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armeni sotto tiro

Nuovo attacco ai cristiani di Palestina, l'emergenza nascosta

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Estremisti ebrei prendono di mira il portone del patriarcato armeno di Gerusalemme. Vecchie questioni urbanistiche si intrecciano con rivendicazioni ideologiche. E a farne le spese è la presenza bimillenaria cristiana. 

Libertà religiosa 06_08_2026

Camminare per le strade della Città Vecchia di Gerusalemme con una croce al collo, con un abito religioso o anche soltanto con il segno visibile della propria appartenenza cristiana significa oggi, per molti, muoversi in un clima di crescente insicurezza. In quei vicoli dove da duemila anni la comunità cristiana custodisce la memoria della Città Santa, anche i gesti più semplici - attraversare una strada, entrare in un convento, pregare in un luogo sacro - possono trasformarsi in momenti di paura. Una comunità radicata da secoli rischia così di diventare sempre più fragile proprio nella città che custodisce i luoghi più sacri della Cristianità.

L’ultimo episodio ha avuto come bersaglio la comunità armena. Il 2 agosto scorso, di notte, davanti al monastero di San Giacomo, sede del Patriarcato armeno nella Città Vecchia, un gruppo di estremisti ebrei ha preso di mira uno dei luoghi più antichi della presenza cristiana di Gerusalemme: sputi contro il portone, calci all’ingresso, insulti e lancio di pietre contro il complesso religioso. La polizia israeliana è intervenuta fermando alcune delle persone coinvolte nell’episodio, ma quelle immagini diffuse sui social raccontano qualcosa che va oltre il singolo attacco: mostrano un clima di crescente tensione e intolleranza. Dietro quel portone vive una comunità presente a Gerusalemme fin dai primi secoli del Cristianesimo, sopravvissuta a imperi, invasioni e guerre. Una comunità che oggi si trova a difendere non soltanto i propri beni e i propri luoghi sacri, ma anche il diritto stesso di sopravvivere nella città in cui affonda le proprie radici.

Ma accanto ad atti di ostilità diretta, vi sono infatti contese legate agli spazi, ai beni e ai luoghi che da secoli costituiscono il patrimonio armeno. È il caso del “Giardino delle vacche” (Goveroun Bardez), diventato il simbolo della battaglia della comunità per la difesa della propria identità e continuità storica a Gerusalemme. La vicenda non si è ancora conclusa: sarà il tribunale a stabilire la validità degli accordi contestati. Per gli armeni, tuttavia, il timore è che sul terreno possano consolidarsi situazioni difficilmente reversibili prima ancora che la giustizia abbia pronunciato la propria sentenza. Al centro dello scontro vi è un accordo firmato nel 2021 che prevede la concessione per 99 anni di un’area appartenente al Patriarcato armeno a una società privata collegata a un progetto immobiliare. Per la comunità armena, quell’operazione mette in discussione la natura stessa di quei terreni, considerati beni affidati alla custodia del Patriarcato e destinati al sostegno della comunità.

La questione, però, supera i confini di una semplice disputa contrattuale. Il “Giardino delle vacche” è diventato il simbolo della paura di una comunità storica di vedere progressivamente ridotto il proprio spazio nella Città Vecchia attraverso trasformazioni urbanistiche, pressioni politiche e iniziative immobiliari. In gioco non vi è soltanto un terreno, ma il fragile equilibrio che permette alla presenza armena di continuare a essere parte integrante della storia religiosa e culturale di Gerusalemme.

E quello che accade agli armeni s’inserisce in un quadro più ampio. Da anni i cristiani di Gerusalemme denunciano un aumento di episodi di ostilità: sacerdoti insultati mentre percorrono le vie della Città Vecchia, religiosi colpiti con sputi, simboli cristiani danneggiati, luoghi di culto e cimiteri vandalizzati. Il problema più grave è la normalizzazione. Quando un gesto offensivo si ripete così tante volte da diventare quasi prevedibile, quando una comunità deve imparare a convivere con la possibilità di essere provocata o aggredita, non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti al deterioramento del tessuto civile di una città che dovrebbe rappresentare il luogo della convivenza religiosa.

Basterebbe cambiare prospettiva per comprendere la gravità della contraddizione: se una comunità ebraica, in un altro paese – come è accaduto nei giorni scorsi in Bulgaria -, fosse costretta a sopportare aggressioni contro i propri cittadini, i propri luoghi di culto, intimidazioni contro i propri rappresentanti religiosi, insulti ai propri simboli, la reazione internazionale sarebbe immediata. Governi e istituzioni chiederebbero protezione, giustizia e interventi concreti.

Lo stesso metro dovrebbe valere per i cristiani di Terra Santa. La libertà religiosa e la tutela delle minoranze non possono dipendere dall’identità di chi subisce l’offesa. Molti degli episodi denunciati sono attribuiti a frange estremiste del movimento dei coloni e dell’ultranazionalismo religioso. Gruppi radicali che considerano la presenza di altre comunità, soprattutto i cristiani, negli spazi contesi di Gerusalemme e della Cisgiordania come un ostacolo al proprio progetto ideologico. La loro pressione viene esercitata anche attraverso la quotidianità: si crea insicurezza, si rende più difficile la permanenza, si modificano lentamente gli equilibri. La stessa dinamica viene denunciata da anni in Cisgiordania, dove le comunità palestinesi raccontano aggressioni, intimidazioni, incendi di terreni agricoli, distruzione di coltivazioni e violenze attribuite agli ebrei ultraortodossi.

Organizzazioni israeliane e internazionali hanno documentato numerosi episodi e l’aumento delle tensioni nelle aree dove gli insediamenti si espandono. Sono state presentate denunce e aperte inchieste, ma troppo spesso le vittime accusano di non vedere arrivare una risposta efficace: i procedimenti si trascinano, gli autori rimangono impuniti e gli episodi si ripetono, alimentando la percezione di un sistema volutamente incapace di garantire protezione e giustizia.

E qui emerge una delle grandi tragedie di questa storia: la solitudine. I cristiani di questi luoghi hanno spesso la sensazione di essere rimasti senza una vera voce politica internazionale. I loro appelli si perdono dentro il rumore della guerra, delle strategie geopolitiche e delle contrapposizioni diplomatiche. Pesa soprattutto il silenzio della vecchia Europa. Un’Europa che ha costruito parte della propria identità sulla difesa dei diritti umani, della libertà religiosa e della tutela delle minoranze appare oggi incapace di trasformare le condanne verbali in una pressione politica capace di fermare questo lento logoramento.

Ogni episodio viene registrato. Ogni aggressione viene condannata. Ma intanto nulla cambia. La comunità armena di Gerusalemme non è un retaggio del passato. I cristiani palestinesi non sono una presenza simbolica destinata ai libri di storia. Sono comunità vive, con una storia e un radicamento profondo. Ma oggi quella presenza è sotto pressione. Una Terra Santa senza cristiani non sarebbe soltanto una Terra Santa più povera. Sarebbe una sconfitta per la storia, per il pluralismo religioso e per l’idea stessa di Gerusalemme come città di tutti.