Sindaco di Milano, le divisioni a destra aiutano la sinistra
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La corsa per Palazzo Marino è già iniziata e se nessuno dei due schieramenti scopre ancora le proprie carte c'è una differenza sostanziale. La linea del fronte progressista è improntata a prudenza e strategia, mentre il fronte opposto si espone al rischio di logorarsi in anticipo fra liti e veti incrociati.
La campagna elettorale per Palazzo Marino è già cominciata, anche se il voto è ancora lontano. Da mesi, nei partiti e nei salotti della politica milanese, si susseguono incontri, indiscrezioni, sondaggi e prove di posizionamento. Eppure, nonostante il fermento, nessuno dei due principali schieramenti ha ancora scoperto davvero le proprie carte. Con una differenza sostanziale: se nel centrosinistra la prudenza appare una strategia, nel centrodestra il rischio è che l'incertezza finisca per trasformarsi in un boomerang.
Sul fronte progressista la partita resta infatti volutamente coperta. I nomi in campo sono sostanzialmente tre. Il primo è quello di Pierfrancesco Majorino, eurodeputato, figura storica della sinistra milanese e candidato presidente della Regione Lombardia nel 2023. C'è poi Umberto Ambrosoli, già candidato governatore nel 2013, personalità civica molto apprezzata e da sempre considerata un punto di riferimento dell'area riformista. Infine Mario Calabresi, giornalista ed ex direttore di importanti quotidiani nazionali, il cui profilo rappresenterebbe probabilmente la soluzione più trasversale.
È proprio Calabresi, infatti, a essere indicato da molti osservatori come il candidato con le maggiori potenzialità elettorali. Il suo profilo civico, moderato e distante dalle tradizionali appartenenze di partito, potrebbe consentirgli di raccogliere consensi non soltanto nell'elettorato di centrosinistra, ma anche in quella fascia moderata del centrodestra che negli ultimi anni ha spesso mostrato un certo disagio verso le dinamiche della coalizione. Proprio per questo il centrosinistra continua a mantenere il massimo riserbo, nella consapevolezza che una scelta prematura potrebbe alterare gli equilibri politici ancora prima dell'avvio ufficiale della campagna.
Ma è soprattutto nel centrodestra che si gioca la partita più delicata. Dopo vari lustri di amministrazioni di centrosinistra, la coalizione considera Milano il principale obiettivo politico delle prossime elezioni amministrative. La riconquista di Palazzo Marino rappresenterebbe infatti un successo simbolico enorme, sia sul piano nazionale sia su quello lombardo.
A parole, tutti i leader ribadiscono che vincere Milano è una priorità assoluta. Anche perché la gestione della città da parte della sinistra viene spesso descritta dagli esponenti del centrodestra come caratterizzata da numerose criticità: sicurezza, casa, mobilità, commercio e qualità della vita sono i temi sui quali l'opposizione ritiene di poter costruire una proposta alternativa credibile. Eppure, osservando quello che accade dietro le quinte, emerge una sensazione completamente diversa. Più che costruire una candidatura forte e condivisa, il centrodestra sembra impegnato in una continua resa dei conti interna. I tavoli si moltiplicano, i nomi aumentano, ma il punto di sintesi appare sempre più lontano.
I possibili candidati sono ormai una decina. Da Maurizio Lupi ad Antonio Civita, da Pietro Tatarella a Giovanni Terzi, da Alessandro Spada a Silvia Sardone fino ad arrivare a Nino La Lumia, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano e ad altri esponenti del mondo professionale e civico. Un elenco sempre più lungo che, anziché rafforzare la coalizione, finisce per trasmettere l'immagine di uno schieramento incapace di scegliere.
Il principale ostacolo è rappresentato dai veti incrociati. La candidatura di Maurizio Lupi, sostenuta con convinzione da Fratelli d'Italia e in particolare dal presidente del Senato Ignazio La Russa, incontra infatti le resistenze sia della Lega sia di Forza Italia, che non sembrano disponibili ad accettarla. E quando il principale nome sul tavolo viene respinto da due dei principali alleati, appare evidente quanto sia complicato trovare una soluzione condivisa.
In questo scenario, il protagonista più attivo è proprio Ignazio La Russa. Da settimane il presidente del Senato sta incontrando praticamente tutti i possibili candidati, organizzando confronti riservati e perfino cene nella propria abitazione. Un'attività politica intensa che ha un obiettivo ben preciso: costruire intorno a Maurizio Lupi una squadra nella quale gli altri aspiranti sindaci, quasi tutti espressione della società civile o del mondo delle professioni, possano trovare spazio come futuri assessori.
Una strategia che, tuttavia, sta provocando più di un malumore tra gli alleati. Non tanto per il metodo del confronto, quanto per il ruolo che La Russa sembra essersi ritagliato. La scelta del candidato sindaco di una città come Milano, infatti, dovrebbe normalmente essere il risultato di un confronto tra le segreterie dei partiti che compongono la coalizione. Il rischio è invece quello di dare l'impressione che sia un singolo leader, seppur autorevole, a voler orientare da solo una decisione così importante.
Ed è proprio questo il punto politico più delicato. Che senso ha un casting parallelo, condotto senza un reale coinvolgimento dei vertici dei partiti e, anzi, con il risultato di irritarli? Se l'obiettivo dichiarato è quello di unire il centrodestra, il metodo scelto sembra produrre l'effetto opposto, alimentando diffidenze e irrigidimenti.
Nel frattempo si muove anche un'altra corrente della coalizione. Gli ex sindaci Gabriele Albertini e Letizia Moratti continuano a sostenere la necessità di allargare il perimetro dell'alleanza verso il centro e il mondo civico. Per questo guardano con interesse al nome di Carlo Cottarelli, economista di fama internazionale, figura super partes che potrebbe raccogliere anche il consenso di Azione e di altri soggetti moderati.
Il tempo, però, non è infinito. Più si prolunga il confronto interno, più aumenta il rischio che la competizione si trasformi in una guerra di logoramento. Le minacce, neppure troppo velate, di Lega e Forza Italia di presentare ciascuna un proprio candidato qualora non si trovasse un'intesa rappresentano un campanello d'allarme serio. Una frammentazione del centrodestra consegnerebbe inevitabilmente un enorme vantaggio al centrosinistra, indipendentemente dal nome che quest'ultimo deciderà di schierare.
È per questo che, osservando la situazione dall'esterno, viene spontanea una domanda. Il centrodestra vuole davvero vincere Milano oppure rischia di essere vittima di una sorta di sindrome dello sconfittismo? Perché tra le dichiarazioni pubbliche e ciò che avviene concretamente sembra esserci una distanza crescente. Da una parte l'obiettivo dichiarato di riconquistare Palazzo Marino; dall'altra un confronto permanente fatto di veti, personalismi, candidature parallele e iniziative individuali.
Le elezioni si vincono innanzitutto dimostrando agli elettori di saper governare se stessi prima ancora della città. Se il centrodestra non riuscirà rapidamente a trasformare il casting in una scelta condivisa, il rischio è che la partita venga compromessa ben prima dell'apertura delle urne. E il centrosinistra, che oggi osserva senza esporsi troppo, potrebbe ritrovarsi con un vantaggio politico costruito più sugli errori degli avversari che sui propri meriti.
