Rapporti con la Cina, papa Leone tiene le carte coperte
Gli accordi segreti del 2018 tra Santa Sede e Cina stanno provocando una maggiore repressione dei cattolici. Proseguire sulla linea fallimentare Francesco-Parolin o ritornare all'atteggiamento di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI? Per ora il nuovo Pontefice non lascia trapelare le sue intenzioni.
Le recenti tensioni tra Trump e Leone XIV sono nate dalla guerra in Iran. Non è escluso, però, che l’asse Washington-Vaticano possa andare di nuovo in crisi in futuro su un altro tema, forse persino più scottante: il rapporto con la Cina comunista. Ad un anno dall’elezione di Prevost resta un’incognita la sua idea sull’accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi firmato nel 2018, rinnovato nel 2020, nel 2022 e infine nel 2024 per altri quattro anni.
Ciò che è sicuro è che la Segreteria di Stato resta saldamente nelle mani del cardinale Pietro Parolin, il “padre” di quest’accordo. L’impostazione di Parolin sulla Cina è chiaramente ispirata alla Ostpolitik tanto amata dal suo maestro-cardinale Achille Silvestrini e dal suo predecessore Agostino Casaroli. Bisogna però chiedersi se a contribuire alla caduta del comunismo e dunque alla fine delle persecuzioni dei cattolici nell’Europa dell’Est fu più decisiva la linea “morbida” dell’Ostpolitik vaticana o quella “dura” di san Giovanni Paolo II. Il professor George Weigel, biografo di Wojtyla, pensa ad esempio che la Ostpolitik si rivelò un fallimento mentre se oggi la Chiesa cattolica può vantare un qualche ruolo nella fine del comunismo sovietico lo deve esclusivamente alla posizione muscolare di Giovanni Paolo II.
Quel pontificato dimostrò di voler mettere l’amore per la Verità prima delle ragioni della diplomazia anche sulla questione cinese. Il Papa polacco, inviso al regime di Pechino per il suo anticomunismo, nel 2000 non ebbe timori a canonizzare 120 cristiani martirizzati in Cina e questo nonostante una campagna diffamatoria del governo di Pechino che li chiamò «nemici del popolo cinese». Fu sempre lui nel 1981 a concedere le “facoltà speciali” ai vescovi legittimi che in questo modo poterono pertanto scegliersi e consacrarsi il loro successore. Una mossa per rimettere al proprio posto l’Associazione Patriottica dei cattolici cinesi con cui il regime sin dal 1957 pretendeva di controllare la vita della Chiesa in Cina e di ordinare vescovi senza l’approvazione papale. Quella di Giovanni Paolo II fu la legittima reazione alla pretesa di un potere politico di comandare la vita della Chiesa e negare la natura “apostolica” della Chiesa scegliendosi i vescovi tramite un organismo statale. Quando morì Wojtyla nessun rappresentante del governo cinese venne ai funerali (unici nel mondo).
Venne poi il tempo di Benedetto XVI che creò cardinale il vescovo di Hong Kong Joseph Zen, un grande difensore della libertà religiosa, perseguitato ancora oggi che è ultranovantenne. E la reazione di Pechino fu subito quella di ricordargli che non avrebbe dovuto impicciarsi nelle questioni politiche: un altro tema di particolare attualità oggi. Abbiamo visto le reazioni in difesa del Papa in questo mese dopo che questo diritto-dovere della Chiesa e dei suoi vescovi di intervenire nel dibattito pubblico sembrava essere stato messo in discussione dal presidente della più grande democrazia del mondo. Purtroppo non si è mai registrata la stessa solerzia quando un cardinale come Zen è stato invitato al silenzio e poi arrestato e processato in Cina, così come nessuno fiata se il governo di Pechino pretende di imporre vescovi senza nemmeno avvisare il Papa. La lettera ai cattolici cinesi del 2007 è un altro esempio di come la Chiesa cattolica sappia tenere, con prudenza, la barra dritta di fronte alle invasioni di campo: Benedetto XVI, intanto, si rivolse direttamente ai fedeli e non alle autorità governative. Una scelta non scontata, dato il contesto.
Ratzinger, come tante volte nel suo pontificato e più in generale nella sua vita da prete e da teologo, ebbe coraggio. Vi denunciò apertamente che «in non pochi casi concreti, però, se non quasi sempre, nella procedura di riconoscimento intervengono organismi che obbligano le persone coinvolte ad assumere atteggiamenti, a porre gesti e a prendere impegni che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici».
Il pontificato di Francesco e l’arrivo di Parolin alla Segreteria di Stato hanno portato la Santa Sede ad adottare una politica decisamente più morbida verso Pechino e l’accordo provvisorio del 2018 ne è il simbolo. La Santa Sede, su impulso di Francesco e Parolin, ha scelto di adottare la politica dei “piccoli passi” con questo accordo che resta segreto ma di cui conosciamo la sostanza: prevede la nomina di vescovi da parte del Papa fra candidati graditi al Partito Comunista Cinese. La situazione dei cattolici in Cina non è migliorata: almeno 7 vescovi clandestini continuano ad essere perseguitati con arresti mirati in occasione delle feste per impedire ai fedeli di partecipare alle loro celebrazioni. Il bello è che queste persecuzioni ai loro danni sono iniziate dopo il 2018, quindi dopo la firma.
Poche settimane fa un ricercatore specializzato di Human Rights Watch ha sostenuto che «a dieci anni dall'inizio della campagna di sinizzazione di Xi Jinping e a quasi otto anni dall'accordo tra la Santa Sede e la Cina del 2018, i cattolici in Cina si trovano ad affrontare una repressione crescente che viola le loro libertà religiose». Dopo l’accordo abbiamo avuto anche il processo al cardinale Zen che ancora oggi per uscire deve chiedere un permesso alle autorità governative.
Ma il regime non è irrispettoso solo nei confronti dei “critici”: forse l’azione emblematica dei problemi dell’accordo è avvenuta durante la sede vacante lo scorso anno, quando il regime si è nominato il nuovo vescovo ausiliare di Shangai dopo che Francesco era morto e non c’era ancora il suo successore. Una decisione unilaterale in violazione probabile dell’accordo (non conosciamo il testo d’altra parte), quasi un segnale di forza a voler dire: non abbiamo bisogno dell’approvazione papale, tanto i vescovi in Cina ce li scegliamo noi. Era già successo nel 2023, sempre in barba all’accordo e provocando una timida protesta del Segretario di Stato.
Della condizione dei cattolici in Cina se ne parla sempre meno, anche se di recente il tema è sbarcato al Senato nel corso di un convegno dal titolo "Il martirio della pazienza" organizzato, su iniziativa del senatore Fdi Andrea De Priamo, dall'avvocato Luigi Trisolino, che ha lanciato l'idea di un "Piano Joseph Zen" sulla stregua del "Piano Enrico Mattei" voluto dal governo italiano per l'Africa e mirato a far entrare nelle agende politiche europee e nazionali la questione delle libertà dei cristiani negate in Cina per mettere pressione a Pechino.
Nel 2020 la rottura tra l’amministrazione Trump e la Santa Sede ci fu proprio sulla Cina dopo che Mike Pompeo esortò pubblicamente il Vaticano a non rinnovare l’accordo con la Cina. Ora che le tensioni sono palesi, non è escluso che Trump possa punzecchiare la Santa Sede anche su questo argomento. Ma Leone XIV per il momento si tiene coperto sulla Cina e non ha rivelato quali saranno le sue vere intenzioni di fronte ad un dossier destinato inevitabilmente a diventare tra i più importanti del suo pontificato. Difficile chiudere del tutto la porta a Pechino specialmente dopo questi anni bergogliani, resta tuttavia il monito che arriva dal Concilio: «Carità e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la Verità e il bene».
La Cina non si tocca, in Vaticano congiura del silenzio su Jimmy Lai
Ignorata totalmente dai media vaticani e dalla Santa Sede la notizia della condanna dell'editore cattolico di Hong Kong Jimmy Lai. È un altro frutto perverso dell'accordo segreto Cina-Vaticano: in nome della ragion politica si abbandonano i cattolici nelle mani dei loro persecutori.
- La condanna di Jimmy Lai, esito di un processo farsa, di Riccardo Cascioli
- Dal Venezuela alla Bielorussia: Trump "il liberatore", di Stefano Magni
- DOSSIER: Jimmy Lai, un cattolico contro il Potere
Cina, Hong Kong e l'insostenibile morale vaticana
Silenzio sul cardinale Zen, su Jimmy Lai, sulla persecuzione dei cattolici in Cina, sulla morte di mons. Giulio Jia Zhinguo, sull'anniversario della canonizzazione dei 120 martiri cinesi. Il rapporto della Santa Sede con la Cina contraddice la morale cattolica.

