• COVID E POTERE

Passato il 2021, l'anno in cui l'Occidente si è smarrito

Se il 2020 aveva aperto una pericolosa breccia nel diritto, nelle libertà e in economia, il 2021 ha visto il sorgere di un nuovo modello, tecnocratico e paternalista, che si sta incancrenendo. La paura del Covid rischia di far perdere all'Occidente la sua identità.

Capodanno 2022 a Times Square

Il 2021 è stato forse l'anno più difficile per l'Occidente liberaldemocratico dalla fine della seconda guerra mondiale. E dire che nel secondo dopoguerra le fasi di tensione, crisi, conflitto non erano mancate: dall'equilibrio del terrore della guerra fredda alla grande crisi economica degli anni Settanta, dalla convulsa fase aperta dall'11 settembre alla Grande Recessione del 2008 con le sue conseguenze sociali. Eppure quella che potremmo ormai definire, con passo storico, la “crisi pandemica” ha segnato per le società industrializzate occidentali una drammatica soluzione di continuità che rischia di porre a repentaglio le basi stesse dei loro ordinamenti, della loro cultura, della loro way of life.

Se nel 2020 la psicosi del contagio aveva aperto considerevoli brecce nel diritto, nelle libertà individuali, nell'economia, dobbiamo ormai constatare che nel 2021, con il sorgere dei regimi emergenziali, dei lockdown, delle limitazioni di circolazione, nonostante l'impatto sanitario del virus Covid 19 si sia decisamente attenuato, non si è visto quel “rimbalzo”, quel ritorno alla normalità, quella ripartenza che molti avevano previsto e sperato. L'”emergenza pandemica” dal piano sanitario è apparsa sempre più trasferirsi su quello psicologico, culturale, politico. La paura collettiva da acuta è diventata cronica, producendo uno strascico sempre più ingiustificato di restrizioni, costrizioni, obblighi, e il consolidarsi  di governi sempre più sconfinanti in un'orbita di tecno-paternalismo, auto-nominatisi “tutori”  dei loro governati in un'ottica di medicalizzazione delle società.

La narrazione imposta da quei governi, dai sistemi mediatici mainstream, dalle istituzioni internazionali ha impresso nella sensibilità sociale degli occidentali l'idea che i vaccini finalmente disponibili avrebbero rappresentato la soluzione definitiva al problema e la fine di ogni incertezza. Quando si è cominciato a comprendere (ma in base ai precedenti era assai prevedibile) che quegli antidoti conseguivano invece soltanto risultati parziali e temporanei, e che le “varianti” del virus continuavano a circolare ampiamente, l'ansia collettiva è riesplosa, determinando un nuovo circolo vizioso tra richiesta di protezione e consolidamento di poteri pubblici eccezionali che ha costituito una zavorra pesante per ogni possibilità di rapido ritorno dell'Occidente a livelli di crescita economica tali da permettere una competizione ad armi pari con la Cina, nel frattempo rafforzatasi proprio nel contesto del caos pandemico dal punto di vista sia economico che geopolitico e strategico.

Questa tendenza non è stata, per fortuna, omogenea ed uniforme. Ne è stata vittima soprattutto l'Europa, e in particolare l'Europa occidentale, che è andata affondando ulteriormente nelle sabbie mobili dei regimi emergenziali per i medesimi fattori che avevano favorito l'insorgere della psicosi pandemica nel 2020: elevata anzianità della popolazione, scarsa fiducia nel futuro, secolarizzazione radicale e “culto” della salute materiale, tendenza al dirigismo e allo statalismo in economia che determinava spinte assistenzialistiche, convergenza di interessi tra grandi poteri economico-finanziari (multinazionali farmaceutiche, grandi fondi di investimento, grandi corporations dell'economia digitalizzata) e classi politiche poco inclini alla difesa della concorrenza. Di questo fenomeno del “morto che affera il vivo”, come sappiamo, l'Italia è stata ed ancora è forse l'esempio più preoccupante. Un altrettanto elevato indice di involuzione illiberale si è manifestato a tratti in Oceania, favorito dall'ostinazione dei governi australiano e neozelandese nel perseguire l'impossibile obiettivo dei “contagi zero”, a prezzo di restrizioni militaresche alla vita delle popolazioni.

In altre parti della galassia occidentale – come il continente americano – le spinte verso regimi della bio-sorveglianza sono emerse invece più a macchia di leopardo, trovando numerosi agenti di contrasto efficaci: la mentalità antistatalista diffusa, l'autonomismo radicato dei territori, e alcuni leader politici di peso che hanno respinto la “narrazione pandemica” contrapponendo ad essa la priorità delle libertà: in particolare, Jair Bolsonaro in Brasile (anche per questo costantemente demonizzato dal grande sistema dei media globali “politically correct” che hanno sposato integralmente quella narrazione), e negli Stati Uniti, dopo l'uscita di scena di Donald Trump, molti governatori repubblicani, come DeSantis in Florida e Abbot in Texas. Isole di “normalità” sono comunque sopravvissute nel vecchio continente soprattutto in Svezia, e in parte del mondo slavo; e in estremo Oriente in Giappone e a Taiwan.

Dal punto di vista di queste spinte contrastanti il 2022 sarà un anno cruciale: se il mondo industrializzato occidentale non troverà la lucidità e il buon senso di uscire dal pantano nel quale si è cacciato, sposando finalmente l'idea della convivenza con il (i) virus attraverso l'endemizzazione e la “protezione focalizzata” dei più fragili (come chiedevano, in larga parte inascoltati, più di un anno fa i moltissimi scienziati firmatari della Dichiarazione di Great Barrington), uscendo dall'illusione del “rischio zero” e liberando finalmente le energie troppo compresse della produzione, del lavoro, degli scambi, dei consumi, esso sarà il principale artefice del proprio progressivo declino, e del proprio ridimensionamento negli equilibri di potenza mondiale a favore del continente asiatico; e presto forse anche di quello africano, in cui l'estraneità alla deriva dei regimi di sorveglianza e la persistente tendenza demografica opposta allo spopolamento europeo stanno producendo sempre più rilevanti poli di sviluppo che presto potrebbero giocare da pari a pari con i vecchi colonizzatori. Tale sviluppo nel prossimo futuro non potrà essere che benvenuto e benefico, ma a patto che trovi in Europa e in Occidente un'interlocuzione sia a livello economico che politico in grado di assecondarlo e trarne frutto. 

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