Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giorgio a cura di Ermes Dovico
ERBA

Se Olindo e Rosa fossero innocenti

Ascolta la versione audio dell'articolo

Si riapre il processo ad Olindo e Rosa, condannati per la strage di Erba del 2006. E si impone una riflessione sul circo mediatico-giudiziario.

Attualità 12_01_2024
Olindo Romano e Rosa Bazzi durante il processo (La Presse)

La notizia ha destato non poco scalpore. Martedì la Corte d’Appello di Brescia ha dato il via libera all’istanza di revisione del processo relativo alla strage di Erba, nel comasco. A distanza di quasi 18 anni, si torna a parlare di quel tragico evento perché sta emergendo una pista alternativa legata allo spaccio nordafricano e a una vendetta nei confronti di Azouz Marzouk. I legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi, che per oltre 15 anni sono stati ritenuti gli esecutori della strage, nella quale morirono Raffaella Castagna e sua madre Paola Galli, il piccolo Jousseph e una vicina di casa, Valeria Cherubini, avrebbero infatti raccolto alcune inedite testimonianze che potrebbero riaprire il caso e ribaltare la verità processuale.

È stata accolta dunque la richiesta avanzata dal sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser e dal team di avvocati guidato da Fabio Schembri. La Corte bresciana ha emesso un decreto di citazione a giudizio per una nuova udienza (primo marzo) nei confronti di Olindo Romano e Rosa Bazzi, i coniugi che furono condannati all’ergastolo nel primo processo.

Ciclicamente sono stati avanzati dubbi sull’attendibilità di quel verdetto, ma finora non si era arrivati a una decisione così clamorosa. Al di là del merito della vicenda, nonostante non si possa ancora parlare di errore giudiziario, alcune domande sorgono spontanee. Come è possibile che due persone rimangano in carcere per 15 anni senza la certezza che siano colpevoli? Sulla base di quali prove sono state condannate all’ergastolo? Perché queste due nuove testimonianze non sono state prese in considerazione all’epoca ed emergono solo ora? L’ennesimo esempio di malagiustizia dovrebbe stimolare considerazioni amare sullo svolgimento di alcuni processi, profondamente condizionati da una loro eccessiva spettacolarizzazione.

Quando il processo diventa mediatico si alterano gli equilibri e il verdetto spesso nasce dalla prevalenza di una visione colpevolista nei confronti degli imputati. In altri termini, se l’opinione pubblica si forma il convincimento che quelle persone possano essere colpevoli, il massacro mediatico orienta inevitabilmente in quella direzione la decisione dei giudici. I casi più eclatanti di cronaca nera dicono questo. Non è detto che si tratti sempre di verdetti sbagliati, anzi. Però la gogna mediatica nei confronti degli imputati, considerati fin dall’inizio colpevoli a prescindere dall’andamento del processo, rappresenta una patologia molto grave della nostra democrazia e del nostro sistema dei media.

Se Olindo e Rosa alla fine di questo nuovo capitolo della vicenda della strage di Erba venissero dichiarati innocenti, non poche colpe dovrebbero essere attribuite ad alcune trasmissioni televisive che fin dall’inizio, con un approccio lombrosiano, si sono scagliate contro di loro. Nessuno potrà restituire a Olindo e Rosa il tempo trascorso in cella e certamente un'eventuale assoluzione non avrebbe la stessa enfasi mediatica della condanna.

L’ammissibilità delle prove sarà fondamentale per stabilire l’orientamento dei giudici durante l’udienza del primo marzo, che decreterà l'inizio della discussione sull'istanza di revisione della sentenza. Come in ogni processo, le parti coinvolte dovranno esprimere la propria posizione sull'ammissione delle nuove prove, sulle quali la difesa di Olindo e Rosa si basa per ribaltare un processo che è stato confermato in ben tre gradi di giudizio. L'accusa sarà rappresentata dal procuratore generale di Brescia, mentre le parti civili, ovvero i familiari delle vittime della strage, dovranno decidere se costituirsi nuovamente. Se le nuove prove saranno ammesse, la Corte potrebbe rivedere il verdetto. Anche nel caso in cui nessuna prova dovesse essere ammessa, si procederà con le conclusioni della procura generale e delle difese. La decisione della Corte sarà fondamentale: confermare o annullare la sentenza di condanna.

Gli avvocati difensori di Olindo e Rosa sostengono che i loro assistiti sono innocenti e che la loro condanna è il risultato di "falsità". Il sostituto procuratore generale di Milano, Cuno Tarfusser ha dichiarato: «Sono contento, è una grandissima soddisfazione professionale che mi ripaga di tutta una serie di ostacoli e angherie degli ultimi tempi. Sono contento perché vuol dire che evidentemente non ho sbagliato […] Più leggo gli atti e più ci credo, ora tocca alla Corte di Brescia. Io sono professionalmente felice». Per Fabio Schembri, che con il collega Nico D'Ascola difende Olindo Romano, «è una grande soddisfazione aver riaperto i giochi» sulla sorte di Olindo e Rosa. «La nostra vera soddisfazione, però - specifica il legale - è se arriverà un proscioglimento, chiesto sulla scorta delle prove nuove». Giuseppe Castagna, che nella strage di Erba perse madre, sorella e nipotino, non è scosso dalla decisione di far discutere l’istanza e continua a ritenere che Olindo e Rosa siano i veri colpevoli: «Possono cercare in tutti i modi, ma non troveranno mai un'altra verità […] Ogni volta che ci arrivavano notizie di iniziative della difesa o mediatiche provavamo dolore, ora è quasi noia».

Una chiave di lettura alternativa rispetto alla narrazione ufficiale fu fornita all’epoca da Vittorio Feltri, che si schierò a favore dell’innocenza di Olindo Romano e Rosa Bazzi fin dal primo momento. A convincerlo fu la testimonianza di Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage, che descrisse il proprio aggressore con caratteristiche fisiche diverse da quelle di Romano. Feltri si convinse dell’innocenza dei coniugi, nonostante la loro confessione: «Erano smarriti di fronte a certe accuse e siccome gli investigatori gli avevano promesso mari e monti se avessero confessato, i due da autentici allocchi hanno abboccato e hanno rilasciato una confessione che d’altro canto non sta in piedi».

Il primo marzo si apre dunque un capitolo nuovo di una vicenda che in tanti ritenevano definitivamente chiusa. Se dovesse esserci un ribaltamento clamoroso della sentenza di condanna dei due imputati, saremmo di fronte all’ennesimo caso di errore giudiziario, che conferma la necessità di una revisione di alcuni meccanismi processuali e l’esigenza di una maggiore sobrietà nella rappresentazione mediatica delle vicende processuali.