Sindone, nuove ricerche ne confermano il soggiorno in Medio Oriente
Diciannove scienziati, coordinati da Gianni Barcaccia, hanno condotto un’importante ricerca su materiale prelevato dalla Sindone, con la quale si conferma la prevalenza di DNA di origine mediorientale. I negatori dell’autenticità del Sacro Lino si sono già attivati, facendo leva sulla già smentita datazione del 1988 al radiocarbonio.
Un’importante ricerca è stata condotta recentemente da diciannove scienziati di prestigiose università su materiale prelevato ufficialmente dalla Sindone nel 1978. Il campionamento fu effettuato da Pier Luigi Baima Bollone, noto professore di Medicina Legale di Torino, purtroppo deceduto lo scorso novembre. In sua memoria a Torino è stato organizzato un convegno lo scorso 17 febbraio. Baima Bollone è conosciuto per aver dimostrato che sulla Sindone c’è sangue umano di gruppo sanguigno AB. I diciannove scienziati che stanno per pubblicare la nuova ricerca, attualmente disponibile in preprint, sono coordinati da Gianni Barcaccia, docente di Genetica e Genomica all’Università di Padova. Fra i firmatari dell’articolo compare anche Baima Bollone, che ha contribuito al lavoro in modo fondamentale fino al momento della sua morte.
Nel 2015 Barcaccia, con i suoi colleghi, aveva già pubblicato un interessante articolo su Nature Scientific Reports nel quale veniva annunciata la sorprendente scoperta della presenza di DNA di contaminazione delle persone che avevano toccato la Sindone: oltre il 55,6% del Vicino Oriente e circa il 38,7% di indiani, mentre gli europei rappresentavano meno del 5,6%. La presenza di DNA indiano si può spiegare: presso il Tempio di Gerusalemme all’epoca di Gesù erano presenti pregiati tessuti di lino indiano, che erano utilizzati per le vesti del sommo sacerdote. Durante la festa dello Yom Kippur, le indossava nei rituali pomeridiani, come ricordato dalla paleografa Ada Grossi.
Nel nuovo articolo si legge: «La presenza di circa il 38,7% di lignaggi etnici indiani potrebbe essere il risultato di interazioni storiche o dell'importazione di lino da parte dei Romani da regioni vicine alla valle dell'Indo, associata al termine Hindoyin presente nei testi rabbinici. In particolare, il termine Sindone, derivato dal greco Sindôn che significa lino fine, potrebbe essere correlato al Sindh, una regione rinomata per i suoi tessuti di alta qualità. Le prove storiche supportano i legami commerciali tra l'India e il Mediterraneo, sottolineando l'importanza di questi tessuti e invitando a un'ulteriore esplorazione delle antiche interazioni culturali e delle pratiche commerciali. Infatti, lo studioso biblico Lavergne ha affermato che il termine Sindôn si riferisce a un tessuto di origine indiana, apprezzato per le sue qualità e utilizzato per scopi vari e molteplici. In breve, una rivalutazione di questi risultati dall’analisi delle tracce di DNA trovate sulla Sindone di Torino suggerisce la potenziale ampia esposizione del tessuto nella regione mediterranea e la possibilità che il filato fosse prodotto in India». E aggiungono: «Nel complesso, i nostri risultati, sia precedenti che attuali, forniscono preziose informazioni sulle origini geografiche degli individui che hanno interagito con la Sindone durante il suo percorso storico attraverso diverse regioni, popolazioni ed epoche».
La ricerca annunciata ora conferma la presenza dell’aplogruppo H33, «prevalente nel Vicino Oriente e frequente tra i Drusi». E viene precisato: «In particolare, la popolazione drusa condivide un'ascendenza genetica comune con ebrei e ciprioti e si è storicamente mescolata con altre popolazioni levantine, tra cui palestinesi e siriani». Anche la presenza di microrganismi è degna di nota, perché «il microbioma ricostruito della Sacra Sindone rivela una ricca varietà di microrganismi comunemente presenti sull'epidermide umana, nonché comunità di archei adattate ad alta salinità e funghi, comprese le muffe». «Gli archei alofili indicano una conservazione in ambiente salino o in condizioni di stoccaggio saline».
Oltre alla conferma del soggiorno della Sindone in Medio Oriente, è verosimile la conservazione in un ambiente salino come quello nei pressi del Mar Morto. Viene così aggiunto un altro elemento alla lista di prove scientifiche favorevoli all’autenticità della Sindone. Ne ha parlato oggi, 1 aprile, Vatican News.
Come era prevedibile, ai negatori dell’autenticità della Sindone le nuove scoperte non piacciono. Ecco scendere subito in campo l’archeologo Anders Götherström, ricercatore della Stockholm University in Svezia, esperto di DNA antico. In un articolo di Antonello Buzzi, apparso su Tom’s Hardware Italia, Götherström viene intervistato e ribadisce che la datazione al radiocarbonio del 1988 rimane la pietra angolare dell'interpretazione scientifica della Sindone. «Non vedo ancora ragioni per dubitare che la Sindone sia francese e risalga al XIII-XIV secolo», afferma, aggiungendo che la storia documentata della reliquia, come oggetto di venerazione medievale europeo, potrebbe essere in sé più significativa di qualsiasi ipotesi su origini leggendarie prive di supporto empirico solido. Tutta la prestigiosa ricerca dei diciannove scienziati viene liquidata come «ipotesi su origini leggendarie prive di supporto empirico solido»! Nell’articolo di Buzzi viene anche sottolineato che nel materiale analizzato dai diciannove scienziati appaiono pure cospicue contaminazioni, sia vegetali che animali. Infatti lo mette in risalto sia nel titolo, Sindone di Torino: il DNA rivela tracce di persone, animali e vegetali, che nel sottotitolo, L’analisi genetica evidenzia tracce accumulate da numerosi individui e specie, risultato di secoli di esposizione, manipolazioni e contatti ambientali.
E via con l’elenco delle contaminazioni trovate: «La nuova ricerca amplia notevolmente quella prospettiva, rivelando una vera e propria enciclopedia biologica intrappolata nelle fibre della tela. Sul piano faunistico, il DNA individuato copre un'ampia varietà di specie domestiche e selvatiche: gatti e cani, animali da allevamento tra cui galline, bovini, capre, pecore, maiali e cavalli, e selvatici come cervi e conigli. Tra le specie acquatiche si annoverano il cefalo grigio (Mugil cephalus), il merluzzo atlantico (Gadus morhua) e altri pesci con pinne raggiate. La presenza di crostacei marini, mosche, afidi, e aracnidi quali acari della polvere, acari cutanei e zecche completa un quadro di contaminazione biologica ampio e stratificato nel tempo». «Altrettanto variegata è la componente vegetale: tra le specie più rappresentate figurano carote e diverse varietà di frumento, ma anche peperoni, pomodori e patate — piante la cui diffusione in Europa è strettamente legata alle esplorazioni verso l'Asia e le Americhe, avvenute a partire dal XV secolo. Questi dati confermano che la Sindone ha attraversato ambienti e contesti storici molto differenti, accumulando tracce biologiche in momenti non determinabili con precisione».
«Sul versante del DNA umano, i ricercatori hanno identificato materiale genetico proveniente da numerosi individui che hanno maneggiato il tessuto nel corso dei secoli, inclusi i membri stessi del team di campionamento del 1978. Come scrivono gli autori nel loro studio, «la Sindone è venuta a contatto con molteplici individui, rendendo estremamente difficile isolare il DNA originale del manufatto. Questa sovrapposizione di contribuenti genetici costituisce una limitazione metodologica rilevante per qualsiasi tentativo di ricostruzione storica basata sull'analisi del DNA».
La contaminazione viene usata per tentare di screditare il lavoro di Barcaccia e colleghi, come se non sapessero distinguere il DNA indiano e mediorientale dagli altri DNA presenti, cosa che invece hanno fatto scrupolosamente. Certo, è noto da tempo che al DNA dell’Uomo della Sindone nel corso del tempo si è aggiunto quello di persone che hanno avuto contatto con la Sindone, come le Clarisse che hanno rammendato il tessuto. Baima Bollone, con alcuni colleghi, pubblicò su questo fatto un importante articolo. Ciò però non inficia assolutamente la rigorosa ricerca dei diciannove scienziati. Piuttosto, non viene in mente ai negatori che il cospicuo inquinamento potrebbe aver alterato il risultato della radiodatazione del 1988? Oggi i laboratori che compiono le datazioni con il C14 sono molto prudenti sui risultati che si ottengono da tessili contaminati. La Beta Analytic di Miami (Florida), uno dei più grandi laboratori al mondo per le datazioni con il C14, avverte: «Il laboratorio non esegue la datazione di tessuti o altri oggetti di valore elevato o inestimabile, a meno che il pagamento e l’invio del campione siano effettuati da un ente statale, da un museo o da un altro istituto riconosciuto che stia studiando i materiali all’interno di un processo di ricerca multidisciplinare. È possibile inviare il materiale tramite un archeologo professionista, che dichiari che il campione è adatto per la datazione al radiocarbonio». E sottolinea: «I campioni di tessuto ben conservati, con una buona struttura e non trattati con materiali conservanti, generano risultati precisi. I campioni prelevati da un tessuto trattato con additivi o conservanti generano un’età radiocarbonica falsa».
Buzzi non cita la smentita scientifica di quella datazione medievale, apparsa nel 2019 su Archaeometry, rivista dell’Università di Oxford, a firma di Tristan Casabianca, Emanuela Marinelli, Benedettto Torrisi e Giuseppe Pernagallo, basata sui dati grezzi delle misurazioni finalmente ottenuti dal British Museum grazie a un’azione legale internazionale. Liquida così la contestazione dei risultati del 1988: «Questa datazione, pur contestata da alcuni studiosi cristiani, è considerata sufficientemente solida dalla maggior parte della comunità scientifica».
È triste constatare in che modo le notizie vengano diffuse da certi giornalisti, ma ci siamo abituati. Sì, io faccio parte degli «studiosi cristiani» e per questo Wikipedia (è già tanto che ci sono!) mi definisce così: «Personaggio assolutamente minore, non ha dato contributi scientifici di spessore sulla Sindone, puntando esclusivamente su un acritico autenticismo». Ma come scriveva San Daniele Comboni, riportato in un articolo di alcuni anni fa: «Bisogna patire grandi cose per amore di Gesù Cristo [...] combattere con i potentati, con i turchi, gli atei, i frammassoni, i barbari, gli elementi, i frati, i preti [...] ma noi colla sua Grazia trionferemo dei Pascià, dei frammassoni, dei governi atei, degli storti pensieri dei buoni, delle astuzie dei cattivi, delle insidie del mondo e dell’inferno [...] tutta la nostra fiducia è in Colui che è morto e risorto per noi e sceglie i mezzi più deboli per fare le sue opere».
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