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Stabilità, una legge finanziaria furba che punta al consenso e non al cambiamento

Fino a pochi anni fa si chiamava "legge finanziaria", oggi la chiamano Legge di Stabilità, ma è la stessa cosa: è la previsione di spesa pubblica per l'anno prossimo. Vi troviamo pochi e vaghi aiuti alle famiglie numerose, pochi tagli alla spesa e tanti bonus volti a ottenere consensi. Lo Stato resta pesante e in sostanza non cambia nulla. Speriamo solo che continui la congiuntura favorevole.

Camera dei Deputati

Con il cerimoniale ormai collaudato e come è ormai tradizione, oltre che vincolo legislativo, anche quest’anno il Parlamento ha varato la legge di stabilità, quella che fino a qualche anno fa si chiamava “legge finanziaria”, che è in pratica il documento sulla base del quale si attuano le grandi linee e i piccoli aggiustamenti della spesa pubblica per l’anno successivo.

Anche quest’anno il cerimoniale e la tradizione sono stati rispettati anche nel senso che a fianco dei grandi numeri sui capitoli di spesa si è approfittato di questo treno per inserire piccole, ma magari importanti novità che avrebbero dovuto trovar posto molto più coerentemente in leggi apposite. E’ il caso del bonus di 80 euro alle forze dell’ordine, delle assunzioni straordinarie per polizia e carabinieri, dei 500 euro per la cultura dei diciottenni, del versamento del canone Rai con la bolletta elettrica, del nuovo fondo per l’assistenza sanitaria. 

Ma ormai la prassi legislativa del Parlamento è completamente stravolta rispetto ai principi costituzionali: il varo di nuove leggi prevede tempi biblici e peraltro sono sempre più rari i casi di leggi proposte da parlamentari e non dal Governo e addirittura sono completamente sparite le leggi di iniziativa popolare. E’ così che spesso il Governo per leggi di particolare importanza ricorre alla formula del decreto, che prevede una ratifica parlamentare entro 60 giorni, anche se palesemente non sussistono i requisiti di necessità e urgenza.

La legge di stabilità 2016 è nel solco della tradizione anche perché prevede pochissimi interventi di tagli alla spesa e alcune misure che mirano soprattutto a creare consenso che non ad affrontare in maniera strutturale i nodi della spesa pubblica. Sul primo fronte, quello dei tagli, vi sono piccole misure di risparmio per i singoli ministeri, ma senza entrare nel merito, e una progressiva riduzione dei compensi a patronati e Caf (che peraltro svolgono un lavoro che dovrebbe essere competenza delle stesse amministrazioni pubbliche).

Vi sono poi, sul fronte della spesa, molti interventi cosiddetti “a pioggia” per finanziare iniziative ed associazioni peraltro in gran parte meritevoli dell’intervento pubblico. Tutta tesa al consenso è sicuramente l’abolizione della tassa sulla prima casa, un’abolizione che aiuta solo marginalmente la ripresa dell’economia e offre un beneficio limitato (in media 200 euro all’anno) alla grande maggioranza dei cittadini.  Certo 200 euro sono meglio di nulla, ma in una società che ha bisogno di dinamismo e di flessibilità, come l’attuale, più che provvedimenti che favoriscano la proprietà ci sarebbe bisogno di interventi che rendano gli affitti più facili per gli inquilini e più garantiti per i proprietari. 

Sostanzialmente quindi siamo di fronte ad una legge che ricalca gli esempi del passato, non riduce l’ambito di intervento dello Stato nell’economia, appare ispirata anche da buone intenzioni, ma con risultati molto limitati. E’ il caso della carta di sconti per le famiglie numerose: un’iniziativa mossa dall’intenzione di sostenere in qualche modo la natalità, ma che nei fatti appare burocratica nell’applicazione e tutta da definire nei contenuti. Più efficace, anche se non certo risolutiva, sarebbe stato prevedere la semplice e automatica gratuità dal terzo figlio in poi su treni, trasporti urbani, musei e ogni altro servizio pubblico. Ma le cose troppo semplici non fanno parte del bagaglio della nostra politica.

Per concludere c’è da sperare che continuino i venti favorevoli dell’euro debole, dei tassi di interesse praticamente a zero, dei bassi prezzi del petrolio, del buon andamento dei mercati esteri dove sono dirette le nostre esportazioni. Di nostro per spingere la ripresa, abbiamo aggiunto, ben poco. Buon anno.

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