Aria di purghe nell’Ungheria di Magyar: arrestati due ex ministri
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Il Parlamento ha revocato l’immunità a Balázs Hankó e a Miklós Seszták, ex ministri nel governo Orbán. Entrambi sono stati arrestati. La loro responsabilità va accertata, ma ci sono altri indizi di una vendetta politica contro l’attuale opposizione conservatrice.
L’attuale premier ungherese e pupillo di Bruxelles, Péter Magyar, avvia l’“operazione vendetta” verso gli ex ministri dei governi conservatori di Viktor Orbán e colpisce al cuore la cultura conservatrice. Magyar aveva promesso una svolta: trasparenza, lotta alla corruzione e ricostruzione dello Stato di diritto dopo sedici anni di governo Orbán. Il Paese ora invece rischia solo di scivolare verso la “sua” giustizia politicizzata per eliminare leader conservatori ed ex ministri di Fidesz. Forse Orbán era una padella, ma per certo Magyar è la brace su cui brucia lo “Stato di diritto”. Perché Bruxelles tace e acconsente ora, mentre per un nonnulla sanzionava il governo precedente? Il 28 settembre il Parlamento ha revocato l’immunità a Balázs Hankó, ministro della Cultura e dell’Innovazione fino al maggio scorso, e a Miklós Seszták, ministro dello Sviluppo nazionale tra il 2014 e il 2018. Entrambi sono stati successivamente fermati e condotti in carcere dagli inquirenti. Il voto sulla loro immunità si è concluso 139 a zero, Fidesz e KDNP hanno boicottato la seduta denunciando quella che considerano una persecuzione politica. Le accuse sono pesanti, ma per ora restano accuse. Hankó è sospettato nell’ambito di un’indagine sulla gestione del National Cultural Fund: gli inquirenti contestano l’assegnazione di circa 17,3 miliardi di fiorini attraverso 1.079 finanziamenti che sarebbero stati concessi al di fuori delle finalità previste dalla normativa. Seszták è invece sospettato di avere ricevuto vantaggi illeciti per circa 11 miliardi di fiorini in relazione ad appalti nel settore dei trasporti pubblici e delle costruzioni. Entrambi contestano le accuse.
Ovviamente l’eventuale responsabilità penale degli ex ministri dovrà essere stabilita dai tribunali sulla base delle prove, ma colpisce il clima politico e istituzionale nel quale queste indagini si stanno svolgendo. L’attuale governo ungherese sta procedendo a spron battuto in ogni direzione contro figure politiche e mondo della cultura di primo piano dell’opposizione mentre la Procura generale attraversa una crisi senza precedenti. Il precedente procuratore generale, Gábor Bálint Nagy, ha presentato le proprie dimissioni il 22 luglio (effettive dal 25 agosto) perché la Procura non può diventare «uno strumento nelle lotte degli attori politici» e ha denunciato pressioni e attacchi politici da parte della nuova maggioranza e del nuovo governo voluto da Bruxelles che, a suo giudizio, mettevano in pericolo l’indipendenza e il prestigio dell’istituzione. Ancor più grave che nelle stesse ore in cui veniva revocata l’immunità agli ex ministri, il Parlamento ha bocciato la candidatura di Zoltán Szathmáry a procuratore generale, proposta dall’attuale presidente della Repubblica András Baka. Il risultato del voto è stato surreale: 138 contrari, nessun favorevole e un’astensione: Magyar e la sua maggioranza hanno respinto il candidato indipendente proposto dall’uomo scelto da loro stessi alla presidenza della Repubblica nel blitz autoritario dei mesi scorsi e nel frattempo la Procura continua a operare sotto una direzione provvisoria. Tutto ciò forse non dimostra automaticamente che le indagini contro Hankó e Seszták siano fabbricate ma rende ragionevole e legittimo chiedersi se esista ancora sotto il governo di Magyar una separazione tra potere politico e potere giudiziario nel momento esatto in cui il nuovo esecutivo avvia una vasta campagna di accertamento delle responsabilità della precedente classe dirigente. Fidesz parla apertamente di «vendetta politica» e Viktor Orbán ha definito il procedimento contro i suoi ex ministri un «processo show». Esagerazione? Forse, ma l’esistenza di un’opposizione che denuncia sistematicamente un uso selettivo della giustizia diventa politicamente rilevante vista l’evidente partigianeria, instabilità e la più che probabile politicizzazione nella scelta del vertice della Procura generale.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Le indagini non riguardano soltanto ex ministri. Nel giugno scorso era stato arrestato Balázs Bús, già sindaco di Óbuda e vicepresidente del National Cultural Fund, successivamente detenuto in custodia cautelare. A settembre la polizia ha inoltre perquisito la sede del Center for Fundamental Rights, think tank conservatore vicino all’area politica del precedente governo, mentre il 31 agosto era toccato al Mathias Corvinus Collegium (MCC) e alla Fondazione Blue Planet essere sciolti, con lo Stato ungherese che ne assumeva il controllo delle funzioni e del patrimonio. Nessuno deve essere al di sopra della legge ma chi garantisce l’indipendenza della Procura mentre essa procede solo contro uomini che fino a pochi mesi fa governavano il Paese? La coincidenza tra arresti eccellenti, caduta del procuratore generale, mancata nomina del suo successore, chiusure forzate di importanti istituti conservatori e scontro aperto tra maggioranza e opposizione costituiscono un serio campanello d’allarme istituzionale per la democrazia in Ungheria e, visti i silenzi compiaciuti, per la credibilità di Bruxelles.
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