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MEDIO ORIENTE

Il Libano si prepara a una nuova estate di guerra, con il Sud devastato

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Niente estate in Libano, non torneranno per le vacanze i libanesi della diaspora. Il paese annaspa per una crisi generata dalla guerra nel Sud, dove le forze israeliane hanno occupato territori e devastato le colture. 

Esteri 15_06_2026
Frutta in vendita a Saida (foto di Elisa Gestri)

Quest'estate in Libano non sarà come le altre. Non arriveranno, se non in minima parte, gli emigranti per le vacanze (si calcola che i libanesi della diaspora ammontino a circa quindici milioni, più del doppio degli scarsi sei milioni di residenti), con le loro rimesse che ogni anno danno respiro all'economia locale. La guerra in corso, la distruzione di un terzo del Paese, il costo dei biglietti aerei salito all'inverosimile li tratterranno dal visitare il Paese d'origine.

Non ci saranno i limoni del sud per i lussuosi cocktail bar di Beirut, né le angurie fresche per le colazioni dei resort di Batroun e Byblos, dove una stanza può arrivare a costare mille dollari a notte. Le coltivazioni del sud del Paese – bananeti e agrumeti, piantagioni di avocado e di frutta di ogni tipo - sono state spazzate via dalle truppe israeliane, assieme a decine di località grandi e piccole e alle vite di migliaia di persone – secondo gli ultimi dati del Ministero libanese della Salute pubblica il bilancio delle vittime dal 2 marzo scorso è salito a quasi 3800. Per preparare la bevanda refrigerante più diffusa a Beirut durante la calura, la “lemonada maa naanaa wa talej”, la limonata ghiacciata con la menta, gli esercenti dovranno ricorrere ai prodotti di importazione. Così come a novembre non ci sarà la produzione annuale del pregiato olio libanese, esportato in tutto il medioriente: centinaia di ettari di oliveti storici sono stati distrutti da IDF. In tre mesi di occupazione militare l'esercito israeliano ha utilizzato le bombe al fosforo bianco per bombardare decine di località del Libano meridionale e della valle della Bekaa, a fine febbraio scorso ha spruzzato del glifosato concentrato - potente diserbante proibito in molti Paesi - su centinaia di coltivazioni, e ha sradicato sistematicamente alberi e piante, annientando l'agricoltura locale per gli anni a venire.

I terreni oggetto delle attenzioni di IDF sono ormai così profondamente inquinati che qualunque coltivazione vi si volesse tornare a impiantare sarebbe estremamente pericolosa per la salute. Beirut ha più volte denunciato l'utilizzo di IDF sui campi libanesi di alte concentrazioni di glifosato al Consiglio di Sicurezza dell'Onu e al suo segretario, l'ultima di recente;  le conseguenze degli attacchi israeliani all'ecosistema libanese sono così gravi che per descriverle si è iniziato ad utilizzare la definizione di “ecocidio”, cioè “atti illegali commessi consapevolmente al fine di causare danni gravi, diffusi e permanenti contro l'ambiente naturale”.

Quest'estate in Libano visitatori e turisti – se mai decidessero di scegliere il Paese come meta per le vacanze - non potranno come d'abitudine apprezzare il patrimonio storico-archeologico del sud, gravemente minacciato e in parte irrimediabilmente compromesso dagli attacchi israeliani: le chiese medievali del quartiere cristiano di Tiro, “dove è passato Gesù”, il maestoso sito fenicio-romano della città, patrimonio dell'UNESCO, i castelli crociati di epoca medievale diffusi in tutta la regione, i santuari musulmani e cristiani, segno della millenaria coesistenza nel Paese dei Cedri di più confessioni religiose. 

Frattanto, mentre scriviamo IDF ha di nuovo colpito la periferia sud di Beirut (tre morti e almeno quindici feriti, il bilancio parziale delle vittime), a una settimana esatta dall'attacco omologo che ha provocato la risposta iraniana sullo Stato Ebraico e il relativo contrattacco israeliano.

Secondo Donald Trump, che sta cercando di finalizzare l'accordo di pace con l'Iran, dato per imminente, l'attacco su Beirut “non sarebbe dovuto accadere”; il Presidente americano ha ribadito che gli USA sono “molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, compreso il Libano”.

Dal canto suo Mohammad Ghalibaf, Presidente del Parlamento iraniano e principale negoziatore con Washington, ha letto l'attacco su Beirut come “un'ennesima prova” che gli Stati Uniti non hanno “né la volontà né la capacità” di onorare i propri impegni, riferendosi all'intenzione dichiarata di Trump di tenere a bada Netanyahu.

Il Premier israeliano sembra infatti più interessato a sabotare che a concludere l'accordo con l'Iran, e non solo: il Capo di Stato Maggiore di IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato che “il Libano resta la principale priorità strategica” dell'esercito israeliano, che però allo stesso tempo si prepara “a sviluppi su altri fronti”.

A quali fronti si riferisce la massima autorità militare israeliana? All'Iran? Alla Siria? A Gaza? O forse alla Turchia? Certo è che l'aggressività israeliana pare non avere limiti, e che nessun attore internazionale vuole – o può – ridimensionarne la portata. E' vero che Hezbollah sta mettendo in difficoltà le truppe israeliane in Libano grazie all'impiego dei droni a fibra ottica, ma le effimere vittorie della milizia sciita hanno il solo risultato di offrire allo Stato Ebraico continui pretesti per attaccare con più forza la popolazione civile e distruggere ogni giorno interi villaggi.

In attesa di eventi, possiamo solo auspicarci che le armi tacciano prima possibile - soprattutto prima che l'intero Paese dei Cedri venga completamente distrutto.