Ronaldo, Messi e il limite che ci fa perfetti
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Le vicende speculari vissute in nazionale da Ronaldo e Messi, l'uno in polemica con l'allenatore, l'altro osannato nel suo giorno d'addio, ci fanno riflettere sul limite umano. Che per essere compreso deve essere ricondotto al nostro fine, ossia essere perfetti, cioè compiuti. Il percorso della virtù delineato anche da Gesù.
Ronaldo, Messi e le loro nazionali. Cristiano Ronaldo, 41 anni, ha lasciato improvvisamente il ritiro del Portogallo il 30 settembre, alla vigilia della partita di Nations League contro la Danimarca. Il nuovo commissario tecnico, Jorge Jesus, non lo ha schierato come titolare e il fenomeno sdegnosamente ha preso il volo con il suo jet privato. Per la cronaca (sportiva): il Portogallo, poi, vinse 4-2 contro la Danimarca seppur priva di CR7. Ciò ad avvalorare il detto che i cimiteri sono pieni di persone necessarie. Ronaldo non ha formalizzato la sua rinuncia alla Nazionale, però c’è il rischio che di fatto questo avvenga a breve.
Il 31 agosto Lionel Messi, 39 anni, ha annunciato che avrebbe a breve lasciato la Nazionale per lasciar spazio ai giovani. Martedì sera al Monumental di Buenos Aires l’Argentina ha giocato contro il Benin, una partita organizzata per dire addio al suo campione.
Non vogliamo cadere nello schemino facile facile secondo cui l’orgoglioso Ronaldo ha sbagliato perché non accetta il fatto che la sua carriera è finita ed invece il virtuoso Messi è nel giusto perché consapevole che la sua straordinaria parabola calcistica è in fase discendente. Può essere benissimo l’opposto. Potrebbe essere che Ronaldo abbia ancora molto da dare al Portogallo e così anche Messi. È un giudizio che deve essere lasciato alla coscienza dei due giocatori e delle persone a loro vicine perché solo loro conoscono bene tutte le circostanze che potrebbero far suggerire di optare per una scelta rispetto ad un’altra.
Ma la speculare vicenda dei due supercampioni, seppur i motivi dell’abbandono divergano assai, chiama in causa un concetto oggi molto discusso ed altrettanto suggestivo. Il concetto del limite, che per i due attaccanti è banalmente il limite di età. Vi sono nell’uomo almeno due limiti. L’uno insormontabile, l’altro a volte valicabile. Il primo è dato dalla natura umana. Se sei uomo non potrai mai essere scimmia, felce, marmo e nemmeno Dio. Non solo, ma la medesima natura umana si declina in ciascuno di noi in modo unico, fiorisce in ognuno di noi in modo esclusivo. Il limite della natura umana così declinato nell’uomo particolarissimo indica la nostra identità. Il limite è esattamente ciò che de-limita la nostra persona. Disegnate un triangolo su una lavagna. Quei tre segmenti tra loro uniti fanno venire ad esistenza il triangolo, delimitano un figura piana di nome “triangolo”. Tutto ciò che quei tre segni fatti con il gesso contengono – compreso gli stessi tre lati – sono triangolo. Tutto ciò che sta fuori non è triangolo. Il limite allora ci identifica, il limite è l’identità. Ogni ideologia è nemica del reale e il secondo dato del reale (il primo è l’esistenza del reale) è il concetto di identità: per far guerra al reale occorre far guerra anche all’identità e quindi al limite che individua l’identità. Ecco perché si vuole l’uomo liquido, ossia senza perimetri, senza lati. Si vuole inizialmente cambiare un triangolo in quadrato – è la transizione geometrica al pari di quella sessuale – e poi cancellare addirittura ogni lato, perché qualsiasi barriera è percepita come limitante.
Dicevamo che esistono almeno due limiti. Il limite identitario è insuperabile: Marco è un essere umano, di sesso maschile e la persona di Marco è diversa da tutte le altre, è unica. Per dirla con Vladimir Jankélévitch: «Io sono il solo ad essere me stesso» (La cattiva coscienza, Dedalo, Bari, 2000, p. 130). E non c’è modo che questi elementi, insieme ad altri di natura identitaria, possano cambiare. Marco sarà sempre Marco.
Poi c’è un secondo limite che a volte è valicabile. Ci riferiamo a quegli ostacoli, di natura diversissima, che incontriamo nel nostro percorso di perfezionamento. «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48), comanda Gesù. Il termine “perfetti” è la traduzione dal greco del lemma “τέλειοι”. Telos in greco è il fine. Dunque il nostro fine è la perfezione, ossia la completezza, l’essere pienamente se stessi, così come Dio è pienamente se stesso (l’analogia indicata da Gesù non può avere carattere ontologico proprio perché la natura umana non potrà mai trascendere se stessa per diventare divina). Se leggiamo il passo sinottico in Luca scopriamo che la perfezione, il fine a cui è chiamato l’uomo è l’amore. Ma nel percorso verso questa meta, che è il percorso delle virtù, incontriamo infiniti ostacoli. Alcuni di essi possono e devono essere superati: il limite del peccato originale che ci fa tendere al male, il limite del vizio incardinato in noi, il limite dell’errore nel ragionamento. Questi limiti per loro natura contrastano con il perfezionamento umano.
Altri limiti, di loro, invece non sono pro o contro il perfezionamento personale. Sono limiti che riguardano l’età, come nel caso dei due calciatori, le abilità, il carattere, la fisiologia del corpo, l’essere nato in un certo posto, in una data famiglia e periodo storico, etc. Sono limiti fattuali che possono essere usati per crescere sia nella virtù che nel vizio. Dipende dall’uso che ne facciamo. Facciamo un paio di esempi. Prendo una storta, proprio il giorno prima di una maratona. Il limite dato dall’infortunio è una condizione in cui mi trovo e che devo usare per perfezionarmi. La coscienza retta insieme alla prudenza potrebbero giustamente suggerirmi di ritirarmi dalla maratona. Se volessi comunque partecipare esponendomi a rischi maggiori per la mia salute potrei solo foraggiare la mia testardaggine e quindi non farei il mio bene fisico e spirituale.
Altro esempio che, in questo caso, riguarda il duo Ronaldo-Messi. Il primo potrebbe per superbia non arrendersi all’idea che l’età ormai ha eroso le sue qualità calcistiche e quindi non può più essere considerato il numero uno al mondo. Di contro Messi avrebbe avuto l’umilità di riconoscere questo declino e aver optato per un’uscita di scena dignitosa. Oppure Ronaldo vorrebbe semplicemente dar prova in Nazionale non di essere bravo come lo era a 20 anni, ma di esserlo come potrebbe esserlo a 41, meritandosi comunque la maglia da titolare. Potrebbe quindi dare prova di tenacia, di fortezza, di determinazione. Il limite quindi imposto dal suo allenatore che lo ha escluso dalla rosa dei titolari – limite che deriva dal limite dell’età – potrebbe essere vissuto in modo contrario alle virtù dell’uomo o secondo virtù. Ciò a dire che tutti noi in continuazione incontriamo dei limiti – interni ed esterni a noi – e questi possono essere delle occasioni per migliorarci o peggiorarci.
Dentro questo scenario primeggia la virtù della umiltà che per Santa Teresa d’Avila «è verità» (Seste mansioni, 10,7). Ossia verità su se stessi: riconoscere i propri limiti significa riconoscere anche i meriti e le capacità. Verità sugli altri: il prossimo può confermare i nostri difetti e le nostre potenzialità. E verità su Dio: saremo sempre nulla al suo confronto. La conoscenza dei propri limiti è la premessa per superarli, posto che sia ancora possibile – Ronaldo non potrà più essere brillante in campo come quando aveva 20 anni e il 18enne Gigi Scarpone non potrà mai essere bravo a calcio come Ronaldo anche a 41 anni – e posto che il gioco valga la candela: correre una maratona con una caviglia slogata promette più danni che benefici.

