Sputi alla statua di Maria, l’ennesimo affronto dei nazionalisti ebrei
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Nuovi episodi anticristiani nella Città Santa: giovani estremisti, in pieno giorno, hanno preso a calci i portoni del quartiere cristiano, sputato contro sacerdoti e una statua della Madonna, mentre le forze dell’ordine stavano a guardare. Azioni che l’impunità rende sempre più frequenti.
A Gerusalemme aumentano le aggressioni e gli insulti contro i cristiani. Nel silenzio delle istituzioni. Gli oltraggi sembrano diventare ormai un fenomeno incontenibile. 14 maggio 2026: nel cuore della Città Vecchia, gruppi di giovani ebrei estremisti della destra nazionalista, sventolando bandiere con la Stella di Davide, attraversano le strade come se transitassero in territorio conquistato; urlano slogan razzisti, prendono a calci i portoni del quartiere cristiano, sputano contro sacerdoti e simboli religiosi, accerchiano i frati per umiliarli pubblicamente. Giunti davanti alla statua della Vergine, a poche decine di metri dall’entrata del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, vicino a Porta Nuova, trasformano l’effige sacra nell’ennesimo bersaglio di una guerra identitaria, ormai combattuta alla luce del sole, senza temerne le conseguenze. Un gesto deplorevole. Incivile.
Le immagini diffuse sui social mostrano dei giovanissimi, arrivati dagli insediamenti e dagli ambienti più radicalizzati del nazionalismo religioso, mentre lanciano sputi contro la statua della Madonna durante la “Marcia delle Bandiere”, la celebrazione annuale della conquista israeliana di Gerusalemme Est nel 1967. Sogghignano, provocano, si muovono in gruppo. E nessuno interviene. Nessuno li ferma. Nessuno tenta d’impedire queste provocazioni. Poliziotti e soldati guardano come se nulla stesse accadendo. Ed è proprio questo il punto, che nelle comunità cristiane viene ripetuto con rabbia crescente: non solo le aggressioni, ma l’impunità. Non solo l’odio, ma la sensazione che quel disprezzo possa imporsi pubblicamente senza produrre alcuna conseguenza reale. Secondo diverse testimonianze raccolte nella Città Vecchia, gli estremisti agirebbero consapevoli dell’inesistenza della risposta delle autorità. Si muovono come se qualcuno avesse concesso loro l’impunità. Agiscono nella consapevolezza che hanno delle protezioni. Le denunce parlano di un problema che non riguarda soltanto la sicurezza, ma la credibilità stessa dello stato di diritto a Gerusalemme. Perché gli sputi contro sacerdoti, le aggressioni verbali, le intimidazioni e le profanazioni contro simboli cristiani non avvengono più negli angoli nascosti della città: avvengono davanti ai turisti, ai pellegrini.
La nuova profanazione sarebbe soltanto l’ultimo episodio di una lunga sequenza di violazioni rimaste sostanzialmente impunite. Il problema non riguarda semplicemente l’attacco materiale contro una statua, ma ciò che quella statua rappresenta per milioni di credenti nel mondo. E ciò che si contesta è la tendenza a minimizzare gli episodi come semplici bravate o vandalismi occasionali. Nelle denunce emerge anche una critica diretta alla condotta delle forze dell’ordine. Da più parti si sostiene che la polizia israeliana, pur presente con migliaia di agenti durante la marcia, non avrebbe impedito gli atti di intimidazione contro cristiani e palestinesi. Gli estremisti hanno potuto attraversare i quartieri più sensibili della città gridando slogan contro gli arabi, insultando i religiosi e provocando i residenti senza incontrare una reale opposizione.
Molti negozi palestinesi sono rimasti chiusi per il timore di aggressioni e vandalismi. Le strade della città antica si sono trasformate in una sorta di terra di nessuno, dominata da tensione e assenza di controllo. Attivisti israeliani e palestinesi, impegnati in iniziative nonviolente, hanno raccontato di essere stati insultati, spintonati e allontanati mentre cercavano di proteggere civili e luoghi religiosi. Nelle testimonianze raccolte nelle ore successive ricorre la stessa domanda: dov’era la polizia mentre gruppi di giovani e ragazzi oltraggiavano con sputi sacerdoti e simboli religiosi?
Secondo le comunità cristiane, la questione è diventata più esplosiva per la frequenza di questi episodi, non più eccezionali. Diventati, oramai, una pratica quasi ordinaria. Per anni, le offese ai religiosi avvenivano di notte o in zone isolate. Oggi accadono in pieno giorno, in centro città, davanti a telecamere e pattuglie. È questa trasformazione a spaventare maggiormente: la convinzione che l’estremismo religioso non si sente più marginale, ma protetto da una politica sempre più permissiva. Secondo gli osservatori religiosi e le associazioni che monitorano il fenomeno, la sensazione di impunità avrebbe rafforzato negli ambienti ultranazionalisti l’idea di poter colpire senza pagare alcun prezzo. Quasi sempre, tutto finisce senza processi significativi, senza condanne, senza una risposta politica proporzionata.
I dati raccolti negli ultimi anni raccontano una frattura sempre più profonda nella società israeliana. Una parte significativa del mondo religioso ebraico considera il cristianesimo un’idolatria e proibisce agli ebrei di entrare nelle chiese. Tra gli ultraortodossi le percentuali diventano schiaccianti. Diminuisce anche il sostegno all’insegnamento del cristianesimo nelle scuole e allo studio del Nuovo Testamento. Per i cristiani locali il messaggio è chiarissimo: siete una presenza tollerata, ma non pienamente riconosciuta come parte legittima della città.
A Gerusalemme Est cresce così il senso di estraneità. Sempre più cristiani raccontano di avere paura di indossare una croce o un abito religioso. Sempre più giovani pensano di andarsene. L’emigrazione non nasce soltanto dalla guerra o dalla crisi economica, ma da un logoramento quotidiano fatto di oltraggi, umiliazioni e silenzi istituzionali.
Nelle stesse ore della profanazione della statua mariana vicino a Porta Nuova, altri gruppi di giovani estremisti avrebbero preso di mira il convento della Custodia di Terra Santa. Nuovi video mostrerebbero tutto ciò. Le comunità religiose denunciano che ogni episodio viene archiviato come folclore estremista, mentre sul terreno si consolida una cultura dell’intimidazione.
Ma il problema non riguarda soltanto Israele. Negli ultimi mesi anche il Libano è stato attraversato da episodi di vandalismo contro simboli cristiani: crocifissi abbattuti, statue mariane profanate, provocazioni interpretate come atti deliberatamente anticristiani. In parallelo, la guerra regionale e la radicalizzazione religiosa stanno accelerando la fuga delle minoranze cristiane dal Medio Oriente.
A Gerusalemme la ferita appare più simbolica e più grave. Perché qui il conflitto non investe soltanto una minoranza religiosa: investe l’idea stessa di città santa universale e perciò anche cristiana. Ed è per questo che, per le comunità cristiane, la questione non può più essere ridotta a episodi isolati. Il problema non è soltanto chi sputa contro una statua della Vergine. Il problema è che può farlo davanti a tutti, nel centro di Gerusalemme, senza paura, senza vergogna e senza che nessuno lo fermi.
In ultimo sorge spontanea una domanda: e se gli sputi e gli atti vandalici fossero stati rivolti verso gli ebrei cosa sarebbe accaduto?

