Studiare da imam. Nel cuore di Roma la lunga marcia islamista si fa politica
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La Grande moschea di Roma sta ospitando in questi giorni un seminario specialistico per la formazione degli imam. Un progetto politico che si svolge in Italia, ma che è sotto l'egida del Ministero degli affari islamici saudita. E che va al di là delle esigenze di culto, ma si fa centro di potere sociale e politico nel cuore della Capitale.
La Grande Moschea di Roma in questi giorni e fino a domani è diventata il fulcro di un seminario specialistico dedicato all’istruzione e all’aggiornamento di imam e guide spirituali operanti sul territorio italiano. L’iniziativa, posta sotto l’egida diplomatica dell’Ambasciata saudita a Roma, nasce dalla sinergia tra il Ministero degli Affari Islamici, della Da’wah e dell’Orientamento del Regno dell’Arabia Saudita e il Centro Islamico Culturale d’Italia.
L’appuntamento capitolino rappresenta solo l’ultima tappa di un sistematico e capillare tour di islamizzazione che Riad sta promuovendo su scala globale: un itinerario dottrinale che, tra il 14 e il 22 giugno, ha già visto andare in scena intensi cicli di formazione in contesti geograficamente distanti come l’Etiopia, il Camerun, il Gibuti e la Thailandia, per poi atterrare in Bosnia ed Erzegovina all’inizio di luglio, poco prima di atterrare nella capitale italiana.
L’architettura di questa complessiva agenda transnazionale risponde alla precisa volontà del ministero saudita di stringere alleanze con le istituzioni confessionali estere, allo scopo di forgiare una classe di imam altamente qualificata e riaffermare il ruolo centrale del Regno quale custode e propagatore dei valori autentici dell’islam nel mondo.
La scelta di Roma, e in particolare della sua Grande Moschea, per ospitare il vertice formativo non è affatto casuale. Il maestoso complesso architettonico islamico, concepito nel 1984 e inaugurato nel 1995, con una spesa superiore ai novanta miliardi delle vecchie lire, vide la luce proprio grazie al decisivo sostegno economico della famiglia reale saudita e del Marocco. Una dipendenza finanziaria che non si è mai esaurita: ancora oggi, la sopravvivenza della struttura gravita attorno alle rimesse provenienti dalla penisola arabica.
In Italia erigere luoghi di culto di grande respiro o avviare progetti ambiziosi è un’impresa impossibile senza l’apporto dei capitali esteri, in massima parte riconducibili ai Paesi del Golfo. Le tradizionali collette del venerdì non possono in alcun modo coprire i costi esorbitanti di bonifiche, cantieri e ristrutturazioni faraoniche. Consapevole di ciò, Riad ha da tempo messo gli occhi sul “mercato” della fede islamica europea, proponendosi, tramite la mediazione di specifiche Ong, come il partner imprescindibile per le comunità islamiche italiane.
Non si tratta di pura filantropia, ma di un calcolato progetto politico. Sovvenzionare le fondamenta di una moschea significa, di fatto, acquisirne il controllo teologico, trasformandola in un avamposto strategico per la diffusione di una specifica dottrina islamica.
E la penetrazione sistematica e finanziaria del Regno Saudita all’interno del tessuto religioso italiano assume contorni ancor più nitidi – e per molti versi inquietanti – se si analizza la natura stessa delle istituzioni e delle figure che Riad mira a formare. L’idea che uno Stato estero possa plasmare direttamente la classe di predicatori islamici in Italia non rappresenta soltanto una pericolosa ingerenza geopolitica, ma apre la strada a una metamorfosi sociale profonda, la cui entità può essere compresa solo decodificando il ruolo autentico dell’imam.
Sarebbe un errore grossolano assimilare l’imam alla figura del parroco cattolico. Non esiste alcuna gerarchia ecclesiale, né una catena di comando o un’ordinazione sacra che consacri l’autorità dell’imam: per assumere questa funzione è sufficiente il riconoscimento e la scelta da parte di una comunità di fedeli o, talvolta, l’autorevolezza imposta dal singolo.
Inoltre, l’imam si fa carico dell’obbligo dottrinale di guidare la propria comunità, delineando i binari da seguire nella sfera etica e civile e poi spirituale. La sua parola possiede una forza pervasiva e vincolante nella vita politica e sociale: spetta a lui decifrare le tensioni geopolitiche e le fratture sociali della contemporaneità attraverso la sua specifica chiave di lettura del Corano.
Questo primato si traduce in una gestione verticistica di ogni attività interna alla moschea, che spazia dall’insegnamento dogmatico fino all’amministrazione dei canali assistenziali e di beneficenza. È esattamente per mezzo di questo welfare parallelo che prende forma un microcosmo autosufficiente, una struttura sociale alternativa agli ordinamenti dello Stato ospitante.
La moschea non è speculare alla chiesa cristiana. Ma è il baricentro politico e sociale della collettività, lo spazio assembleare designato per dirimere le controversie e stabilire le linee d’azione comuni. Il fulcro di questo sistema si manifesta il venerdì, un giorno che non nasce per il riposo, ma per il raduno. A mezzogiorno, c’è la khutbah, un discorso che è solo una disamina stringente della cronaca e della politica, niente di spirituale.
Nelle nazioni a maggioranza musulmana, l’enorme potenziale di questo palcoscenico è ben noto: in Egitto, ad esempio, i presidi di polizia circondano regolarmente gli edifici religiosi durante le funzioni del venerdì. I passaggi storici più delicati, dalle rivolte popolari fino ai proclami di mobilitazione bellica, hanno sempre trovato la propria scintilla sul pulpito della khutbah. Ne consegue che finanziare una moschea e curare l’indottrinamento dei suoi ministri non è un atto di mera filantropia, ma significa acquisire la cloche del comando sull’orientamento politico e sociale dei fedeli. Ecco perché la notizia di un corso avanzato per imam organizzato da un altro Stato in Italia non è una notizia sulla quale sorvolare.
La moschea rifiuta per sua stessa natura la rassicurante e restrittiva etichetta giuridica di “luogo di culto”, esigendo di essere analizzata per ciò che è realmente: un centro di potere sociale e politico in grado di determinare gli equilibri della società civile.
E proprio la Grande Moschea di Roma, – il tempio islamico più imponente d’Europa, situato nel cuore della diocesi papale e protetto dal patrocinio saudita – dove in queste ore è in corso la formazione dei nuovi imam per il nostro Paese – , finì al centro di un duro scontro istituzionale nel giugno del 2003. In quell’occasione, l’imam dell’epoca, inviato dall’autorevole università cairota di Al-Azhar, pronunciò una khutbah infuocata. «O Allah, fai trionfare i combattenti islamici in Palestina, in Cecenia e altrove nel mondo! O Allah, distruggi le case dei nemici dell’islam e aiutaci ad annientarli!».
Che a guidare i nuovi corsi di formazione in Italia sia il Ministero saudita della da’wah svela, poi, la natura profonda dell’operazione.
Lontana dall’essere una semplice attività missionaria o umanitaria, la da’wah si configura come una precisa strategia di pressione politica volta all’islamizzazione del tessuto civile e alla graduale sostituzione delle libertà democratiche con i precetti della shari'ah. Come rilevato dalla scrittrice Ayaan Hirsi Ali, la da’wah è quello che la “lunga marcia” attraverso le istituzioni fu per i marxisti del ventesimo secolo: una sovversione dall’interno, l’uso della libertà religiosa per sconvolgere quella stessa libertà».
Il raggio d’azione di questo progetto si estende a una vera e propria “jihad legale”. E la da’wah, adesso, riparte in Italia proprio da Roma.
