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Soft skills, una scuola che non riesce a ricomporre l'umano

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Dopo avere fatto in mille pezzi l’uomo, con le ideologie di questi ultimi secoli, adesso ci si accorge che non sta più in piedi. Con le softskills, ammesso che si riesca ad attuare il progetto in una scuola ormai al collasso, si rischia di produrre solo delle nuove umanità deformi.

Editoriali 19_02_2026

L’emergenza educativa è un tema di cui si parla ormai da decenni, ma ultimamente – considerata la frequenza e l’intensità dei segnali di disagio e violenza provenienti dalle giovani generazioni - il problema pare diventato una vera e propria “patata bollente”.

La scuola, come al solito, è collocata in prima linea, usando anche i “metal detector”, per sperimentare possibili strategie di contenimento del fenomeno, anche se evidentemente – come abbiamo più volte ripetuto - il problema ha ben altra origine.

La nuova soluzione escogitata per far fronte a quella che il Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del ministero, Carmela Palumbo, ha definito «recrudescenza di un certo analfabetismo socio-emotivo tra i ragazzi, acuito dai social», è uno specifico decreto, emanato alcune settimane fa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, in attuazione della legge 22 del 19 febbraio 2025: “Introduzione dello sviluppo di competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle istituzioni scolastiche e dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti nonché nei percorsi di istruzione e formazione professionale”.

Cosa sono queste fantomatiche competenze non cognitive e trasversali? Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità (e qui dovremmo già cominciare a preoccuparci…)  le competenze non cognitive o life skills, sono «quelle abilità che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni». In parole povere: l’autocontrollo, il benessere, la perseveranza, la felicità, la resilienza, la mentalità aperta, la grinta, l’intelligenza sociale. E ancora: la capacità di cooperare, di risolvere pacificamente i conflitti, di lavorare in gruppo.

Insomma, l’idea di fondo è che bullismo e violenza si possano contrastare anche sviluppando la capacità di stare insieme in armonia, di «essere emotivamente connessi», come ha specificato la Palumbo. O, ancora, come recita l’articolo 4 della legge 22/2025, promuovendo «un’educazione realmente inclusiva ed equa». Ennesime parole al vento.

Le soft skills non sono una novità, per chi opera nel mondo della scuola, poiché già da qualche anno queste definizioni circolano nei programmi e nei convegni, ma finora non erano diventate oggetto di una vera e propria legge, con relativa sperimentazione triennale che partirà dal prossimo anno scolastico. Così, oltre alle mille e più educazioni già in vigore nei percorsi scolastici (alla salute, alimentare, sessuale, affettiva, al rispetto, all’ascolto, alla tolleranza, all’inclusione, finanziaria, ecologica, ambientale, alla cittadinanza, etc. etc..) si andranno ad aggiungere le “soft skills” e le “non cognitive skills”, con tutto il loro pacchetto articolato di istruzioni specifiche. Sarà interessante capire come si potrà infilare anche questa ennesima trovata nelle attività ordinarie di insegnamento, sempre più risicate e sacrificate sull’altare dell’assistenza sociale.

E’ forse inutile sottolineare – ma lo facciamo ugualmente - che già le stesse definizioni, mutuate dalla lingua inglese e dal mondo della produzione, rivelano che l’idea di uomo sottesa è proprio quella dell’individuo orientato al benessere sociale, alla redditività, e quindi allo sviluppo economico. E’, in definitiva, un passo ulteriore (ben mascherato) verso la realizzazione proprio di quella scuola «catena di montaggio» e «fabbrica di capitale umano» così utile al sistema produttivo, avendo come obiettivo l’incremento del PIL. Gli economisti non ne fanno mistero e non perdono occasione per ribadirlo: la proposta di modifica del calendario scolastico per meglio distribuire i flussi turistici nel corso dell’anno, ne rappresenta l’attestazione più recente.

E anche se le competenze non cognitive intendessero – come i sostenitori della proposta dichiarano - rilanciare un’idea di «educazione come accompagnamento della persona», mettendo al centro del lavoro formativo «le dimensioni cognitive, emotive e relazionali», lasciano comunque molto perplessi il metodo, la fattibilità e lo scopo. Come ricomporre in unità la persona, dopo averla sbriciolata in mille frammenti? Che tipo di uomo si vuole comporre, incollandogli addosso tutte queste educazioni?

Tutto quello che si propone oggi nella didattica è già frammentato, perché corrisponde a un io frammentato – quello della cultura odierna - che ha perso il proprio centro di gravità, non avendo più un ideale solido per cui vivere, E questa frammentazione dell’io è proprio il dramma attuale della scuola, che non ha certo bisogno di nuove istruzioni per il corretto comportamento nei vari settori della realtà, ma di adulti che testimonino ai giovani la possibilità di studiare, conoscere, vivere, con una ipotesi di senso unificante che raccolga in unità tutte le discipline di studio (quella da cui ha avuto origine l’Universitas) e tutte le circostanze della vita.

Vale la pena riprendere, allora, quanto affermò Mons. Bagnasco nella lontana ma ancora attualissima Prolusione al Consiglio Permanente della CEI del 17 settembre 2007: «Mi riferisco all’esigenza ormai da tutti riconosciuta di raccogliere e coltivare sempre meglio l’unità della persona: essa è continuamente insidiata dalla frantumazione e dallo smarrimento, dovuto non tanto alla necessaria articolazione delle esperienze quanto piuttosto alla mancanza di criteri di interpretazione e di sintesi. Il clima di materialismo in cui viviamo tende a sfilacciare le persone e a frantumare i loro punti di vista, in una estenuazione che vorrebbe rendere patetico qualunque richiamo alla coerenza. Ma il vuoto non si regge in piedi e la vita concreta non si divide a settori o momenti tra loro incomunicabili».

Occorre dunque un adulto, non isolato, che viva un’unità culturale: ecco la condizione per l’educazione e la formazione a scuola. Ecco l’unica reale possibilità di realizzare quello «sviluppo armonico e integrale della persona, delle sue potenzialità e dei suoi talenti» di cui parla in apertura la citata L.22/2025. E questa unità ha un nome, come ricordava Papa Benedetto XVI a Monaco nel settembre 2006: «Non è affatto sufficiente che i bambini e i giovani acquistino nella scuola soltanto delle conoscenze e delle abilità tecniche, e non i criteri che alle conoscenze e alle abilità danno un orientamento e un senso. Stimolate gli alunni a porre domande non soltanto su questo o su quello, ma a chiedere sul “da dove” e sul “verso dove” della nostra vita. Aiutateli a rendersi conto che tutte le risposte che non giungono fino a Dio sono troppo corte». Sono queste le vere competenze trasversali di cui c’è bisogno. Il resto ne conseguirà in modo naturale.

Dopo avere fatto in mille pezzi l’uomo, con le ideologie di questi ultimi secoli, adesso ci si accorge che non sta più in piedi. I maestri di pensiero odierni vogliono ricostruirlo, ma non hanno la mappa per farlo, perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio. Con le softskills, ammesso che si riesca ad attuare il progetto in una scuola ormai al collasso, si rischia di produrre solo delle nuove umanità deformi.