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I TEMPI DELLA LOTTA AL TERRORISMO

Rinviato il processo al terzo uomo di Lockerbie. A 37 anni dall'attentato

Si riapre la ferita dell'attentato di Lockerbie, del 21 dicembre 1988. Il processo al presunto attentatore libico Al Marimi è stato rinviato per la terza volta. Un altro libico accusato dell'attentato era stato assolto nel 2001. E restano dubbi anche sull'unico condannato, ormai deceduto nel 2012. 

Esteri 26_08_2026
I resti del Pan Am 103 su Lockerbie (AP)

Due eventi, uno nella fiction e uno nella realtà, hanno riacceso l’attenzione del grande pubblico sull’attentato di Lockerbie, del 21 dicembre 1988. Il primo “evento” è l’uscita della nuova serie televisiva Netflix che fa luce sulla complessa indagine condotta dalla polizia scozzese e dall’Fbi che ha portato all’incriminazione dei due presunti attentatori, gli agenti segreti libici Abdulbasset Al Megrahi e Al Amin Khalifah Fhimah. Il secondo è un evento reale: il processo, a Washington DC, al terzo sospetto dell’attentato, Abu Agila Mas'ud Kheir Al Marimi, l’uomo accusato di aver materialmente confezionato la bomba, è stato improvvisamente rinviato per la comparsa di nuove prove. La notizia vera è che ci sia ancora un processo in corso per un attentato che ormai è storia, commesso da un regime che ormai non esiste più.

Gli avvocati di Al Marimi dichiarano di essere giunti in possesso di “nuove prove” il 21 agosto. La giudice statunitense Dabney Friedrich ha affermato che «le prove recentemente scoperte, così come quelle rinvenute in altri paesi” e “la necessità per la difesa di stabilire quale sia la strategia migliore per affrontare il caso” l'hanno portata a prendere questa decisione. Friedrich non ha fissato una nuova data per il processo, ma ha disposto un'udienza per il 1° settembre per discutere i prossimi passi da compiere. Fonti dell’emittente pubblica britannica BBC parlano di un rinvio a gennaio, dunque di una sentenza che forse arriverà nella primavera o nell’estate del 2027.

Al-Marimi è detenuto dalle autorità statunitensi dal 2022 e, in origine, avrebbe dovuto essere processato nel maggio 2025. Ma il processo è stato rimandato di un anno, a seguito della richiesta di accusa e difesa: caso troppo complesso e condizioni di salute precarie dell’imputato. Il processo era stato provvisoriamente fissato per aprile di quest’anno, ma è stato nuovamente rinviato dopo che la difesa ha chiesto più tempo per prepararsi. Il 25 agosto (ieri, per chi legge) è arrivato l’ennesimo rinvio. L’ordinanza di rinvio del processo non specifica quali nuove prove siano state trovate, né la loro natura, ma faceva riferimento alla complessità del nuovo materiale, che si troverebbe sia negli Usa che in altri paesi.

Per i famigliari delle vittime, si tratta di un’agonia lunga quasi quarant’anni, da quando hanno improvvisamente perso i loro cari nella notte del 21 dicembre 1988. Kara Weipz, presidente del consiglio di amministrazione dell’associazione “Victims of Pan Am Flight 103”, ha dichiarato che la sua organizzazione non ha ricevuto alcuna informazione in merito alle nuove prove. «C’è tanta ansia in vista di questa settimana e, ovviamente, con la selezione della giuria in programma questa settimana e l’attesa delle dichiarazioni preliminari della prossima, le persone si stavano preparando a partire alla fine della settimana – e poi, sapendo che all’improvviso non si farà nulla per ora, non ci resta che convivere con questa ansia per tutto il tempo necessario fino a quando non si arriverà effettivamente al processo». Per capire lo strazio che stanno vivendo è bene ricordare, ancora una volta, cosa fu Lockerbie, il più grave attentato sul suolo britannico di sempre. In quella notte di inizio vacanze natalizie, il volo Pan Am 103, decollato da Londra e diretto a New York, esplose a circa 9500 metri di quota, sui cieli della Scozia. Nessun sopravvissuto fra i 259 fra passeggeri e membri del personale. La maggior parte erano americani, ben 190, quasi tutta gente che tornava a casa dalle famiglie per celebrare il Natale, fra cui 35 studenti della Syracuse University che avevano appena concluso un semestre di trasferta in Inghilterra. I resti del grande aereo arrivarono come una pioggia di meteore sul villaggio di Lockerbie, radendone al suolo un intero isolato e uccidendo altre 11 persone che riposavano ignare a casa loro.

La bomba, a tempo, era stata programmata per esplodere quando l’aereo si fosse trovato nel mezzo dell’Atlantico. Ma il ritardo della partenza del Pan Am 103 fece sì che si disintegrasse quando era ancora intento a sorvolare il territorio britannico. La polizia scozzese, da subito aiutata dall’Fbi, impiegò due anni per mettere assieme tutti i pezzi del complesso mosaico di prove. Vennero recuperati tutti i frammenti dell’aereo, i corpi, i bagagli, gli oggetti personali. La scientifica britannica e quella americana ricostruirono la valigia in cui era nascosta la bomba, montata dentro a una radio stereo. Poi, attraverso il contenuto di quella valigia, risalirono a dove fosse stato acquistato (a Malta) e infine da chi. Solo così, oltre ad alcune testimonianze chiave, la magistratura della Scozia incriminò i due libici Al Megrahi e Fhimah. Dopo un braccio di ferro di otto anni e l’imposizione di sanzioni Onu, la Libia accettò di estradarli per farli processare in un tribunale scozzese, ma in un paese terzo (l’Olanda). Il processo si tenne solo nel 2000 e si concluse nel 2001: Fhimah assolto per insufficienza di prove, Al Megrahi condannato all’ergastolo, con un minimo di 20 anni non scontabili.

Nel 2002 fu lo stesso Gheddafi ad ammettere che si trattò di terrorismo di Stato libico, pur negando ogni sua responsabilità personale, quando accettò di risarcire le famiglie delle vittime con un totale di 2,7 miliardi di dollari (10 milioni a testa) elargiti nel 2003 in cambio della fine delle sanzioni unilaterali statunitensi. Al Megrahi ha perso un primo ricorso nel 2002, poi nel 2009, mentre stava chiedendone un secondo, è stato scarcerato per ordine del governo della Scozia, per ragioni umanitarie: era malato di cancro alla prostata. Morirà nel 2012, in casa sua, in una Libia ormai cambiata e senza Gheddafi. La sua famiglia, oltre ad alcune delle famiglie delle vittime, lo ritengono innocente. Sarebbe stato incriminato sulla base di testimonianze inaffidabili e pilotate, oltre che sulla base di prove che, per i legali della famiglia Al Megrahi, non avrebbero potuto convincere “alcuna giuria imparziale”.

La battaglia postuma per la sua assoluzione, riaperta nel 2020, è stata finora infruttuosa. Ma persiste la tesi di una seconda pista che non porta alla Libia, bensì all’Iran, che avrebbe usato manovalanza palestinese. Gheddafi avrebbe insomma accettato di estradare due suoi agenti, prendersi la colpa e risarcire le vittime, pur di liberarsi dalle sanzioni e dall’isolamento internazionale, per riallacciare i rapporti con l’Occidente quando il nemico era diventato Al Qaeda. La pista iraniana-palestinese, comunque, benché oggetto di speculazioni, non ha ancora trovato seguito nelle indagini.

Sul terzo uomo, l’ingegnere libico Al Marimi, accusato di aver montato la bomba nascosta nella radio, pesa una sua stessa confessione relativamente recente. Arrestato in Libia nel 2012 ha ammesso la sua partecipazione all’attentato e ha confermato le accuse sia ad Al Megrahi che a Fhimah. Arrestato dieci anni dopo dagli americani, ha ritrattato quanto aveva detto, affermando che la sua confessione fosse stata estorta con la forza.

In sintesi: in 37 anni non si è ancora arrivati a un punto. E questo spiega il dilemma che tutti i governi occidentali si trovano a dover sciogliere quando sono alle prese con il terrorismo. Combattere gli jihadisti, dall’11 settembre in poi, comporta decisioni rapide, per impedire che colpiscano ancora. Lockerbie dimostra che i tempi della giustizia ordinaria non sono compatibili con la lotta al terrorismo. Bush non si era fatto scrupoli di usare la tortura in carceri segrete all’estero, fuori dalla giurisdizione americana, per ottenere confessioni. Obama, Trump e Biden non si sono mai fatti problemi a uccidere terroristi all’estero, con raid militari mirati, senza mai passare da un processo. Ma se su Lockerbie non esiste ancora una verità giudiziaria, men che meno storica, chi ci dice che gli uomini uccisi da droni, a seguito di decisioni prese con tempistiche militari, su indicazioni dell’intelligenza artificiale di Palantir (o programmi analoghi), siano veramente colpevoli di terrorismo?