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RIARMO EUROPEO

Safe: l'Ue ha bisogno di una buona difesa, non di un'economia di guerra

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L'Europa non può più delegare la difesa agli Usa. Il Safe, il nuovo strumento finanziario per potenziare le difese, assumendo che l'Ue sia minacciata dalla Russia, è un'arma a doppio taglio. Rischia di trasformarsi in una nuova economia pianificata, stavolta per la guerra e non più per il Green Deal.

Economia 20_08_2026
Kaja Kallas, Alta Rappresentante politica estera europea (AP)

L'Europa ha un problema di sicurezza e negarlo sarebbe poco realistico. Ciò non significa, tuttavia, condividere necessariamente la soluzione proposta da Bruxelles: una crescita strutturale della spesa militare, cedendo di fatto ulteriore sovranità all’Unione Europea. Nella convinzione, più o meno esplicita, che la Federazione Russa rappresenti la principale minaccia contro cui prepararsi nei prossimi anni.

È in questo contesto che nasce SAFE, Security Action for Europe, il nuovo strumento finanziario dell'Unione europea per il rafforzamento della difesa. Approvato dal Consiglio Ue nel maggio 2025, SAFE mette a disposizione degli Stati membri fino a 150 miliardi di euro di prestiti a lungo termine. I finanziamenti saranno raccolti dall'Ue sui mercati finanziari ai tassi di interesse tempo per tempo vigenti, e quindi al momento incerti. Nei primi 10 anni gli Stati aderenti dovranno sostenere solo il costo degli interessi, il cui importo dipenderà dalle condizioni a cui l’Ue riuscirà a finanziarsi; dopo i primi 10 anni, e fino a un massimo di 45 anni, gli Stati dovranno iniziare a rimborsare all’Ue anche la quota capitale. Non si tratta, quindi, di contributi a fondo perduto, ma di nuovi debiti che gli Stati beneficiari dovranno finanziare e poi restituire nel corso degli anni: si tratta, quindi, di un ulteriore fardello che graverà sui contribuenti futuri. L’utilizzo di tali risorse non è poi lasciato interamente alla libera discrezionalità dei vari governi, ma in gran parte “condizionato”, cioè subordinato a criteri decisi sovranamente dalla Commissione Europea.  

SAFE è solo una componente di un disegno più vasto: il programma Readiness 2030 (già ReArm Europe) punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro per la difesa, tra prestiti europei, maggiore flessibilità fiscale nazionale, intervento della Banca europea per gli investimenti e capitali privati. La svolta è notevole, e pone una domanda che precede quella economico-finanziaria: di quale sicurezza ha realmente bisogno l'Europa?

È vero che l'Europa non può più delegare la propria difesa. Per decenni gli europei hanno speso relativamente poco in armamenti perché qualcun altro spendeva per loro: gli Stati Uniti. Dal 1945 l'ombrello militare americano, consolidato dalla Nato, ha costituito il pilastro della sicurezza occidentale; dopo il 1989-1991, nel cosiddetto “momento unipolare” dominato dagli Usa, i governi europei hanno incassato un ulteriore "dividendo della pace", riducendo progressivamente eserciti, scorte e capacità industriali militari.

Quel mondo sta velocemente volgendo al tramonto, in una transizione accidentata verso un multipolarismo caotico e fluido. Gli Stati Uniti si sono impantanati nell’ennesima guerra in Medio Oriente, ma guardano strategicamente all'Indo-Pacifico e alla competizione con la Cina. L’Europa non è più una priorità: la Strategia di sicurezza nazionale americana indica infatti fra i propri obiettivi un'Europa capace di provvedere maggiormente alla propria difesa. Nel nuovo contesto geopolitico un continente di 450 milioni di abitanti, dotato di una delle maggiori economie del pianeta, non può più dipendere permanentemente da una potenza situata dall'altra parte dell'Atlantico che ha dichiarato in ogni modo la volontà di smarcarsi.

C'è poi un problema, meno geopolitico e più gestionale: l'Europa spende già molto, ma spesso spende male. Nel 2024 i 27 Paesi dell'Unione hanno destinato alla difesa 343 miliardi di euro (+19% sull'anno precedente); per il 2025 la stima supera i 380 miliardi. Eppure la dispersione fra programmi nazionali, sistemi d'arma incompatibili e procedure d'acquisto separate produce duplicazioni e costi maggiori: gli acquisti in cooperazione fra Stati restano sotto il 20% del totale, secondo il Parlamento europeo. Qui SAFE può avere una funzione sensata: favorire commesse comuni, interoperabilità, scorte di munizioni, difesa antiaerea, mobilità militare e cybersicurezza. Il problema comincia quando l'autonomia strategica europea e la preparazione a una guerra contro la Russia vengono considerate la stessa cosa.

La Russia è davvero pronta a invadere l'Europa? La narrazione prevalente nelle istituzioni euro-atlantiche insiste sul rischio russo: il segretario generale della Nato Mark Rutte ha sostenuto che Mosca potrebbe acquisire entro pochi anni la capacità di impiegare la forza contro l'Alleanza. Gli avvertimenti non vanno liquidati: operazioni ibride, cyberattacchi, sabotaggi e pressioni sui Paesi dell'Europa orientale e sui Paesi baltici, soprattutto, non si possono escludere in assoluto.

Ma dalla capacità di condurre operazioni ostili alla possibilità di scatenare una guerra convenzionale contro l'intera Europa esiste una distanza enorme. Dopo quattro anni e mezzo di conflitto, Mosca è sottoposta a una pressione umana e materiale ingente: dall'inizio dell'invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022 alcune stime indipendenti calcolano per la Russia quasi 1,2 milioni di perdite complessive, tra morti, feriti e dispersi. Le cifre restano incerte in tempo di guerra, ma descrivono comunque un conflitto logorante; alcune analisi indicano che Mosca riesce a rimpiazzare le perdite correnti, ma senza margini evidenti per aumentare sostanzialmente le forze mobilitate.

A questo si aggiunge la variabile demografica, di cui si parla sorprendentemente poco. La Russia ha un territorio immenso ma una popolazione relativamente modesta — circa 146 milioni di abitanti — in calo e in invecchiamento: nel 2024 circa il 30% della popolazione aveva almeno 55 anni (contro il 21,1% nel 1990), con un tasso di fecondità intorno a 1,4 figli per donna. Una Russia con una popolazione inferiore a quella di Germania e Francia sommate dovrebbe, nell'ipotesi estrema spesso evocata, occupare o minacciare stabilmente un'Unione Europea che conta circa tre volte i suoi abitanti. È uno scenario possibile in astratto, ma ben diverso dall'affermare che sia probabile. La prudenza, virtù eminentemente politica, richiede di distinguere le minacce e graduarle, senza farsi dominare né dal pacifismo astratto né dalla paura irrazionale.

Il rischio che corre l’Europa è quello di passare dal “verde” al “grigio-verde”: un nuovo "keynesismo militare" che non serve soltanto a comprare armi, ma dichiaratamente a rilanciare la base industriale europea della difesa. Dopo che il miraggio della transizione energetica ha seriamente indebolito la solidità e la competitività dell’industria europea, a partire dalla Germania, il rischio è che si utilizzi ora la spesa militare, decisa politicamente come era stato fatto con il Pnrr, per sostenere artificialmente domanda, occupazione e produzione. Il denaro che diciamo pubblico in realtà non nasce mai dal nulla: anche quando è raccolto tramite debito, dovrà essere servito con imposte, minori spese alternative o crescita futura. Il conto, alla fine, lo pagano sempre i contribuenti.

Esiste poi una contraddizione difficile da eludere. L'Europa vuole diventare strategicamente autonoma sul piano militare mentre ha reso più fragile una componente fondamentale della propria autonomia economica: l'approvvigionamento energetico a prezzi competitivi. Dopo l'invasione dell'Ucraina la dipendenza europea dal gas russo è stata drasticamente ridotta — dal 45% al 19% delle importazioni di gas, con la quota russa sul totale delle importazioni energetiche UE scesa dal 30% (2021) al 5,3% (2024) — e Bruxelles punta ad azzerarla entro il 2027. La diversificazione è un obiettivo ragionevole: dipendere da un singolo fornitore, specie nel nuovo quadro geopolitico, è sempre pericoloso. Ma diversificare non significa rinunciare alla convenienza economica, né sostituire una dipendenza con un'altra più costosa, nello specifico dal gas naturale liquefatto statunitense. Un'industria chimica, siderurgica o meccanica (in specie l’automotive) che perde competitività non diventa più forte perché una parte degli stabilimenti viene riconvertita alla produzione militare.

Sicurezza significa anche pane, energia e infrastrutture. Una nazione è sicura quando dispone di forze armate credibili, ma lo è anche quando può produrre energia, alimentare la propria popolazione, difendere le infrastrutture e mantenere una base industriale autonoma. Per un'Europa povera di materie prime e con una demografia declinante, sicurezza energetica e alimentare non sono questioni secondarie rispetto a quella militare: ne sono il presupposto.

L'Europa ha bisogno di eserciti efficienti, scorte adeguate, difese aeree, informatiche e satellitari, protezione delle frontiere e delle infrastrutture, e della capacità di difendersi autonomamente qualora un giorno gli Stati Uniti decidessero di non farlo più. Ma ha altrettanto bisogno di energia abbondante e competitiva, agricoltura produttiva, industria manifatturiera, famiglie capaci di avere figli e finanze pubbliche sostenibili. La vera autonomia strategica consiste nel tenere insieme tutte queste cose.

Spendere centinaia di miliardi per prepararsi a una guerra ipotetica, indebolendo nel frattempo le basi energetiche, industriali e demografiche della società europea, rischierebbe di produrre un curioso paradosso: un'Europa sempre più armata, ma economicamente e socialmente sempre più fragile. E una società fragile, per quanto armata, difficilmente può dirsi veramente sicura.