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100 ANNI DI CALVINO / 26

Palomar, imparare l’arte del silenzio per osservare

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Per ammissione di Calvino il romanzo Palomar è il suo libro più autobiografico. Raccoglie una serie di racconti, o meglio osservazioni di un personaggio che ha imparato l’arte del silenzio.

Cultura 27_11_2023

Palomar è un termine di origine spagnola che gli americani pronunciano Pàlomar mentre, considerata la provenienza della parola, sarebbe più corretto pronunciare Palomàr. Significa «colombaia». Calvino associa, però, la parola al palombaro che si immerge nell’acqua e scende in profondità ad esplorare. Munito di scafandro, il palombaro porta una protezione, un involucro che lo assicura dalle insidie, ma che costituisce anche una barriera dinanzi alla realtà esterna.

Palomar richiama anche il monte californiano ove è stato costruito uno dei più importanti osservatori astronomici al mondo. Nei progetti dello scrittore doveva esserci anche tanta astronomia e cosmogonia, ma, non essendo esperto nel campo, Calvino ha limitato le considerazioni al riguardo. Dell’osservatorio astronomico è rimasta la dimensione dello sguardo, perché il protagonista «osserva le cose molto vicine, anziché quelle molto lontane spiate dal telescopio» (Calvino, intervista del 1983 a La Stampa). Calvino sente la suggestione di diversi personaggi della storia letteraria, da Teste di Valéry al signor Keuner di Brecht fino all’Ulrich de L’uomo senza qualità di Musil. Crea un personaggio che «è semplicemente il soggetto di un tipo di esperienza che esclude il più possibile il commento culturale così come gli aspetti psicologici».

Per ammissione di Calvino il romanzo Palomar è il libro più autobiografico che abbia scritto, perché ogni esperienza del protagonista è stata vissuta dallo scrittore in prima persona. Il protagonista è una proiezione dell’autore. Pubblicato nel 1983, due anni prima della morte, Palomar raccoglie una serie di racconti, o meglio osservazioni di un personaggio che ha imparato l’arte del silenzio in «un mondo che è saturo di parole, in cui si è soverchiati dal già detto» (Calvino). Calvino è infastidito dalle troppe parole senza senso che vengono spese, dall’inutile chiacchiera contemporanea, dalla propensione ormai diffusa in tutti di manifestare opinioni e giudizi. Chissà cosa avrebbe scritto Calvino sulla società di quarant’anni più tardi, la nostra, satura di trasmissioni, di talk show, di personaggi televisivi che sono esperti di tutto e si esprimono su tutto. Calvino non rifugge senz’altro dalla comunicazione, anzi la sua scrittura è un tentativo di cercare scintille di verità che possano essere trasmesse attraverso l’inchiostro. Lo scrittore è però alieno da ogni smania di espressione che sia avulsa dalla realtà e che sia soltanto una nota retorica, seppur musicale. Forse, l’osservazione di Palomar è il tentativo di essere sempre più aderente al reale, limitando al minimo qualsiasi filtro o mediazione che non permetta di cogliere il mondo osservato con verità.

Palomar osserva da differenti luoghi. La sua osservazione avviene in vacanza, quando il protagonista si trova in spiaggia (Lettura di un’onda, Il seno nudo, La spada del sole), in giardino (Gli amori delle tartarughe, Il fischio del merlo, Il prato infinito), in un luogo solitario per guardare il cielo (Luna di pomeriggio, L’occhio e i pianeti, La contemplazione delle stelle). In città sul terrazzo (Dal terrazzo, La pancia del geco, L’invasione degli storni) e al supermercato (Un chilo e mezzo di grasso d’oca, Il museo dei formaggi, Il marmo e il sangue, La corsa delle giraffe, Il gorilla albino, L’ordine degli squamati). Palomar approda ad una nuova prospettiva sulla vita, ben spiegata nella terza parte del romanzo intitolata I silenzi di Palomar.

In Palomar in società, nel capitoletto Del mordersi la lingua, «in un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare giudizi e opinioni» il protagonista ha imparato a «mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto». La nostra è un’epoca in cui «l’insofferenza degli anziani per i giovani e dei giovani per gli anziani ha raggiunto il suo culmine» (Del prendersela coi giovani). Gli anziani cercano in ogni modo occasioni per dire ai giovani «quel che si meritano»; i giovani ne approfittano, quando vengono ripresi, per sottolineare che gli anziani «non capiscono niente». In mezzo a queste posizioni Palomar vorrebbe porre domande per capire, ma si rende conto che tutti sono arroccati sulla loro tesi, vogliono difendere una posizione più che comprendere e aprire un vero dialogo. Oppure Palomar vorrebbe che gli altri gli ponessero delle domande. Si rende conto che esiste una vera difficoltà di comunicazione. Pensa: «La difficoltà viene dal fatto che tra noi e loro c’è un fosso incolmabile. Qualcosa è successo tra la nostra generazione e la loro, una continuità d’esperienza si è spezzata: non abbiamo più punti di riferimento in comune».

Poi riflette sul fatto che anche lui quando era giovane veniva rimproverato e non ascoltava i consigli. Forse, allora «la soluzione di continuità tra le generazioni dipende dall’impossibilità di trasmettere l’esperienza, di far evitare agli altri gli errori già commessi da noi». Ciascuno deve far esperienza direttamente dalla realtà, non può ereditare l’esperienza in forma teorica.