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CONTINENTE NERO

Nigeria, il continuo massacro di cristiani (e non solo per il jihad)

Quasi ogni giorno, dalla Nigeria, arrivano notizie di attacchi ai fedeli cristiani, da parte di jihadisti e non solo. Vittime sono anche i musulmani "apostati" che non aderiscono al jihad. Trump manda 200 addestratori, ma non basterà mai.

Libertà religiosa 19_02_2026
Esercito nigeriano (AP)

Sono atterrati il 16 febbraio in Nigeria 100 soldati americani, mandati ad aiutare il paese nella lotta contro il jihad, la guerra santa islamica. In tutto dovrebbero arrivarne 200. Stando alle dichiarazioni del governo nigeriano, non parteciperanno a combattimenti. Il loro compito è di addestrare le truppe locali e di fornire assistenza logistica. Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha però dichiarato di aver bisogno e di aspettarsi anche un consistente contributo da parte di Washington in aerei da combattimento e armamenti, senza tuttavia precisare quantità e tempi.

Non c’è dubbio che sia urgente intervenire finalmente in maniera drastica contro i gruppi jihadisti attivi nel nord del paese, in alcuni dei 12 Stati a maggioranza islamica: Boko Haram, affiliato ad al Qaeda, Iswap, affiliato all’Isis, lo Stato Islamico, e almeno due altri gruppi minori, formatisi di recente per secessione da Boko Haram. Ma l’emergenza insicurezza in Nigeria non si limita a questo. Nella fascia centrale del paese le comunità agricole sono sotto la minaccia di gruppi composti da giovani pastori di etnia Fulani che attaccano i villaggi per razziare bestiame e altri beni e dar fuoco a quel che rimane. Inoltre in gran parte dei 34 Stati che compongono la federazione nigeriana è diffusa la piaga dei sequestri a scopo di estorsione, decine di migliaia ogni anno.

Malviventi e jihadisti agiscono pressoché indisturbati. Ormai le agenzie di stampa pubblicano quasi ogni giorno notizie di attacchi, aggressioni, rapimenti, razzie, stragi. Nella notte del 1° febbraio, nello Stato centro settentrionale del Niger, delle bande armate hanno attaccato un convento, un ospedale cattolico e due chiese protestanti nella diocesi di Kontagora. Nell’area di governo locale di Agwara hanno dato fuoco alla chiesa protestante UMCA (United Missionary Church of Africa) dell’omonima città. Nelle stesse ore, nel governo locale di Mashegu, sono stati presi di mira un convento e l’ospedale cattolico di Tugan Geru. Fortunatamente le suore sono riuscite a scappare e a mettersi al sicuro. Gli aggressori hanno saccheggiato l’ospedale e hanno danneggiato gravemente le attrezzature sanitarie e la struttura stessa. Sempre il 1° febbraio nella diocesi di Kontagora, nello Stato centro settentrionale di Kaduna, uomini armati hanno rapito diverse persone e ne hanno uccisa una. Il 5 febbraio nella stessa diocesi 42 persone sono state uccise e un numero imprecisato di donne e di bambini sono stati rapiti in alcuni villaggi. Nella diocesi di Kafanchan, di nuovo nello Stato di Kaduna, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio degli uomini armati sono entrati nell’abitazione di un sacerdote cattolico, padre Nathaniel Asuwaye, parroco della chiesa della Santa Trinità di Karku che fa parte della diocesi, e lo hanno rapito insieme ad altre dieci persone. Durante l’attacco tre persone sono state uccise. Il 6 febbraio anche nella diocesi di Otukpo, nello Stato sud orientale di Benue, dei fedeli sono stati rapiti nel centro missionario di san Giovanni della Croce a Ojije-Utonkon, nella parrocchia di San Paolo. Nove parrocchiani erano in chiesa per una veglia di preghiera quando degli uomini armati hanno fatto irruzione e li hanno portati via. Nella notte tra il 9 e il 10 febbraio, degli uomini armati hanno attaccato due località, Kutaho e Kugir, sempre nel Kaduna. Un catechista è stato rapito insieme alla moglie incinta e al figlio e a una trentina di altre persone, quattro delle quali sono state liberate quasi subito perché anziane e ammalate. Il 14 febbraio infine uomini armati hanno attaccato alcuni villaggi – Tunga-Makeri, Konkoso e Pissa – nello Stato centro occidentale del Niger. Hanno ucciso almeno 46 persone, ne hanno rapite un numero ancora imprecisato e hanno dato fuoco a molte abitazioni prima di andarsene.

Dall’inizio di febbraio, però, l’episodio di violenza più grave è stata la strage di almeno 170 persone il 3 febbraio a Woro e Nuku, due villaggi nello Stato occidentale del Kwara. Le vittime sono tutte musulmane, uomini donne e bambini uccisi perché hanno rifiutato di aderire all’islam integralista. La strage infatti è stata compiuta dai Mahamuda, un gruppo formatosi di recente per secessione da Boko Haram. Nelle settimane precedenti i jihadisti avevano tentato di “convertire” gli abitanti dei due villaggi predicando e distribuendo opuscoli. Al loro reiterato rifiuto, li hanno puniti con la morte. Il jihad è anche questo: non solo sottomettere all’islam tutti gli infedeli e le terre non ancora conquistate all’islam, che chiamano dar al-Harb, casa della guerra, ma anche imporre ai confratelli una devozione assoluta all’islam, secondo la interpretazione integralista della sharia, la legge coranica.

Da mesi, da quando il presidente Usa Donald Trump ha richiamato l’attenzione suoi cristiani perseguitati in Nigeria, continua la diatriba impietosa se il jihad uccida più cristiani o musulmani. In realtà spesso non è neanche certo che le vittime siano uccise da jihadisti, e quelle cristiane, ad esempio nel caso di attacchi Fulani, in odium fidei. La quasi totalità dei sequestri a scopo di estorsione non hanno una matrice jihadista anche quando le vittime sono dei cristiani.

Gli stessi vescovi nigeriani propongono spiegazioni diverse. Monsignor Matthew Hassan, vescovo di Sokoto, esorta ad esempio a non «inquadrare assassini e massacri in base a criteri religiosi», o almeno non soltanto. Monsignor Wilfred Anagbe, vescovo di Makurdi, sostiene invece che il jihad sta compiendo un genocidio di cristiani allo scopo di islamizzare tutto il paese. Gli uni e gli altri tuttavia concordano nel ritenere che nessun intervento esterno, militare, seppure offerto dalla più grande potenza del mondo, può dare stabilità e sicurezza alla Nigeria perché la profonda crisi del paese, morale prima di tutto, ha origini nelle scelte dei suoi abitanti e dei leader ai quali affidano le loro esistenze.