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IL RICONOSCIMENTO

Nobel per la Pace a Navi Pillay, una carriera straordinaria in enti inutili

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Navanethem “Navi” Pillay ha vinto il Nobel per la Pace 2026. Una carriera straordinaria ma in organismi internazionali noti per aver fatto poco o nulla per promuovere la giustizia internazionale, come il lentissimo tribunale per il Ruanda o l'impotente Corte Penale Internazionale. 

Esteri 10_10_2026
Navi Pillay (La Presse)

Navanethem “Navi” Pillay, giurista, nata in Sudafrica nel 1941 da genitori indiani, ha vinto il Premio Nobel per la Pace 2026. È stata scelta – ha spiegato il Comitato del Nobel – per «il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale. L’impegno di Navi Pillay a favore dei principi giuridici universali e la sua salda bussola morale sono stati una costante nella sua lunga carriera. Un filo conduttore collega il suo lavoro iniziale in difesa di Nelson Mandela e di altri che si sono opposti all’apartheid al suo ruolo di giudice in alcuni dei più importanti casi giudiziari internazionali del nostro tempo».

Navi Pillay in effetti, dopo aver svolto la professione di avvocato per 28 anni, dal 1995 ha ricoperto sempre cariche importanti, ai vertici di organismi nazionali e internazionali. Quell’anno, finito il regime di apartheid, è stata nominata dal presidente Nelson Mandela all’Alta Corte del Sudafrica, prima donna non bianca, e alla Commissione per il servizio giuridico. Subito dopo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite l’ha chiamata a far parte del Tribunale penale internazionale del Rwanda (Tpir), l’organo incaricato di giudicare i maggiori responsabili del genocidio dei Tutsi, decimati dall’etnia Hutu nel 1994 quando in cento giorni furono uccise quasi un milione di persone. L’incarico è durato otto anni, quattro dei quali in veste di presidente. Poi, nel 2003, è stata eletta per un mandato di sei anni, fino al 2008, alla Corte penale internazionale (Cpi), in quota al gruppo regionale africano. Terminato il mandato, nel luglio 2008 il Segretario generale delle Nazioni Unite, all’epoca Ban Ki-moon, l’ha nominata a succedere a Louise Arbour in qualità di Alto Commissario Onu per i diritti umani.

Nel 2019 è stata chiamata dalla Corte internazionale di giustizia, conosciuta anche come Tribunale internazionale dell’Aia, per svolgere la funzione di giudice ad hoc nel caso del genocidio dei Rohingya, intentato dal Gambia contro il Myanmar (a differenza della Cpi che giudica persone fisiche accusate di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione, la Corte internazionale di giustizia giudica gli Stati). Infine dal 2021 al 2025 è stata presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese, istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani.

Dunque la carriera di Navi Pillay è stata in effetti straordinaria, un susseguirsi di incarichi prestigiosi ai massimi livelli. Però si è sviluppata tutta all’interno di organismi che nel corso dei decenni hanno subito forti critiche, del tutto meritate.

Il Tpir, con sede ad Arusha, in Tanzania, è stato istituito nel 1994 ed è stato operativo fino al 2015. In 21 anni ha processato solo 93 persone: 61 condannate, 14 assolte, 10 rinviate a giurisdizioni nazionali. Delle rimanenti, 3 sono morte prima o durante il processo, due accuse sono state ritirate e due casi sono stati rinviati. Decine di procedimenti sono stati abbandonati e molti prigionieri sono stati rilasciati nonostante la gravità dei capi d’accusa contestati. Il costo complessivo del tribunale ha superato l’esorbitante cifra di due miliardi di dollari. Un motivo per cui le spese sono lievitate a tal punto è che vi hanno lavorato 484 persone di 64 diverse nazionalità, tra cui sei giudici e 13 dipendenti distaccati. Inoltre la sede era ad Arusha, ma gli uffici erano nella capitale rwandese, Kigali, e le corti d’appello erano in Olanda, all’Aia. Infine il tribunale lavorava in tre lingue: inglese, francese e kinyarwanda.

Dell’inutile figura dell’Alto Commissario per i diritti umani è superfluo dire: l’Alto Commissariato che presiede ha il compito di promuovere i diritti umani. Può denunciare abusi, emanare raccomandazioni e condanne in caso di violazioni, ma non ha potere vincolante, non dispone di poteri sanzionatori diretti sugli Stati né di una propria forza armata.

Anche la Cpi non ha una propria polizia. Quindi quando emette un mandato di cattura internazionale contro una persona denunciata può solo sperare che quella persona – che difficilmente sarà consegnata dal proprio paese, se no non ci sarebbe bisogno della Corte per processarlo – vada all’estero e venga arrestata in uno dei paesi che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma ovvero l’atto costitutivo della Cpi. Finora sotto processo e in carcere all’Aia dove ha sede la Corte sono stati solo dei “signori della guerra”, dei leader di gruppi armati e alcuni capi di Stato sconfitti. Omar Hassan el Bashir, il presidente del Sudan accusato di crimini di guerra, dell’umanità e genocidio, anche dopo il golpe militare che lo ha deposto, è rimasto in patria. Il processo a Uhuru Kenyatta e William Ruto, presidenti del Kenya entrambi, si è concluso con nulla di fatto perché i testimoni o hanno ritrattato o sono scomparsi e i fascicoli chiesti al governo di Nairobi non sono mai pervenuti alla Cpi.

Di positivo va riconosciuto a Navi Pillay l’impegno per fa sì che lo stupro e l’aggressione sessuale rientrassero nella definizione di crimine di guerra. In una intervista, mentre era presidente del Tpir, Pillay aveva detto: «da tempo immemorabile lo stupro è stato considerato bottino di guerra. Ora sarà considerato un crimine di guerra. Vogliamo inviare un segnale forte, che lo stupro non è più un trofeo di guerra».

Purtroppo, da presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente dell’Onu sui Territori palestinesi, Pillay ha accusato di genocidio Israele, una accusa palesemente ingiusta sebbene Pilay non sia la sola a formularla. Il suo rapporto, presentato nel 2025, sostiene che Israele ha commesso quattro dei cinque atti genocidari definiti dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio adottata nel 1948 dall’Assemblea generale Onu. Porta a prova il “modello di condotta delle forze armate israeliane”: e questo benchè Israele sia uno dei pochi stati, forse l’unico, che prima di un attacco militare avvisa la popolazione civile perché abbia tempo di mettersi al sicuro per il tempo necessario.

Poteva andare molto peggio. Tra le persone candidate al Nobel c’era persino Francesca Albanese che vanta come principale merito il fatto di essere dal 2022 relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati: ruolo di cui approfitta per accusare anche lei Israele di genocidio e pulizia etnica, sollecitare il mondo intero a interrompere i rapporti con il paese e lasciarlo in balia dell’Iran e dei gruppi jihadisti che l’Iran finanzia con il dichiarato obiettivo di eliminare Israele dalla faccia della Terra.