo tecnoscientifico avrebbe implementato le potenzialità umane di tutti, invece le nuove istanze transumaniste intendono favorire soltanto quelle élite che presumono di sostituirsi al Creatore e di sottomettere le masse in vista dei loro fini di potere e dominio, proprio come nei migliori racconti distopici.

I transumanisti considerano l’essere umano alla stregua di una macchina che può essere riparata all’occorrenza o addirittura potenziata per ottenere prestazioni ottimali. In tale prospettiva la morte è una malattia cui porre rimedio, per cui la transizione è solo un mezzo per passare dall’umano al postumano e raggiungere il fine della metamorfosi tecnologica dell’uomo in base alla propria autodeterminazione, come osserva la filosofa Angela Ales Bello. Per compiere questo passaggio occorre attraversare metaforicamente ‘tre ponti’, secondo quanto sostiene lo stesso Kurzweil: il rimanere in buona salute più a lungo possibile, la rivoluzione biotecnologica e l’intelligenza artificiale. In questo modo si raggiungerà la ‘singolarità tecnologica’, cioè le caratteristiche dell’umano saranno trasferite alle macchine: sarà «un modo di raggiungere l’immortalità con gli strumenti umani», rileva in proposito la Ales Bello.

Al servizio di tale ideologia transumanista si pone la rivoluzione digitale che ha di fatto obliato quasi completamente la dimensione analogica, ossia quella «funzione analoga che ripropone in copia una scansione del reale, ma tutto è contenuto nel flusso digitale. Mentre l’analogico abitava il mio stesso ambiente, ora sono io che devo tuffarmi all’interno del flusso per poter usufruire di questi servizi. Il digitale uniforma un libro, una canzone, una fotografia, un film, un quotidiano, una ricerca e richiede le stesse prassi, mentre nell’analogico i rituali di fruizione e le operazioni d’accesso erano specifiche», fa notare il filosofo Roberto Marchesini.

Solitudine esistenziale e annichilazione del reale sono, nell’epoca tecnocratica e digitale, le radici da cui il transumanesimo trae la sua linfa. Di qui «la tecnologia porge a questa umanità disillusa il mezzo per potersi affrancare dall’impegno comunitario per rinchiudersi all’interno della propria isola edonistica». Allo stesso tempo «il potere delle élite di reingegnerizzare il futuro della vita non solo mette in discussione la nostra funzione di esseri umani, ma chiama in causa la possibilità di sostituirci in parte o completamente con le macchine», come osserva Francesco Serra di Cassano.

I folli visionari del transumanesimo, il cui leitmotiv è “Go beyond”, auspicano che dopo il 2045 «le nostre autocoscienze saranno completamente digitalizzate», per cui l’uomo diventerà «a-mortale», o meglio conseguirà un’immortalità cibernetica. «La conseguenza estrema è così la perdita dell’unicità e della singolarità di ciascun essere umano che come una goccia d’acqua si fonderebbe nell’oceano collettivo di una mente virtuale digitalizzata», come evidenzia il professor Carrara nel suo saggio.

Il transumanesimo affonda le proprie radici filosofiche nell’esoterismo ermetico e nel cosmismo russo, un movimento che teorizza il dominio assoluto dell’uomo quale «essere in transizione» sulla natura in chiave eugenista. Ma la matrice filosofica prevalente sottesa al transumanesimo è lo gnosticismo. Secondo gli gnostici, infatti, il corpo è la prigione dell’anima, per cui bisogna liberarsene affinché l’anima possa trascendersi e redimersi. Dunque «il transumanesimo ne eredita la visione di fondo riducendo però l’anima alla mente e la mente a ‘informazioni’», come sottolinea Enrica Perucchietti.

Per arginare il sogno prometeico transumanista occorre rimanere svegli, coi piedi a terra, e interrogarsi con gli strumenti della retta ragione sulla natura umana, alla luce della filosofia realista aristotelico-tommasiana e del contributo delle neuroscienze. In questo modo si constaterà facilmente l’evidenza che «il cervello non è né equiparabile, né assimilabile a un computer»; che, dati i «numerosi dinamismi che la influenzano, l’auto-coscienza diviene sempre più irriducibile a mere informazioni elettrochimiche, a mero software» e che – come fa notare ancora il professor Carrara –  il corpo non «è un oggetto pieno di limitazioni da cui fuggire ossessivamente, ma lo spazio splendido di possibilità del nostro stesso sviluppo umano integrale».