• LAVORO

Rivoluzione Fiat, è solo il primo passo

La svolta contrattuale voluta
da Marchionne è una prima risposta
alla necessità di cambiamenti imposta dalla crisi globale.

marchionne

«Senza il consenso dei lavoratori la Fiat non farà nuovi investimenti a Mirafiori». Queste parole dell'amministratore delegato, Sergio Marchionne, sono state pronunciate in occasione della presentazione in Borsa dei due nuovi titoli della società dopo lo scorporo del settore auto dagli altri settori (in particolare camion e macchine movimento terra) creando così due distinte aziende, ognuna delle quali quotata separatamente in Borsa.

Due scelte, quelle di cambiare radicalmente sia le formule e i metodi delle relazioni industriali, sia la strategia aziendale, che hanno posto la Fiat al centro dell'attenzione con polemiche inevitabili e peraltro largamente previste. Sul piano industriale e finanziario lo scorporo della Fiat auto è solo la premessa di altre operazioni ancora tutte da definire, ma che riguarderanno soprattutto i futuri rapporti con la Chrysler che ormai è considerata una parte integrante del gruppo.

Il vero nodo di fondo è tuttavia sul piano dei rapporti sindacali perchè a Mirafiori si è ripetuto con la stessa filosofia quello che si era già verificato con l'accordo per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco. Nei due casi la Fiat ha posto sul tavolo della trattativa nuovi, importanti investimenti per rilanciare le strutture produttive chiedendo in cambio una diversa organizzazione del lavoro e impegni precisi ai sindacati sul fronte dell'orario di lavoro, degli strordinari, della riduzione dell'assenteismo. Nei due casi la Fiom, il sindacato dei metalmeccanici che fa capo alla Cgil, ha risposto di no; ha denunciato la violazione dei diritti acquisiti, ha parlato di "ricatto" della Fiat nei confronti dei lavoratori. Nei due casi gli altri sindacati hanno accettato di trattare e poi hanno firmato l'accordo con l'azienda.

Il 14 gennaio un referendum tra tutti i lavoratori di Mirafiori, come già avvenuto a Pomigliano, dovrà stabilire se l'intesa potrà essere applicata. Marchionne ha già chiaramente detto che senza la maggioranza di sì non se ne farà nulla lasciando intendere che per Mirafiori, lo stabilimento simbolo della Fiat, si andrà verso un progressivo abbandono.
Come ha sottolineato Mario Deaglio su La Stampa le scelte di Marchionne sono l'unico reale elemento di discontinuità della politica e dell'economia italiana negli ultimi anni. Una discontinuità indispensabile in un momento di forti cambiamenti nello scenario globale, di nuove sfide competitive, di vecchi mercati che vanno consolidati e di nuovi mercati che vanno conquistati.

Dovrebbe essere chiaro che i nuovi problemi non si risolvono con i vecchi schemi, con le antiche contrapposizioni ideologiche ormai incapaci di interpretare il mondo. Marchionne lo ha detto nel suo intervento ad agosto al Meeting di Rimini: è necessario passare dalla logica del conflitto a quella della collaborazione, dal metodo dello scontro a quello della partecipazione. Una sfida molto forte che è soprattutto un richiamo alla responsabilità comune. L'azienda deve fare la sua parte, coinvolgendo i lavoratori e garantendo loro una sempre maggiore compartecipazione ai risultati aziendali. Ma il sindacato  non può più considerare le trattative come una capitolo della lotta di classe, non può più trasformare le giuste garanzie in privilegi incontrollati e incontrollabili.

E allora l'atteggiamento di fondo della Fiom appare ancora improntato ai vecchi schemi e non è un caso che tutti gli altri sindacati si siano drasticamente differenziati. La storia recente, soprattutto con la gravissima recessione del 2009, ha dimostrato che  non siamo più di fronte a processi lineari di  crescita, quei processi che avevano garantito nei decenni passati sempre maggiori garanzie e contratti sempre più dettagliati nei minimi particolari. le garanzie formali si sono rivelate inconsistenti: basti pensare all'articolo 18, che costituisce una garanzia contro i licenziamenti, ma che non ha evitato che si perdessero più di mezzo milione di posti di lavoro per effetto delle ristrutturazioni e delle crisi aziendali.

Non è certo facile trovare forme nuove per affrontare la crisi. Quello che è certo è che la vecchia cassetta degli attrezzi del sindacalismo va rapidamente sostituita. Per esempio considerando l'impresa nella sua unità e quindi lo sciopero come un'iniziativa che danneggia anche i lavoratori. Ma mettere in discussione il diritto di sciopero continua ad essere considerato un delitto di lesa maestà, una svolta autoritaria di stampo fascista.

Di fronte ai cambiamenti dell'economia globale sarebbe utile invece pensare che le vere garanzie vengono dall'innovazione e dagli investimenti, vengono dalla crescita e dalla capacità di offrire risposte nuove ai nuovi problemi. Grazie all'automazione, alla robotica, ai processi a controllo numerico, le fabbriche di oggi non sono paragonabili a quelle in cui Charlie Chaplin ha ambientato "Tempi moderni". E questo anche grazie all'impegno del sindacato, oltre che alle esigenze di produttività dell'impresa. Il lavoro resta certo un lavoro, indubbiamente pesante e con una inevitabile ripetitività. Ma in un'azienda che cresce è non solo possibile, ma indispensabile ridare un senso al lavoro, una motivazione di fondo ai lavoratori, una volontà di adesione comune ad un progetto condiviso.

Certo, accordi come quelli della Fiat, devono essere considerati solo una svolta in un cammino ancora molto lungo. Una svolta tuttavia in cui si deve leggere la fiducia nella possibilità di affrontare la crisi. Rimettendo al centro il lavoro e la persona, anche a costo di  sacrificare il vecchio potere di veto di quei sindacati che sono fermi alla sciagurata immagine secondo cui gli operai devono resistere un minuto in più del padrone: per poi finire entrambi, un minuto dopo, sul fronte degli sconfitti.

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