• GOVERNO IN DIFFICOLTÀ

Torna il fantasma delle elezioni anticipate

Due giorni fa il governo è andato sotto ben 4 volte alla Camera, provocando l'ira di Draghi. I partiti sono al tutti contro tutti e il presidente del Consiglio potrebbe dire anche basta mandando tutti alle urne anticipatamente.

Draghi e Mattarella

Chi pensava che la riconferma di Sergio Mattarella potesse aprire una fase di stabilizzazione del quadro politico e di normalizzazione complessiva dovrà presto ricredersi. Le fibrillazioni tra i partiti di maggioranza si moltiplicano e il premier non può certo dormire sonni tranquilli. È vero che, come ha peraltro tenuto a sottolineare in una delle ultime conferenze stampa, non ha certo bisogno che i partiti gli trovino un nuovo lavoro. Tuttavia, non sarebbe neppure per lui una bella figura interrompere prematuramente il percorso di avvio dei poderosi progetti di ricostruzione post-pandemia finanziati con i fondi del Pnrr e lasciare il lavoro a metà, cosa che lui peraltro non è solito fare.

Due giorni fa il governo è andato sotto per ben 4 volte alla Camera, durante la discussione sul Milleproroghe. In particolare il centrodestra si è ricompattato sul tetto al contante, misura che ritiene sbagliata e inutile ai fini della lotta all’evasione fiscale. Un emendamento di Fratelli d’Italia, passato con un voto di differenza nelle commissioni affari costituzionali e bilancio di Montecitorio (39 contro 38), lascia la soglia del contante a 2.000 euro fino alla fine dell’anno, anziché ridurla a mille. Dunque la Lega e Forza Italia hanno votato in modo difforme dal resto dei partiti che sostengono Draghi.

Le altre imboscate parlamentari hanno riguardato la giustizia, le concessioni balneari e la delega fiscale. Sulle spiagge c’è un asse Lega-Fratelli d’Italia per congelare l’attuale situazione fino alla mappatura di tutte le concessioni, quindi per diversi anni. Sull’Ilva tutti i partiti di maggioranza, tranne la Lega, hanno votato per l’abrogazione dell’articolo 21 del Milleproroghe, che dirotta 575 milioni del miliardo sequestrato ai Riva (ex proprietari dell’acciaieria di Taranto) alla decarbonizzazione dell’attuale gestione anziché alla bonifica delle aree esterne alla fabbrica. E il premier, a quanto pare, non l’ha presa benissimo.

Inoltre, Leu e M5s hanno bocciato l’estensione fino al 2025 (anziché di soli 6 mesi, come voleva il governo) della sperimentazione animale negli studi sugli xenotrapianti d’organo e sulle sostanze d’abuso, che era stata proposta dal Pd. E l’aggiornamento delle graduatorie per le supplenze, proposto dalle forze di maggioranza, in particolare da Forza Italia, è stato stoppato dalla Lega, che difende i precari. È un clima da tutti contro tutti, che rischia di logorare l’esecutivo e di frenare la ripartenza post-Covid.

Ormai, però, la situazione è chiara. Anzitutto le coalizioni non esistono più e prevale il trasversalismo. Ogni partito comincia a riannodare pazientemente i fili con la propria base elettorale, considerato il fatto che al massimo fra un anno la legislatura finirà e si andrà a votare. Il Pd teme lo sfarinamento dei 5 Stelle e quindi ha paura di ritrovarsi in una coalizione zoppa. Lega e Fratelli d’Italia sono ormai competitor per la guida di un ipotetico centrodestra tutto da ricostruire dopo il fallimento del voto per il Quirinale. Dunque ognuno fa per sé e corre per conto suo a caccia di voti.

In mezzo alle contese c’è un premier sempre più insofferente, soprattutto dopo aver mancato il trasferimento sul Colle. Draghi sa bene che la navigazione del suo esecutivo, man mano che ci si avvicina alla scadenza elettorale, si fa sempre più tempestosa e vorrebbe maggiori garanzie dai partiti. Lo ha detto chiaro e tondo giovedì a Mattarella rientrando in anticipo da Bruxelles. «Se i partiti di maggioranza non riescono a garantire i rispettivi voti – avrebbe detto più o meno il Presidente del Consiglio al Capo dello Stato - io non tiro a campare e posso farmi da parte».

Si scontrano, dunque, due obiettivi inconciliabili: quello della stabilità, inseguito dal premier e da molti suoi ministri soprattutto tecnici, che intendono condurre in porto la partita del Pnrr, e quello propagandistico dei partiti, che devono marcare le distanze tra loro per poter chiedere, fra qualche mese, il voto agli elettori in nome di programmi alternativi.

Ecco perché c’è chi non esclude la caduta del governo e le elezioni anticipate. È evidente, infatti, che i partiti possono tirare la corda con Draghi, che ha bisogno del loro appoggio per approvare i provvedimenti, ma è altrettanto vero che senza il premier ben difficilmente la coalizione attuale potrebbe rimanere in vita e questo i partiti lo sanno bene. Fino a quando, dunque, reggerà questo precario equilibrio tra il generale e le sue truppe?

 

 

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