• ABOLIZIONE DELLA TASI

Saremo sempre meno un Paese per giovani

La promessa di abolire la tassa sulla prima casa va comunque accolta a braccia aperte, in un paese vessato dal fisco. Ma c'è il rischio di un effetto indesiderato: si avvantaggeranno ancora una volta i pensionati di oggi e resteranno penalizzati i giovani in età da lavoro. E in un Paese in piena crisi demografica.

Tasi

Prima di tutto chiariamoci su una cosa: abolire una tassa, qualsiasi essa sia, in un Paese iper-tassato come il nostro è sempre una buona cosa. Ed è soprattutto positiva l’abolizione dell’imposta sulla prima casa, bene d’eccellenza delle famiglie, che nei periodi di crisi diventa sempre più prezioso. Non si può quindi che accogliere a braccia aperte la speranza (temiamo vana) che il governo Renzi decida davvero di eliminare l’imposta sul mattone.

Nell’abolizione della Tasi c’è però il rischio di un effetto indesiderato, che potrebbe finire con l’aggravare una stortura tutta italiana. Secondo i dati di un’indagine della Banca d’Italia sui beni delle famiglie risulta essere proprietaria di prima casa il 76% delle famiglie con capofamiglia over 55, contro il 44,7% dei nuclei con capofamiglia di età inferiore a 35 anni. Detta bruscamente l’abolizione dell’imposta sulla prima casa beneficerebbe più i vecchi che i giovani, in un Paese in cui non solo il tenore di vita ma anche i benefici contributivi procedono di pari passo con l’età.

Si pensi, ad esempio, agli oggettivi benefici rappresentati dal sistema retributivo, che premia in modo ingiusto chi è già in pensione a discapito di chi ci andrà fra qualche decennio. Il retributivo consente infatti di andare in pensione con un reddito compreso fra il 52 (per i redditi superiori ai 150mila euro annui) e l’88% dell’ultimo stipendio, contro il 27-74% del contributivo.

Ciò vuol dire, in primis, che chi è in pensione oggi finisce col prendere – nella maggior parte dei casi - una pensione complessiva più alta dei contributi versati durante l’intera vita lavorativa. Una modalità che ha già creato un pesante debito nelle casse previdenziali che, visto che il nostro sistema pensionistico è a ripartizione (i contributi pagati dai lavoratori pagano la pensione di qualcun altro), faranno in modo che le prossime generazioni prenderanno una pensione complessivamente inferiore ai contributi versati in una vita intera.

Non è per farne una questione generazionale, ma è evidente che di mezzo c’è un problema di equità grosso come una casa (l’accenno alla Tasi è puramente casuale). Anche perché i “vecchi” – absit iniuria verbis – godono già di una rivalutazione pensionistica il cui blocco è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta lo scorso marzo e, nel caso lavorino, di un sistema contrattuale che offre maggiori garanzie in termini di liquidazione e indennizzo.

Parafrasando il capolavoro di Cormac McCarthy si può dire che l’Italia "non è un Paese per giovani". E non si tratta, lo ribadiamo, di essere scortesi con chi ha più anni sulle spalle. Il problema è che un sistema del genere aggrava quel circolo vizioso che attanaglia il nostro Paese. Stando sempre al già citato rapporto di Bankitalia, il numero di famiglie con figli è sceso dal 60% del 1977 a meno del 40% nel 2012; stabile la percentuale di coppie senza figli, mentre sono in aumento i single. Nello stesso arco di tempo il numero di figli minorenni per famiglia è diminuito da 0,73 nel 1977 ad appena 0,43 nel 2012. Tradotto in termini pratici, da tre famiglie su quattro si è passati a meno di una famiglia su due. Siamo insomma di fronte a un vero e proprio inverno demografico, che non riusciamo neppure a visualizzare in modo preciso nelle sue drammatiche conseguenze.

Nel 2013, secondo i dati Inps, c’erano 58,2 pensionati ogni 100 lavoratori uomini e addirittura 91 pensionate donne ogni 100 lavoratrici. Una situazione che nei prossimi decenni, se andranno ancora così le cose, non potrà far altro che aggravarsi, con sempre meno giovani in grado di mantenere sempre più anziani. E questo mentre mentre, tra il 2010 e il 2012 il reddito familiare ha subito - in media - un calo del 7,3%.

Se la crisi demografica ha radici ben più profonde, culturali prima che economiche, resta il fatto che favorire le vecchie generazioni a scapito delle nuove è a dir poco sbagliato: si tratta di un sistema pro-ciclico, che rafforza una spirale negativa, quando servirebbero, al contrario, politiche anticicliche per arrestare (o almeno provare a farlo) la tendenza attuale di un Paese che sembra ormai sapersi guardare solo alle spalle. 

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