• CRISI INFINITA

Per soccorrere la Grecia si rischia di ucciderla

L'IMF, l'Unione Europea e la Bce chiedono altre condizioni capestro alla Grecia prima di concederle i prossimi aiuti. Fra le misure richieste c'è la riduzione delle psnioni e quella della soglia di esenzione fiscale per le famiglie meno abbienti. Era giusto tagliare gli sprechi dello Stato. Ma in questo modo si rischia di uccidere la società greca.

Grecia, manifestazione contro l'UE

Un taglio alle pensioni pari all'1% del Pil e una riduzione della soglia di esenzione fiscale per le famiglie meno abbienti. Sono queste alcune delle riforme “draconiane” che la Troika ha chiesto alla Grecia (la firma è prevista per il prossimo 22 maggio) in cambio di un prestito da 7 miliardi di euro che consentirà alla Grecia di pagare una tranche di debito in scadenza a luglio. Nello specifico Commissione europea, Banca Centrale europea e Fondo Monetario Internazionale, in qualità di creditori, hanno chiesto al governo capitanato da Alexis Tsipras due interventi che – in lessico giornalistico – si potrebbero definire di “austerity”.

Il taglio dell'1% della spesa pensionistica in rapporto al Pil (circa 1,8 miliardi di euro) può sembrare poca cosa ma – secondo quanto riporta un'analisi di Ekathimerini – significherà in concreto per i pensionati una riduzione dell'assegno mensile del 9% di media, con punte del 18%. Non poco in una nazione dove la media degli assegni pensionistici è inferiore ai 900 euro (per l'esattezza 882, secondo un'analisi Eurostat del 2015). Ancor più dura la riduzione della soglia di esenzione dal pagamento delle tasse, fino a oggi fissata a 8.836 euro per i singoli e a 9.545 per una famiglia con ben tre figli. Secondo le richieste della Troika si dovrebbe scendere ad appena 5.681 euro per un singolo e 6.590 per una famiglia con tre figli. Nuclei familiari che si trovano già oggi costretti a sopravvivere con appena cinquecento o seicento euro al mese, cifra al di sotto sotto di ogni soglia di sopravvivenza, che rientrerebbero nel primo scaglione d'imposizione fiscale. In cambio si dovrebbe concedere una riduzione di questa aliquota dal 22% attuale al 20% e un calo dal 29% al 26% delle tasse sulle imprese. Misure che, nel complesso, varranno appena lo 0,7% del Pil (0,5% l'aliquota e 0,2% le imprese), molto meno delle riforme di cosiddetta “austerity”.

Era giusto che, a fronte di un debito enorme, la Grecia si impegnasse a ridurre la moltitudine di sprechi (frutto di altrettanti privilegi acquisiti) accumulati nel corso degli anni. Basti pensare che dal 1999 al 2009 il numero di dipendenti pubblici è raddoppiato e in appena otto anni, dal 2000 al 2008, i relativi stipendi sono aumentati di ben il 240%. Non solo: prima del rigore in Grecia le figlie nubili dei dipendenti pubblici ricevevano un sussidio pubblico, mentre i barbieri andavano in pensione ad appena 50 anni (a fronte di un'eta media di appena 57 anni) con la bizzarra motivazione che “maneggiavano sostanze pericolose”. Per non parlare di commissioni statali inutili e le rispettive indennità folli, come quella che premiava i dipendenti pubblici che si presentavano puntuali al lavoro. Più tantissimi altri sprechi.

Oggi però la situazione è molto diversa. È infatti chiaro, ormai, che le politiche europee non hanno funzionato. A fronte di una spesa pubblica che dal 2010 si è costantemente ridotta, la Grecia non è riuscita a ridurre il proprio debito pubblico, che ammonta a 300 miliardi di euro, 40 in più rispetto al minimo storico del 2012. Non solo: il Pil è in continuo calo, dai circa 330 miliardi di euro del 2008 agli appena 180 di oggi, cifra che per fare un paragone è pari a poco più del Pil prodotto dalla sola città di Milano. La riduzione del Pil ha portato a un aumento del rapporto col debito che ha raggiunto ormai il 179%, un primato non solo europeo ma anche mondiale se escludiamo il Giappone, che ha però dalla sua un'economia nettamente più forte e una moneta nazionale che può svalutare per ridurre artificialmente il valore del proprio debito.

Stringere ancora le corde, oggi, non significa più colpire sprechi e privilegi, bensì le persone in difficoltà, che per di più vivono di quel poco che riescono a trarre dal proprio lavoro, senza rendite parassitarie. Imporre di pagare le tasse a famiglie che, nel complesso, portano a casa meno di diecimila euro l'anno significa spingere sempre più persone verso la povertà. Basti pensare che lo stesso Ocse stabilisce in 740/772 euro al mese (a seconda che vivano ad Atene dove la vita è più cara o in altre città) il reddito mensile con cui una famiglia con tre figli può considerarsi in una situazione di povertà assoluta. Una cifra che sale a 1043/1067 se la suddetta famiglia deve pagare un mutuo o un affitto. Cifre superiori a quelle che l'accordo prevederebbe come soglia minima per la detassazione.

Colpire le famiglie povere non è solo un'azione inqualificabile a livello etico, ma anche miope a livello economico. Ogni euro tagliato a loro implica infatti non solo un maggiore costo a livello sociale, ma anche un'ulteriore riduzione della capacità di spesa pro capite che ha una ricaduta immediata sulle attività commerciali. Come dovrebbe sapere ogni economista (anche a Bruxelles) qualsiasi imposte ha un brutto effetto depressivo sull'economia, che diventa ancor più deleterio quando colpisce persone che, guadagnando molto poco, non potrebbero comunque risparmiare nulla.

Se c'è davvero una chance, anche remota, di salvare la Grecia questa deve per forza passare dalla valorizzazione delle forze che sorreggono sulle proprie spalle la società e l'economia reale. Le attività commerciali e le imprese, certo, ma anche - e anzi soprattutto - le famiglie, specie se numerose. 

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